Eritrea ed Etiopia, fallita mediazione di pace italiana

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©Bruno Zanzottera, Asmara, Harnet Avenue, Cinema Impero

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L’Italia in Etiopia, fallita mediazione di pace con l’Eritrea, riceve un secco no dal Primo Ministro di Addis Abeba che minaccia l’attacco.

Lo scorso 29 marzo l’europarlamentare, area PD, Gianni Pittella, presidente a Bruxelles del gruppo SD (Socialisti e Democratici)  è andato ad Addis Abeba per mediare la pace tra Etiopia ed Eritrea. Così scrive prima della partenza, vado “per invitare il governo di Addis Abeba ad adoperarsi per una soluzione pacifica che porterebbe a stabilizzare non solo i due paesi [ndr Eritrea ed Etiopia] ma l’intera regione del Corno d’Africa”. La risposta di Addis Abeba, però, sarà un secco no, se la Ue aiuterà l’Eritrea attaccheremo provocando la fuga di milioni di profughi verso l’Europa.

Occupandosi del problema migranti, spada di Damocle per l’Europa, Pittella, pur non avendo in programma nessuna tappa ad Asmara, descrive l’Eritrea con parole dure, “un regime di terrore” che compie crimini contro l’umanità, un paese-prigione da cui fuggono, in cerca d’asilo, “esseri umani come noi”.

È urgente, conclude, che l’Europa si attivi per il “ripristino di alcune minime condizioni di agibilità politica e del vivere civile del tutto cancellate dal potere assoluto e tirannico del presidente Isaias Afwerki”.

Pittella parte quindi per la sua missione di mediazione tra Asmara e Addis Abeba, in favore della pace, per la democrazia e la libertà, mantenendosi super partes, senza nessuna predisposizione d’animo favorevole all’Eritrea.

Il viaggio è l’occasione per sottolineare che il futuro di Europa e Africa non può limitarsi allo sfruttamento delle risorse, o al sostegno di regimi corrotti ma deve promuovere il rispetto per i diritti umani, per la libertà, la pace e la democrazia.
Questi sono, infatti, i temi della conferenza stampa tenuta al Parlamento Europeo durante l’African Week di marzo, prima degli incontri in loco.

In Eritrea, sostiene Pittella, bisogna riportare lo “stato di diritto”, condizione necessaria per frenare l’esodo che arriva in Europa. Del resto, citando Matteo Renzi, ripete: “l’Africa è una nostra priorità e l’Eritrea rientra a pieno titolo in questa azione che può e deve riguardare l’Unione Europea”.

Un’ Europa, per la verità, non indifferente all’accoglienza dei profughi eritrei che ottengono asilo se si dichiarano perseguitati politici, situazione che, come ha detto Andreas Melan, ambasciatore austriaco ad Addis Abeba, induce molti etiopici a spacciarsi per eritrei, pur di avere la stessa corsia preferenziale.

E su oltre 80 milioni di etiopici sono molte le persone, soprattutto appartenenti alle etnie in rotta con il governo, che scelgono la “mobilità” della fuga all’estero. Situazione poco nota, non raccontata dai media internazionali, relegata in margine come cronaca locale. L’Occidente non è interessato ai richiedenti asilo etiopici o ai problemi interni dell’Etiopia, a chi sta combattendo per non perdere la propria terra.

Le Nazioni Unite, invece, per capire le cause dell’emigrazione dall’Eritrea, hanno istituito una commissione d’inchiesta che ha scritto un report dando voce a 550 testimoni residenti in paesi terzi. Risultato? L’Eritrea è accusata di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità, motivi della fuga ogni mese di 4.000/5.000 eritrei, dati Unhcr.

In cosa consistono queste violazioni e questi crimini?

Nel 1993, con il referendum “più affermativo della storia” gli eritrei confermano di voler essere indipendenti ma, poco dopo, nel 1998, il paese è attaccato dall’Etiopia che rivendica un territorio al confine tra i due stati comprendente la cittadina di Badme.

Nel 2002 il conflitto termina con il verdetto di una commissione internazionale che darà ragione all’Eritrea, dicendo che il territorio conteso è suo, ma l’Etiopia non abbandonerà l’area, confidando nell’indifferenza occidentale.

