ERITREA ED ETIOPIA, È SCOCCATA LA PACE

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TRA ERITREA ED ETIOPIA È SCOCCATA LA PACE

Asmara, il presidente Isaias Afwerki durante il discorso nel Giorno dei Martiri, 20 giugno

L’ERITREA INVIERÀ UNA DELEGAZIONE AD ADDIS ABEBA.

L’Eritrea, dopo l’annuncio dell’Etiopia di voler rispettare gli accordi di Algeri rimasti in sospeso dal 2002, ha risposto che invierà una delegazione ad Addis Abeba, in Etiopia.

Gli Stati Uniti plaudono le leadership eritrea ed etiopica e il cammino di pace.

La risposta eritrea è arrivata il 20 giugno, durante la commemorazione dei martiri. Data simbolica, ricca d’importanza, che rappresenta la candela perennemente accesa in ricordo di quanti hanno dato la vita per avere un Paese libero.

È infatti il giorno in cui l’Eritrea onora i martiri, uomini e donne morti combattendo per conquistare l’indipendenza (1961-1991) e per difendere i territori nel successivo scontro con l’Etiopia, 1998-2000.  

Il presidente Isaias Afwerki ha scelto questo giorno per annunciare, nel discorso pronunciato al Cimitero dei Martiri di Asmara, che una delegazione eritrea andrà ad Addis Abeba.

Parole precise che hanno ripercorso, con un’analisi storico-politica le cause dello scontro tra Eritrea ed Etiopia. Da entrambe le parti si stanno sentendo in questo periodo parole di pace. La voglia che due popoli vicini geograficamente e culturalmente, siano di nuovo amici, per avere un futuro tranquillo.

Il 2018, ha detto Isaias, è un anno importante. Al centro il rapporto con l’Etiopia, diventato “questione” dopo lo scontro per la contesa zona di confine che ha causato la frattura tra i due paesi

Purtroppo, dopo il 1991, anno di svolta per Eritrea ed Etiopia che avevano combattuto contro il dittatore Menghistu Heilè Mariam, i rapporti tra i due paesi non seguono la via sperata. Si arriva anzi, nel 1998, a uno scontro che danneggia entrambi i popoli. In Eritrea anziché crescita e sviluppo, per due generazioni, si apre la porta della sofferenza.

Dal 2002 il paese è in una situazione di stallo. Una crisi che le ultime amministrazioni americane peggiorano. Ora, dice il presidente Isaias, con l’amministrazione di Donald Trump, l’atteggiamento verso i paesi del Corno d’Africa è cambiato in meglio.

Per quanto riguarda gli etiopici, continua nel suo discorso Isaias, sono anche loro vittime delle scelte politiche del TPLF, Tigrayan People’s Liberation Front,  partito finora egemone.

La politica del TPLF in questi ventisette anni ha fermato crescita economica e sviluppo, non solo in Eritrea ma anche nella zona etiopica del Tigray, che con la vicina Eritrea lavorava e commerciava. In una situazione di pace e tranquillità entrambi i paesi avrebbero potuto avere legami forti e positivi.

Tuttavia, spiega Isaias, il TPLF ha tirato troppo la corda proprio al suo interno, creando un forte malcontento.

Non dimentichiamo che il TPLF rappresenta la minoranza tigrina che in Etiopia raccoglie circa il 6 per cento della popolazione, contro il 60 pe cento di etnia amhara e oromo. E sono proprio amhara e oromo che, in questi ultimi anni sono scesi in piazza chiedendo, tra l’ altro, una maggiore rappresentanza politica.

Sono loro che hanno voluto il cambiamento, mobilitando chi pensava che la misura fosse ormai colma. #Enough is enough è stato l’hashtag degli scorsi mesi. Una protesta che ha condotto il governo in carica al “game over”.

Il 15 febbraio di quest’anno, con il paese ormai al collasso e una situazione generale che impensieriva l’occidente, il primo ministro Heilemariam Desalegn, dopo aver proclamato lo stato d’emergenza, si è dimesso.

Al suo posto il 2 aprile si è insediato Abiy Ahmed.

In nuovo premier è un uomo giovane con radici oromo e amhara, ex militare e combattente, che ha studiato tra Londra e Pretoria. Un politico collaudato, dice chi lo conosce.  

Fin dal suo primo discorso, Abiy ha detto di voler riprendere i rapporti interrotti con l’Eritrea nel 1998.

