Appuntamento ai Marinai, di Ariam Tekle, tra Milano e l’Eritrea

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EritreaLive intervista Ariam Tekle, autrice e regista di "Appuntamento ai Marinai", documentario sulle seconde generazioni eritree a Milano

EritreaLive intervista Ariam Tekle (nella foto) autrice e regista di Appuntamento ai Marinai, documentario sulle seconde generazioni eritree a Milano

Eritrea Live intervista Ariam Tekle, una giovane donna tra Eritrea e Italia, autrice e regista di Appuntamento ai Marinai, work in progress, documentario su ragazzi eritrei di seconda generazione.

Ariam, eritrea di seconda generazione. Studi a Bruxelles in sociologia e antropologia, un saggio in Relazioni Internazionali sul movimento dei giovani eritrei (YPFDJ) ci racconti di te e del tuo progetto. Come nasce il documentario in preparazione, Appuntamento ai Marinai ?

Ho 28 anni e sono nata e cresciuta a Milano. Appuntamento ai Marinai è il mio sogno. Il progetto di un documentario sulle seconde generazioni di eritrei. Ragazzi nati o cresciuti qua, tra fine anni’70 e inizio anni’80.

Come mai sei nata in Italia?

I miei genitori sono arrivati a Milano dall’Eritrea, negli anni Settanta. Scappavano dalla guerra (ndr, l’Eritrea nel 1961 inizia a combattere contro l’annessione all’Etiopia. La lotta durerà trent’anni). Mio padre scappa prima, poi scapperà anche mia mamma.

Per Asmara l’anno peggiore è stato il 1974. Ci sono stati anche bombardamenti.
Mio padre, pur non essendo al fronte, sosteneva la lotta.

L’Eritrea per lui era diventata pericolosa. Le autorità etiopiche l’avevano scoperto. Mia mamma invece è arrivata in Italia con l’aiuto di una zia. Lei, come molte altre donne eritree, è riuscita ad arrivare qui perché aveva un contratto di lavoro come domestica.

Grazie a una famiglia italiana?

Sì, è arrivata in modo tranquillo. Ha scelto l’Italia perché c’erano i suoi familiari. Molte persone venivano in Italia perché conoscevano la lingua. Le donne, spesso, già in Eritrea, lavoravano per famiglie italiane.

Un collegamento storico…

Sì. Le donne in Italia si sentivano a loro agio, conoscevano cultura e abitudini.
Per mia mamma la prima tappa è stata Torino, poi Milano. Il papà e la mamma si sono incontrati in Italia, durante le assemblee per sostenere la lotta in Eritrea. Nel 1980 si sposano, nasce mia sorella Ruth, poi nel 1988 nasco io.

I miei genitori continuano, anche dall’Italia, a sostenere la lotta per l’indipendenza eritrea (ndr, 1991). Raccolgono e inviano medicinali, aiutano in molti modi l’organizzazione che la sostiene. La diaspora è stata fondamentale per raggiungere l’indipendenza.

Appena arrivati a Milano i miei genitori abitano in caseggiati dove ci sono molti eritrei. Così nascono le amicizie.
A tenere uniti gli eritrei sono due aspetti: politica e religione.

La nostra è una cultura forte che i genitori cercano di trasmettere ai figli. Più difficile è trasmettere la lingua. La cultura, invece, si vive in casa. E anche la religione. Qualche anno fa è mancato Padre Marino che, con suor Cesarina, ha aiutato moltissimi eritrei.

In cosa consisteva l’aiuto?

Molti gli chiedevano una mano per i documenti, il lavoro, l’alloggio.

La comunità eritrea di Milano è molto unita. Tra quelle straniere non è la più numerosa, senz’altro però la più organizzata.

Le donne hanno sempre partecipato alla vita politica, sia al fronte sia nell’organizzazione della diaspora. Non si sono mai limitate alla famiglia, hanno sempre avuto un ruolo nella società. La donna eritrea è una donna forte, impegnata. In Italia le donne eritree sono molto organizzate.

Qual è il tuo legame con l’Eritrea?

In Eritrea ho ancora parenti. Ci vivono mia nonna, la mamma di mia mamma, qualche cugino e alcuni zii. Mio papà, ora in pensione, vive un po’ in Italia un po’ in Eritrea.

Avete una casa?

Sì, un po’ fuori Asmara. Purtroppo non ci sono ancora stata, non ho ancora visto la casa. Penso entro un anno di riuscire ad andarci.

Come è stato presentato Appuntamento ai Marinai ?