Così l’Eritrea indipendente, pur essendo riuscita in tempi brevi a creare unità in una nazione composta da differenti etnie, nella quale cristiani e musulmani abitano negli stessi quartieri e festeggiano insieme il matrimonio dei figli, vive una pace “virtuale”, con soldati etiopici all’interno del proprio territorio, sottraendo perciò allo sviluppo risorse da destinare alla sicurezza.

Il servizio nazionale, accusato oggi di ridurre in schiavitù i cittadini eritrei, nato come scelta per lavorare insieme per la ricostruzione fisica di un paese distrutto da trent’anni di lotta e dai saccheggi del Derg, diventa l’asse portante militare e civile del paese, reggendone l’economia non basata sugli aiuti.

L’accusa dice che il paese sta usando l’alibi di una possibile guerra per non rinunciare a una leva obbligatoria trasformata in lavoro sottopagato.

Per capirsi, un giovane eritreo frequenta la scuola primaria e secondaria vicino a casa, poi al termine entra a Sawa dove completa l’iter e fa il servizio militare obbligatorio. Infine, a seconda delle capacità e dell’esito dell’esame finale, farà il College, una sorta di laurea breve, oppure un corso di formazione prima del lavoro o, invece, la carriera militare.

Il problema eritreo non è la militarizzazione della società civile ma il basso salario di chi lavora per lo stato nell’ambito del servizio nazionale. Una situazione che spinge i giovani che hanno studiato, sanno fare un lavoro, parlano e scrivono in inglese (solo nei primi anni di scuola l’insegnamento è in lingua locale) a cercare di guadagnare di più e subito, non in patria ma all’estero.

Dall’Eritrea, infatti, non fuggono, come da altre zone dell’Africa, famiglie intere ma singoli, avanguardie in cerca di un futuro migliore. Ragazzi e ragazze che non credono che la soluzione del problema confine sia vicina, perciò, lasciandosi alle spalle discussioni geopolitiche prive di risultati, decidono di correre il rischio di un viaggio organizzato da trafficanti e scafisti pur di raggiungere la ricca Europa.

Spesso il loro sogno è semplice, guadagnare abbastanza per tornare in patria in estate, durante le vacanze e, magari, ristrutturare casa, portare regali, avere soldi per sposarsi.
I rientri in Eritrea di questi ragazzi sono così frequenti da aver spinto alcuni paesi che li hanno accolti perché perseguitati politici a vietarli.

Che la situazione in Eritrea sia diversa da come la racconta chi non c’è mai stato l’hanno scritto, per primi, i danesi (Danish Immigration Service) che nel loro lungo report citano il giudizio di un’ambasciata occidentale: “il 99,9% dei giovani che lasciano il paese è migrante economico”.

Anche altre commissioni europee per i migranti, dopo essere andate nel paese daranno giudizi simili. L’Eritrea, dicono, è un paese povero ma non un gulag.
Una delegazione svizzera che vi si è recata a inizio 2016, ha detto che il paese è povero ma non è una “Corea del Nord” africana.

Il principale problema, dice chi la visita, è la povertà: scarsa industrializzazione, agricoltura di sussistenza, lavoro statale governato dal servizio nazionale e, finora, poco pagato.

Adesso la situazione potrebbe cambiare, l’estrazione mineraria iniziata a Bisha, si estenderà ad altre aree, mentre la costruzione di invasi e micro dighe, oltre a mettere al riparo dal pericolo siccità, migliorerà l’agricoltura, fornendo prodotti per l’esportazione.

In tema di sviluppo un tassello importante è la notizia uscita qualche giorno fa sui siti ufficiali della Farnesina e dell’Unione Europea del siglato accordo Ue con Asmara.
Il paese riceverà 175 milioni di euro per investimenti nel settore energetico, per rifare la rete elettrica, costruire impianti fotovoltaici, eolici e per l’esplorazione geotermica.

Lo scorso dicembre 2015, ministri e politici intervistati da EritreaLive hanno dichiarato di aspettare con ansia l’avvio di questi progetti energetici, chiave di volta per lo sviluppo delle società contemporanee.

La decisione europea, il concordato aiuto per portare energia nel paese, è frutto dell’osservazione che gli eritrei che emigrano lo fanno per cercare lavoro, quindi se l’Eritrea avesse condizioni economiche migliori, la gran parte di loro rimarrebbe nella propria terra. Considerazioni probabilmente nate durante i colloqui del cosiddetto “Processo di Khartum” dal nome della capitale del Sudan che ne aveva ospitato l’avvio e continuate a Roma nel novembre 2014.

