EritreaLive intervista Vincenzo Meleca per scoprire le Isole Dahlak

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© Antonio Politano, Dessei

«Ritorno a Dahlak Kebir», (2001) è un diario di viaggio alle Isole Dahlak, la traccia di una passione per queste isole nata molto tempo prima, nel 1968, quando dopo l’esame (superato) in diritto costituzionale, tornando a casa, l’occhio cade su un banco di libri e fra i tanti su «Dahlak» di Gianni Roghi che diventa una lettura preparatoria per viaggi futuri?

© Vincenzo Meleca, Massawa, targa ricordo spedizione Roghi 1953

Sì, anche se ormai, ovviamente,«Dahlak» è un libro datato dal punto di vista scientifico. Quella di Roghi era una spedizione del 1953 che aveva lo scopo di procurare esemplari di pesci del Mar Rosso da esporre nei musei italiani. Dovevano essere catturati, uccisi e messi sotto formalina, ecco perché, oltre ai biologi marini, c’erano cacciatori subacquei e tra loro Gianni Roghi.

Gianni Roghi però partecipa alla spedizione subacquea come giornalista e capo ufficio stampa

All’epoca è nata una grande polemica tra Roghi e Folco Quilici che era già un noto documentarista. Quilici aveva una visione della natura diversa rispetto a quella di Gianni Roghi che però aveva ricevuto l’incarico di fare il reportage della spedizione. Folco Quilici nel libro «Sesto Continente» sminuisce il lavoro di Roghi dicendo che era rimasto alle Dahlak solo poche settimane, mentre il resto della spedizione aveva lavorato là per più di cinque mesi. La mia opinione però è che Gianni Roghi fosse innanzitutto un giornalista, poi un naturalista e un subacqueo. È la sua natura di giornalista a farlo entrare velocemente in sintonia con l’ambiente e, soprattutto, a consentirgli di trasmetterne il fascino, motivo per cui il suo libro ha avuto grande successo. Se il reportage fosse stato scritto da un professore universitario di biologia marina non avrebbe certo catturato il lettore.

Quello delle Dahlak è consideratol’altro Mar Rosso” nobile dal punto di vista naturalistico ma con scarse risorse turistiche. Lo scorso 5 dicembre il quotidiano «La Repubblica» ha dedicato la copertina delle pagine di “Viaggi” alle isole Dahlak, con un lungo articolo nel quale lei è citato perché «grande esperto dei luoghi». Ci può raccontare questo paradiso nascosto e come si organizza un viaggio dall’Italia verso le isole Dahlak?

Isole Dahalk, cover Viaggi di La Repubblica

In verità non sono “l’esperto delle Dahlak” però ho avuto la fortuna di fare quattordici viaggi e visitare una quarantina di isole. Le Dahlak sono il paradiso di chi ama la natura incontaminata. Organizzare un viaggio per visitare queste isole vuol dire vedere fondali meravigliosi ma anche essere pronti a piccoli sacrifici, dormire in tenda o sul ponte dei sambuchi, le imbarcazioni più tipiche per raggiungere le isole. Non è un sacrificio, invece, l’alimentazione, perché si può mangiare pasta, riso e, naturalmente, pesce.

Dal 2009 Dahlak Kabir, l’isola più grande dell’arcipelago, non può essere visitata interamente per lavori in corso per la costruzione di strutture turistiche (Dahlak Island Resort), secondo lei è la premessa per un nuovo turismo internazionale, Dahlak per famiglie, non solo per pionieri dell’esplorazione…

In prospettiva è possibile, non so se sia auspicabile. Quello delle Dahlak è un microcosmo particolare, con un ricambio d’acqua limitato rispetto ad altre zone del Mar Rosso ed è  questo che facilita la presenza del plancton, attirando moltissime specie marine. Spero che anche “il nuovo turista” rispetti l’ambiente delle Isole Dahlak così in poco  tempo cinque, sei anni, possono diventare una meta turistica, però ben diversa da Sharm El Sheik.