Abbiamo presentato il progetto con un teaser per lanciare la campagna di crowdfunding
Con me stanno lavorando diverse persone, videomaker, montaggio…

Il documentario parla, senza retorica, di seconde generazioni, di figli d’immigrati che si sentono italiani e rivendicano il diritto all’italianità. Anche se, ormai, non per tutti è così. Non più.
Nel documentario si parla di Milano. Racconto soprattutto le storie di quarantenni eritrei che vivono qua. Storie tra loro molto differenti.

Il percorso individuale è importante ma il contesto sociale ancora di più. Se cresci come figlia d’immigrati, tra pochi altri, cresci in modo diverso rispetto a chi cresce con tanti altri.

Tu sei cresciuta tra molti? Che ricordi hai?

Non ho ricordi particolari, solo un compagno una volta, penso fossimo alle elementari, mi ha chiesto se mi sentivo più italiana o eritrea. A quel punto me lo sono chiesta anch’io.
Nella mia esperienza, però, non sono mai stata l’unica a essere figlia d’immigrati, eravamo sempre tanti.

Milano cominciava a essere multietnica?

Sì. Le esperienze di chi ha più anni di me sono diverse. Tra me e mia sorella la differenza la fa la società in cui viviamo.

Nel caso di mia sorella non veniva preso in considerazione il fatto che anche loro fossero italiani. Erano considerati diversi, punto. Non per questo la loro vita e le loro esperienze erano per forza negative…

Interiorizzavano il razzismo, tutto qui. Era normale. Succedeva che a 12-13 anni fossero fermati dalla polizia per controlli. Era normale, così lo diventava anche per loro.

Mentre oggi?

Oggi la discriminazione ha cambiato rotta. Non c’è quasi più tra le persone ma c’è a livello burocratico. Io, genitori stranieri, nata e vissuta a Milano, fino a 18 anni non sono italiana. Sono discriminata. Magari le persone non mi vedono diversa, però sono trattata diversamente.

Il problema è la cittadinanza italiana?

La cittadinanza è un diritto. Che però non mi obbliga a sentirmi italiana.
Come dicevo prima, bisogna evitare la retorica.
Ottenuta la cittadinanza posso sentirmi italiana, posso sentirmi italiana e qualcosa d’altro, posso sentirmi altro.

Torniamo al documentario, cosa significa Appuntamento ai Marinai?

Appuntamento ai Marinai perché è un dei luoghi dove i ragazzi eritrei si incontravano per stare insieme.

I ragazzini milanesi si incontrano sotto casa, in zona. Chi si dava Appuntamento ai Marinai invece, attraversava tutta la città per arrivarci. Prima dei Marinai, il punto d’incontro era via Kramer dove suor Cesarina aveva ottenuto uno spazio.

Per il documentario, tra l’altro ho ritrovato e intervistato suor Cesarina, ormai molto anziana.

Chi è suor Cesarina?

Una donna speciale, molto amata dagli eritrei. Era riuscita ad avere uno spazio, una specie di oratorio dove si incontravano le nostre mamme. Quando poi hanno avuto figli, lei le ha aiutate a portarli in Italia, con “l’invito”.

Il problema, però, era la casa. Le donne eritree lavoravano e vivevano nelle case italiane. È suor Cesarina che, attraverso la Caritas di Bergamo, riesce a trovare per i bambini sistemazioni nei vari collegi. Mentre in via Kramer, grazie all’aiuto dei volontari, sono seguiti nei compiti.
Così la mattina vanno a scuola, il pomeriggio fanno i compiti in oratorio. E, soprattutto, si incontrano, stanno insieme. Giocano a calcio.

Via Kramer è stato un luogo molto importante, al di là della religione. Per molti è stata un’alternativa sana alla strada.

L’oratorio, anche per i bambini italiani, è stata un’alternativa all’assistenza che mancava…

Tutte le persone che ho intervistato sono passate per via Kramer e tutte hanno conservato un ricordo affettuoso di suor Cesarina, anche se non avevano più sue notizie. Ci ha aiutato molto. Purtroppo però a metà anni ‘90 via Kramer chiude.

Quindi, dove vi ritrovate?

Il luogo d’incontro diventa Largo Marinai d’Italia, perché è vicino. Ma anche perché è uno dei pochi parchi milanesi sempre aperto, senza cancelli.

Ci si incontrava lì anche senza appuntamento, c’era sempre qualcuno.
Lì si passavano i pomeriggi e anche le serate. Non tutti potevano permettersi la discoteca. Si stava insieme “Ai Marinai”.

