Il mare d’Eritrea

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L’Arcipelago delle Isole Dahlak: Dessei e Madote

L’Arcipelago delle Dahlak è composto da oltre duecento isole, per lo più basse e sabbiose, situate al largo della costa eritrea, di fronte alla città di Massawa, nella parte meridionale del Mar Rosso.

Alcune sono grandi appena un chilometro quadrato, altre non hanno un nome. Solo quattro sono abitate: Dahlak Kebir, Norha, Dohul e Dessei che è l’isola più amata dagli occidentali, ma l’arcipelago nel suo insieme rappresenta un’immensa ricchezza marina, un patrimonio in parte ancora da valorizzare.

Le guide turistiche dedicate alle Isole Dahlak, la migliore è senza dubbio Eritrea di Edward Denison, Edizione Brandt, pur contagiate dall’entusiasmo per la natura “incontaminata e selvatica”, sospendono il giudizio quando si tratta descrivere le strutture turistiche. La mitica Lonely Planet nell’ultima edizione scrive che, forse, qualcosa sorgerà nei prossimi anni, Insha Allah.

Le Isole Dahlak, in effetti, condividono con la terraferma oltre alla bellezza anche il destino.

L’Eritrea, cui l’Italia di Francesco Crispi ha dato il nome nel 1890, è stata una colonia dell’Africa Orientale Italiana fino al 1941 per diventare poi protettorato inglese e, nel 1950, con parere favorevole dell’ONU, quattordicesima provincia etiope: insomma mentre l’Africa si affranca dal colonialismo occidentale, l’Eritrea diventa colonia etiope. Nel 1961 gli eritrei cominciano un’ inesorabile e difficile lotta armata che li condurrà, trent’anni dopo, (24 maggio 1993) all’indipendenza.

Queste date sono importanti perché dimostrano che è solo la storia più recente, quella dopo l’indipendenza, ad aver permesso all’Eritrea di occuparsi del proprio territorio e delle Isole Dahlak che, dal punto di vista amministrativo ora competono alla Zona Meridionale del Mar Rosso.

Nonostante le limitatissime risorse e i danni gravissimi causati dalla guerra, l’Eritrea, diversamente dai vicini dell’altro Mar Rosso, rispetta profondamente il proprio patrimonio naturalistico e valuta con attenzione i progetti alberghieri e turistici, nel timore che la bellezza dei luoghi sia stravolta da interventi sbagliati.

Da un paio d’anni, però, l’isola grade, Dahlak Kabir, non può essere visitata dai turisti per la presenza di cantieri per la costruzione, da parte del Qatar, di ville private e strutture alberghiere. Nessuno si stupisce se il Qatar compra la maison Valentino, però l’investimento in uno dei posti più belli al mondo, chissà perché, è oggetto di diffidente incredulità.

A Dessei, invece, Giovanni Primo, il più importante e tenace albergatore italo-eritreo, già proprietario dell’Albergo Italia di Asmara e del Grand Hotel Dahlak di Massawa (ristrutturato e aperto nel febbraio 2012), ha realizzato il progetto di costruire agdò e tucul, ambienti in sintonia con la natura, realizzati con pietre e paglia, per incoraggiare un turismo che da tempo attende le Dahlak.

Ancora oggi quelli d’Eritrea non sono atolli addomesticati, non ci sono rainbow tower di grandi catene alberghiere e neppure villaggi vacanze con ristoranti tipici. L’acqua dolce arriva a fatica, la luce serale è affidata più alla luna che alle torce, le provviste giungono da Massawa ma il piatto forte resta il pesce cotto e mangiato.

Tuttavia Dessei incanta per la naturalezza magica che permette di dormire in un tucul con arredo d’epoca, sulla cima di un’altura, circondati solo dal cielo e dal mare, oppure davanti al proprio agdò con la sabbia per pavimento e mille stelle luccicanti sopra la testa.

Non ci sono ombrelloni né lettini attrezzati, sono le capanne sulla battigia ad offrire un’ombra momentanea, sempre che si riesca a lasciare il mare.