Il passo successivo è stato di politica interna. Il Primo Ministro è andato nelle zone “calde” del Tigray, quelle nell’area del conteso confine dove il TPLF ha il massimo appoggio.  Qui, coinvolgendo gli stessi dirigenti del TPLF, seduto accanto a loro, si è rivolto in tigrino alla gente, spiegando i motivi della nuova pace. Un dialogo condiviso, però, solo virtualmente dal TPLF che, in realtà, continua ad organizzare in queste zone manifestazioni contro tale processo.

Per questo motivo, sabato 23 giugno moltissimi etiopici scenderanno in piazza nella capitale Addis Abeba, contro il TPLF,  perché il Primo Ministro senta la solidarietà del paese e la  sua voglia di pace.

Anche gli Stati Uniti sperano nella pace tra Eritrea ed Etiopia.

Lo scorso aprile era arrivato ad Addis Abeba, fermandosi prima ad Asmara, Donald Yamamoto, vice segretario di stato americano. Una visita importante aveva commentato Bronwyn Bruton, vicedirettrice Africa Center, think tank americano.

Sono proprio i rapporti tesi con Washington ad aver impedito, tra Etiopia ed Eritrea, la soluzione della questione confine, dichiara infatti all’agenzia italiana Askanews. “Rapporti migliori con l’Eritrea consentiranno all’America di avere una maggior influenza nel Corno d’Africa”, conclude l’analista.

 Il 5 giugno l’Etiopia, a sorpresa, dichiara di accettare la decisione della commissione per i confini, EEBC, che sedici anni prima aveva stabilito in modo “definitivo e vincolante” che la zona contesa, compresa la cittadina di Badme, fosse eritrea.

Quindi il presidente Isaias, rispondendo ai “segnali positivi” arrivati dall’Etiopia in quest’ultimo periodo, il 20 giugno annuncia che “una delegazione eritrea andrà ad Addis Abeba” con l’intento di “valutare gli sviluppi in corso in modo diretto e approfondito, per pianificare passi futuri”.

Parole sperate.  Rimbalzate subito in rete. 

Non solo nei canali ufficiali ma anche via tweet. L’Ambasciatore d’Eritrea in Giappone, Estifanos Habtemarian ha definito il viaggio della delegazione eritrea “un impegno costruttivo”. Come anche l’ambasciatore d’Eritrea in Kenya, Beyene Russom che ha commentato positivamente, in un tweet, la decisione d’inviare una delegazione eritrea ad Addis Abeba.

Poco dopo il discorso del presidente Isaias, il primo ministro Abiy, in un tweet del suo portavoce Fitsum Arega, lo ringrazia per la risposta positiva, definendola una premessa per la pace e la riconciliazione.

Mentre, in un discorso alla televisione di stato, parlando in tigrino, lingua dell’Eritrea, rivolto al presidente Isaias, il Primo Ministro, afferma, riferendosi alla decisione presa, che “è una grande notizia in un grande giorno”.

Finché il processo di pace è rimasto fermo, aveva già commentato Fitsum Arega, la sofferenza da entrambe le parti è stata indicibile, una situazione che deve cambiare, per il bene di entrambi.

Due giorni dopo queste dichiarazioni arriva il commento dell’America.

Venerdì 22 giugno la Casa Bianca dirama un comunicato stampa.  È lieta, scrive, che Eritrea ed Etiopia stiano normalizzando i loro rapporti e che una pace duratura sostituisca lo stato di guerra fredda.

Congratulandosi con il presidente Isaias e con il primo ministro Abiy per la loro “coraggiosa leadership”, l’America ricorda inoltre che, come testimone dell’Accordo di Algeri, è pronta a facilitare il processo di pace.

Dello stesso tono la nota diffusa il giorno prima dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. L’Onu ha accolto con favore i passi dei due paesi verso la pace. Esprimendo la propria disponibilità  al consolidamento dei buoni rapporti tra Eritrea ed Etiopia.

Dunque, in questi primi giorni d’estate, tra Eritrea ed Etiopia, con il plauso occidentale, è scoccata di nuovo la pace. Una condizione finora bloccata non per l’ostilità del popolo etiopico, ma per gli interessi del gruppo al potere.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un commento

  1. Speriamo che la pace arrivi in questi due meravigliosi paesi. Speriamo che la morte dei miei zii, fratelli, nonni e distruzione della vita di molti giovani e bambini (inclusa la mia vita) serva finalmente a qualcosa e che renda liberi ed indipendenti i due paesi.

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