Che l’Europa aiuti l’Eritrea però non piace a tutti. Alcuni europarlamentari sono contro “perché”, spiegano a Vita.it “la popolazione eritrea non ne trarrà alcun beneficio, al contrario renderà più gravi le cause per cui decine di migliaia di persone stanno fuggendo”. A patrocinare la campagna contro gli aiuti è Mussie Zerai, prete cattolico di origine eritrea “angelo custode” dei profughi che, ricevendo sul proprio satellitare le chiamate lanciate dai barconi prima dell’affondo, li salva trasmettendo le loro coordinate perché abbiano aiuto in acque internazionali.

Attualmente l’Eritrea ha tre problemi, strettamente connessi tra loro, una pace precaria con l’Etiopia, una situazione economica fragile e un alto numero di giovani che emigrano. All’Europa, meta della migrazione, interessa risolvere il terzo punto. Per l’Eritrea il più importante rimane il primo, ma l’Etiopia cosa ne pensa?

Al rientro dalla sua missione Gianni Pittella dichiara alle agenzie di stampa che non c’è al momento alcuna possibilità di normalizzare i rapporti fra Etiopia ed Eritrea, i problemi seguiti al conflitto del 1998-2000, “rimangono tutti aperti” dice, aggiungendo che “c’è un clima non buono” e che “il presidente dell’Etiopia gli ha detto che se l’Ue continuerà a dare soldi all’Eritrea, considerata dall’Etiopia un regime dittatoriale, Addis Abeba la invaderà e ci sarà un altro milione di profughi in cammino verso l’Italia”.

Per l’importanza delle dichiarazioni riportate ho cercato di contattare, per intervistarlo, l’onorevole Pittella, in attesa delle sue risposte, il quadro della situazione si può chiarire con quanto già rilasciato alle agenzie e al quotidiano Avvenire.

L’Etiopia, dice Desalegn a Pittella, esprime la sua “democratica” preoccupazione per l’aiuto europeo a un paese sotto il giogo della dittatura.

Una frase singolare che apre alcune domande. La preoccupazione dell’Etiopia può essere considerata “democratica”? È “democratico” non rispettare un trattato internazionale, quello di Algeri del 2002, e minacciare un’invasione per bloccare gli aiuti? Aiuti che in questi anni l’Eritrea, al contrario dell’Etiopia, è stata accusata di rifiutare per affamare i suoi cittadini?

Sempre a proposito degli incontri del gruppo Socialisti e Democratici, durante la visita dello scorso marzo ad Addis Abeba, sul sito pdmodena.it si legge che è necessario capire le cause della crisi migratoria che toglie la speranza a milioni di giovani africani.
In Etiopia, continua il comunicato, parleremo di crescita, ma “perché questa crescita ci sia, accompagnata dall’affermazione della democrazia, è necessario che l’Europa e l’Africa scelgano di essere partner privilegiati in sviluppo e diritti umani”.

Forse l’Europa, nel nostro caso l’Italia, prima di basare cooperazione, partnerariato e co-sviluppo economico sulla condivisione di concetti come democrazia e diritto, dovrebbero assicurarsi che i propri interlocutori, in questo caso l’Etiopia, non li usino come fionda per lanciare sassi, naturalmente dall’altra parte del confine.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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Un commento

  1. MARCO CALISTRI says:

    diciamo la verità una volta per tutte:l’ostilità che i perbenisti democratici nutrono nei confronti dell’Eritrea deriva dal fatto che l’Eritrea è stato l’UNICO PAESE A NON SOTTOSTARE AL DIKTAT DEI VINCITORI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE CONQUISTANDO L’INDIPENDENZA DOPO 35 ANNI DI GUERRIGLIA PRIMA CONTRO L’eTIOPIA DEL nEGUS AIUTATO DAGLI ANGLO-AMERICANI,POI CONTRO L’eTIOPIA DI mENGHISTù AIUTATO DAI RUSSO -CUBANI ED INFINE CONTRO L’eTIOPIA AIUTATA DA iSRAELE CHE HA FORNITO LE BOMBE PER DISTRUGGERE mASSAUA IN CAMBIO DEL PERMESSO AI FALASCIA DI RAGGIUNGERE ISRAELE.-DOVE PERALTRO SONO TRATTATI COME PEZZE DA PIEDI.LA DEMOCRAZIA E’ SOLO UNA SCUSA PER I GONZI

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