L’Eritrea mi sembra molto attenta all’ambiente e le concessioni al turismo finora sono state frenate non solo dalle vicende storiche ma anche da proposte non in linea con le  aspettative del paese

Tuttavia deve essere chiaro che il rispetto della natura si ottiene con strutture che hanno un costo e con personale che deve avere, secondo me, la capacità di comportarsi come i rangers nei grandi parchi americani, imponendo ferree regole perché tutelare l’ambiente significa  conservare il patrimonio naturale per le future generazioni.

© Antonio Politano, Dessei

A Dessei l’albergatore italo-eritreo Giovanni Primo, proprietario ad Asmara dell’Albergo Italia e a Massawa del Grand Hotel Dahlak, ha costruitotucul” per accogliere i turisti, sull’isola che molti considerano la più amata dagli occidentali. Qual è il suo fascino, cosa rende unica Dessei?

Gianni Roghi l’aveva definita la “dolce Dessei”. È l’unica isola montuosa dell’arcipelago  delle Dahlak, di cui in realtà non fa parte. Dessei infatti è un’isola vulcanica non molto grande, l’ultima propaggine della “catena di fuoco dei vulcani della Dancalia”. Le sue “dolci” colline ne costituiscono la caratteristica principale. I fondali sono molto belli nella parte meridionale ma non hanno barriera corallina perché il corallo attecchisce sulla roccia. Dessei non è un atollo corallino simile a quelli dell’oceano indiano e non è un’isola corallina come quelle che si trovano più a nord. Però possiede una parte inesplorata, una striscia di barriera corallina lunga una decina di chilometri che fra qualche centinaia o migliaia di anni la unirà a Madote. Purtroppo i pescatori non consentono di visitarla per non   disturbare la loro riserva di pesca…

Ad Asmara Giovanni Mazzola, esperto di botanica oltre che miglior sarto per uomo, mi ha detto che, sulla roccia di Dessei, ci sono esemplari di alberi di pergamena, (paper tree), in altre isole le mangrovie crescono nell’acqua di mare, anche la vegetazione è un po’ fantastica, insolita

Più che fantastica, la vegetazione di Dessei, è scarsa. Le uniche piante sono le acace spinose. Non conosco l’albero di pergamena. Esistono però isole come Dur Gaam con molti alberi. Le mangrovie, per esempio a Shumma, sono poche e in pessime condizioni, mentre a nord, nell’isola di Isratu, ci sono due grandi bacini con acqua salmastra, completamente circondati da mangrovie, veramente uno spettacolo fantastico.

L’arcipelago delle Dahlak è poco abitato, su alcune isole però vivono pescatori di etnia afar, una delle nove etnie dell’Eritrea, come sono organizzati? Li ha conosciuti durante i suoi viaggi? Sono disponibili verso l’intrusione “straniera”?

© Paolo Pernigotti, Dessei

Ho visitato cinque villaggi. La popolazione delle Dahlak è islamica e rispetta le regole dell’Islam, per cui non abbiamo avuto contatti “misti,” solo separati, però sono persone molto gentili, cordiali, povere ma dignitosissime. Anzi la loro è una dignità che supera i parametri occidentali, per cui un milanese in vacanza alle Dahlak può stupirsi che, nel 2012, si riesca a vivere con decoro senza elettricità. Questi villaggi lontani dai nostri standard di comfort, privi di consumismo, con costruzioni minimali consentono agli abitanti una vita accettabile, grazie anche al clima veramente molto buono.

Che rapporto hanno gli afar con il mare?

Gli afar sono dancali nel dna, gente di terra che proviene dal deserto. Per loro il mare è una risorsa, non un divertimento, non amano nuotare, vivono di pesca e sono attenti ai pericoli del mare. Gli eritrei, tra l’altro, hanno subito la pesca indiscriminata, fatta da grossi pescherecci provenienti dal nord, soprattutto egiziani e sudanesi; alcuni di questi pescherecci sono stati fermati in acque territoriali eritree e sequestrati.