Appuntamento ai Marinai è nato dalla mia curiosità. Volevo capire com’era stato crescere per la generazione prima di me. Quando ancora non si parlava di seconde generazioni.

Il titolo Appuntamento ai Marinai è perché ricordavo mia sorella che al telefono si dava appuntamento con le amiche dicendo: “ci vediamo ai Marinai”.

Da piccola immaginavo questo posto come un bar con i marinai. Ero curiosa. Poi, crescendo, ho scoperto che era un luogo, “Largo Marinai d’Italia”…

Appuntamento ai Marinai ora è un appuntamento simbolico. Per scoprire, attraverso questo luogo, le storie del passato. Storie che, secondo me, dovrebbero essere conosciute da tutti, eritrei e milanesi.

Cominciando dai luoghi che sono riconoscibili per i milanesi, la fontana del parco, Porta Venezia e molti altri. Luoghi condivisi che narrano storie di oggi e del passato.

Appuntamento Ai Marinai vorrei fosse questo, un punto d’incontro fra storie, persone e luoghi.

A che punto è il progetto?

Il lavoro è ancora tanto. Siamo a metà, forse un po’ di più. Sono tante le testimonianze. Tante le persone e i luoghi che hanno avuto un ruolo.

Alcune inimmaginabili. Per esempio il Collegio San Marco in via San Marco, zona Brera. Lì c’era una scuola d’italiano per stranieri sostenuta dalla famiglia Pernigotti, quella dei cioccolatini.

Ho incontrato il signor Stefano Pernigotti che ora ha 94 anni. Hanno deciso di dare quest’aiuto dopo la morte dei loro due figli. (ndr nel 1980 i due figli di Stefano e Attilia Pernigotti, Paolo di 17 anni e Lorenzo di 13, muoiono in un incidente d’auto in Uruguay. Senza eredi diretti i coniugi Pernigotti fondano un’associazione, una comunità alloggio nei pressi della Chiesa di Piazza San Marco). La signora Pernigotti contatta la parrocchia, così fondano il Collegio San Marco per ragazzi bisognosi.

Molti erano eritrei. Vivevano lì per due o tre anni. C’erano anche insegnanti in pensione che si occupavano di loro.

Una bella cosa ma come mai ragazzi eritrei?

Perché il parroco di San Marco era in contatto con suor Cesarina e Padre Marino.
Per me sono tutte esperienze nuove. Le sto scoprendo con la ricerca per questo lavoro.

Chi sono i ragazzi che intervisti?

Molti sono amici e conoscenti di mia sorella. Poi c’è stato il classico passa parola. Quasi tutti hanno voglia di raccontarsi. Poi magari davanti alla videocamera, un po’ meno…
Però ne abbiamo un buon numero. C’è entusiasmo.

Nel gruppo storico che si dava Appuntamento ai Marinai i ragazzi erano tutti eritrei o anche etiopici?

C’erano ragazzi con genitori l’uno eritreo l’altro etiopico. Io però mi sto focalizzando sugli eritrei. Secondo me, al di là delle questioni storiche, se si parla di comunità,bisogna distinguere, se no si fa un documentario diverso. Ovvio che ci sia un legame ma io parlo di eritrei.

Diversamente da “Asmarina”, dove si racconta una comunità eritrea-etiopica?

Asmarina è un documentario molto bello, che ho visto, fatto molto bene. Il loro lavoro di ricerca è incredibile. La parte storica bellissima. Loro raccontano un’altra comunità. Io mi focalizzo sull’Eritrea e gli eritrei.

Cosa pensano dell’Eritrea i giovani eritrei nati in Italia?

I ragazzi nati qua hanno un’idea complessa della politica eritrea. É complicato. C’è aggressività quando se ne parla. Questo è il motivo per cui molti preferiscono non parlarne o non parlarne pubblicamente, solo in circoli chiusi. Così però, secondo me, non ci si ascolta. Ci si accusa delle stesse cose. Per esempio ho intervistato sia i ragazzi del YPFDJ, Young People’s Front for Democracy and Justice sia quelli che non ne fanno parte, per convinzione o disinteresse. Le accuse che gli uni lanciavano agli altri erano le stesse…è così se non c’è dialogo.

Qual’è il tuo futuro prossimo?

 Un dottorato in Germania, spero.

E in Eritrea andrai?

Certo. Voglio andare in Eritrea per vedere il paese con i miei occhi.

Di questo l’Eritrea recentemente ha fatto il proprio motto,“come and see”…

Marilena Dolce
@EritreaLive

 

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Un commento

  1. Tzegai Antonios says:

    The best news that l read ln Italy and thanks Marina Dolce.
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