La bellezza delle Isole Dahlak è impossibile da raccontare con le parole, qualcosa possono suggerire le immagini che riescono a cogliere le infinite sfumature azzurre dell’acqua trasparentissima, velata solo dal plancton. È un mare dove saltano i delfini e vi sono pesci di ogni tipo dai nomi evocanti, farfalla, pagliaccio, palla, nuvole di pesci trasparenti che è possibile vedere con maschera e boccaglio. I sub, però, per scoprire i fondali, possono organizzarsi con il Diving Center di Massawa.

Austere, spoglie, desolate, sono gli aggettivi scelti dalla Lonely Planet (edizione 2011) per rimarcare la lontananza di queste isole dall’immagine consueta di paradiso tropicale e il loro riserbo nel tenere nascosti i tesori.

Dessei è un’isola con due anime; una primaverile, colorata, perché durante la stagione delle piogge, (da dicembre ad aprile) compare una bassa vegetazione e un timido verde, l’altra estiva quando, con le temperature che sfiorano i 40°, gli unici colori che possono resistere sono quelli della sabbia.

I pescatori di etnia afar che abitano a Dessei vivono in capanne di paglia e rami che si spostano per seguire le maree. Le donne, bellissime e gentili, accolgono il visitatore con vassoi di paglia intrecciata colmi di conchiglie, qualche volta già infilate in collane. Sono oggetti davvero belli, anche se decisamente sottovalutati da un occidente femminile intorpidito dalla finzione di mille Accessorize.

A riva le barche dei pescatori, gli houry e i sambuchi, attendono il mare. Gli houry sono barche non lunghe costruite con tavole di legno e dotate di un motore fuoribordo, i sambuchi, invece, sono barche sempre in legno però di lunghezza superiore ai sedici metri.
Il giro turistico delle isole si può fare prendendo in affitto un sambuco a Massawa.

Per vendere al mercato il pesce direttamente e nel modo più conveniente, i pescatori si sono organizzati in cooperative, mentre il lavoro delle donne consiste nel riparare le reti, seccare il pesce e raccogliere conchiglie ornamentali.

Gli Afar sono di religione musulmana e a capo di ogni villaggio vi è un sultano.

A nord di Dessei si incontra un’isola piattissima, bianca di sabbia e azzurra per i fortissimi riflessi dell’acqua. Alta un metro e mezzo sul livello del mare, lunga forse centocinquanta metri, Madote è un gioiello, una goccia con la punta corallina sulla quale si erge un vecchio faro.

Distesi sulla sabbia, davanti alla piscina naturale, una laguna creata dalla barriera corallina, si può incappare nello sguardo interrogativo di un mestoso pellicano che, attorniato da moltissimi altri uccelli, guarda con curiosità l’ingerenza bipede.

Bloc Notes

Per un Viaggio alle Isole Dahlak è necessario chiedere il visto per l’Eritrea:
Ambasciata dello Stato d’Eritrea in Italia, Roma
T. 0642086795

In Italia, per l’organizzazione del viaggio è possibile contattare l’agenzia Afronine
http://www.afronine.com/

Grand Hotel Dahlak, Massawa T. 551281
Dahlak Village Resort Dessei T. 7154804

In Eritrea Tour Operator e Travel Agency per prenotazioni, noleggio auto, permessi per gli spostamenti:

EriNine:
Asmara, +291.1.12271.127300
Massawa +291.1.552664

Ghile: +291.1.161516
Mobile +291.(0)7112052

Guide turistiche:

Lonely Planet, Etiopia e Eritrea, EDT
Edward Denison, Eritrea, Brandt
Marco Cavallarin, Eritrea, Polaris

Per conoscere le Isole Dahlak:
Vincenzo Meleca, Ritorno a Dahlak Kebir, 2001

NOVITA’
Di Vincenzo Meleca, in uscita in questi giorni “Storie di uomini, di navi e di guerra nel Mar delle Dahlak”

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Un commento

  1. EMILIO BAISERO says:

    it is very nice

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