Si legge nel libro di Roghi: «A Dur Ghella» altra isola dell’arcipelago, «la natura era morta, bruciata da un anno poi una notte piovve tre ore e al mattino l’isola era color smeraldo, era scoppiata la primavera». Avviene proprio così? 

Sì. A Natale 2006 ero in vacanza alle Dahlak e ho avuto sei giorni di pioggia. È stato bello però girare per le isole, di solito bruciate dal sole, e vedere il manto verde di erbetta appena spuntata. La cosa più divertente tuttavia era lo sguardo incredulo dei marinai che si davano di gomito, perché, anche per loro, era una situazione inaspettata. A Shumma abbiamo addirittura fotografato un fungo che i marinai ci chiedevano cosa fosse…

L’isola degli Uccelli, Madote, è l’emblema di un altro aspetto dell’arcipelago, la tranquilla convivenza di uomo e natura. Gli uccelli vivono indisturbati, (alcuni falchi nidificano su un faro abbandonato) non tutti hanno un nome, non sono cacciati, vi sostano durante le migrazioni

© Bruno Zanzottera, Madote

Madote è molto visitata perché è l’isola più vicina a Massawa e con una lancia veloce si raggiunge in meno di due ore. Proprio per la presenza di turisti, a dispetto del nome, però non è la più frequentata dagli uccelli. È vero che  su un faro abbandonato da tempo nidifica una coppia di falchi pescatori, però mancano esemplari particolari.

©Bruno Zanzottera, Madote, falco pescatore

Per vedere specie diverse e interessanti, anche la famosa droma, [ndr che lascia suggestive e caratteristiche impronte sulla sabbia] bisogna andare più a nord,  verso isole  meno battute dal turismo e dalle barche da pesca, perché i pescatori per variare la dieta, non uccidono gli uccelli però ne prendono le uova. Gianni Roghi, in realtà, nel suo libro racconta di battute di caccia agli uccelli, quaglie e tordi che popolavano l’Isola Grande io, però, non ne ho mai viste.

E poi non mi sembra che “polenta e osei” sia il piatto nazionale

No, no niente del genere. Le battute di caccia restano aneddoti. L’ alternativa reale alla dieta di pesce è il capretto allevato nelle isole più grandi.

Quello delle Dahlak, per la presenza perenne e fortissima del sole e l’assenza di nuvole, è uno dei mari più caldi al mondo, con una temperatura dell’acqua che varia da 26° in inverno a 32° in luglio e agosto e il plancton che, in assenza di correnti, intorbidisce l’acqua e luccica di notte

Sì di notte l’acqua brilla perché il plancton emana una scia luminosa da cui si staccano “lucciole,” frammenti luminosi. È bello vedere, quando le concentrazioni di plancton sono alte, l’onda che s’infrange a riva lasciando una lunga scia luminosa dietro di sé. La notte però il mare è pericoloso. Si possono vedere grossi barracuda o squali di barriera che si avvicinano a quattro, cinque metri da riva, in fondali bassi, quindi è meglio evitare il bagno.

Recentemente è uscito il suo libro «Storie di uomini, di navi e di guerre nel Mar delle Dahlak» che racconta vicende poco note, quelle dei soldati italiani e degli ascari eritrei che hanno combattuto valorosamente nel Mar delle Dahlak, soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. Ibrahim Mohammed Farag, medaglia d’oro al valore, esempio di lealtà e fedeltà sorpendente, ha una storia particolare

Quella a Farag, un marinaio che diventa balucbasci, sottufficiale, è una delle poche decorazioni concesse dall’Italia agli ascari. Quando, nel 1941,  la sua nave sta per affondare, lui si salva insieme ad altri membri dell’equipaggio e sale su una lancia per raggiungere la riva. Non c’è posto per tutti per cui a turno chi stava meglio, lasciava il posto agli altri. Quando arriva il suo momento per tornare a bordo, poiché in acqua c’era chi stava peggio, cede nuovamente il posto. Si narra che, prima di morire, quando per il freddo e la stanchezza le forze lo abbandonano, avvicinandosi al comandante per salutarlo, si sia “scusato”.

Un episodio toccante che rende onore ai tantissimi eritrei che hanno combattuto con gli italiani durante la seconda guerra mondiale.

Il legislatore italiano non aveva preventivato, per gli ascari, una lealtà che potesse meritare il riconoscimento delle medaglie. Gli ascari non sono mai definiti mercenari però ci si aspettava che non andassero oltre il proprio dovere. Farg è diventato un simbolo proprio perché, come molti altri ascari, ha combattuto ben oltre il proprio dovere

Il soldato eritreo, durante la Seconda guerra mondiale, combatte non per l’Italia ma per la propria terra.  Si crea un’identità tra Eritrea italiana ed Eritrea. Ci sono stati episodi molto negativi, innegabili, la segregazione razziale per esempio, soprattutto ad Asmara. Secondo me, però, dopo la sconfitta dell’Italia, quando l’Eritrea combatte fino al 1943, lo fa per la propria terra, sentendo di appartenere a un esercito italo-eritreo, non coloniale.

Interessante dal punto di vista storico è studiare, cercando documentazione, l’impiego degli eritrei in Libia, durante la Prima guerra mondiale e durante la guerra italo-turca. Ci sono episodi del 1915-1916 in cui ascari eritrei sono presenti, come presidio, in un’oasi della Libia sud occidentale, molto lontani dall’Eritrea. 

Per terminare, alcune domande sulla sicurezza del viaggio: è necessario vaccinarsi contro la malaria? Mi risulta che la zanzara che la trasmette non si riproduca sulle isole

Sicurezza in generale: il viaggio alle Dahlak sotto il profilo della sicurezza in senso lato, non solo sanitaria, è una delle mete migliori che si possano scegliere. Purtroppo l’ignoranza geografica porta a confondere il basso Mar Rosso con l’oceano indiano e la preoccupazione, per cui molti rinunciano, è quella di essere catturati dai pirati.

Non ci sono pirati nel Mar delle Dahlak.

Tra l’altro il comportamento molto attento delle autorità eritree, la totale mancanza di appoggio da parte della popolazione, che mai aiuterebbe etnie profondamente diverse dalla propria,  mette al riparo da qualunque rischio di pirateria.

Per quanto riguarda la sicurezza sanitaria, l’OMS (ndr Organizzazione Mondiale della Sanità) fornisce indicazioni a volte eccessive. Sulla costa, a Massawa, nella stagione delle piogge, può esserci acqua stagnante perciò, contro le zanzare, si possono prendere normali precauzioni (repellenti) o fare una profilassi antimalarica preventiva. Alle Dahlak non ho mai visto zanzare, tranne a Shumma dove possono esserci per la presenza di acquitrini.

Comunque escluderei rischi legati alla presenza di animali pericolosi.

Gianni Roghi parla di aspidi a Dahlak Kebir ma io non ho mai trovato nè serpenti nè loro tracce in tutte le quaranta isole che ho visitato.

La presenza di molti uccelli predatori in isole che non offrono nè ripari nè nascondigli  mi lascia ritenere che non ce ne siano.

Gli unici pericoli possono arrivare dagli animali marini, bisogna stare attenti.  Nelle acque  delle Dahlak ci sono i pesci  pericolosi presenti in tutti  i mari tropicali, ricci di mare, alcuni con lunghi aculei, pesci pietra che negli aculei hanno una tossina pericolosa e grandi predatori, barracuda e squali che però non si avvicinano alla barriera, zona sicura dove fare il bagno.

Dunque, un mare sicuro per un viaggio sicuro…

È un viaggio sicuro in un mare sicuro per amare o imparare ad amare la natura

©Bruno Zanzottera, Dessei

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un commento

  1. Massimo Guiducci says:

    Sono di ritorno da un viaggio nelle Dahlak con Vincenzo Meleca; confermo che per chi ama veramente il mare e la natura le Dahlak sono il massimo.

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