Eritrea, perché si emigra?

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©Bruno Zanzottera Parallelo Zero, Asmara un simbolo italiano, Fiat Tagliero, ex stazione di servizio

©Bruno Zanzottera (Parallelo Zero), Asmara, un simbolo italiano, Fiat Tagliero, ex stazione di servizio

Il Danish Immigration Service (DIS) ha pubblicato, a novembre dello scorso anno, un report  Eritrea-Drivers and Root Causes of Emigration, National Service and Possiblity of Return  sulla situazione in Eritrea e sui motivi dell’emigrazione dei giovani verso l’Europa, soprattutto quella del Nord con un buon welfare.

Un lavoro svolto sul campo, completamente ignorato dalla stampa italiana di solito attenta ai report, basato su interviste in Etiopia (20/27 agosto) e in Eritrea (1/17ottobre).

Quali fonti hanno utilizzato, con chi ha parlato il DIS e, soprattutto, che situazione interna delinea il report?

Il DIS ha raccolto in Eritrea testimonianze di funzionari delle Ambasciate Occidentali, delle Agenzie delle Nazioni Unite, delle Ong, delle Organizzazioni Internazionali, di un rappresentante di un’Ambasciata Occidentale in Sudan, incontrato ad Asmara, d’intellettuali eritrei e, infine, quella ufficiale del Ministero degli Affari Esteri.

In Etiopia hanno incontrato, ad Addis Abeba, il Danish Refugee Council (DRC), l’International Organization of Migration (IOM), il Norwegian Refugee Council (NRC), il direttore di InterAfricaGroup (IAG), l’Ambasciata Svedese, l’Alto Commissariato per le Nazioni Unite (UNHCR) e il suo distaccamento per il programma “Shire” dedicato all’organizzazione dei campi.

A Londra è stata raccolta la testimonianza del Professor Gaim Kibreab, della South Bank University, lontano da molto tempo dal proprio paese e dichiaratamente ostile al governo.

Un lungo elenco di fonti per capire una situazione ingarbugliata.

Non era possibile, secondo il DIS, avere un quadro equilibrato e super partes ascoltando solo i richiedenti asilo e gli stakeholder, oppure limitandosi a riportare racconti troppo vecchi per essere giudicati ancora attendibili.

Il rapporto si apre con una descrizione dello status quo: il governo è controllato dal presidente e dal partito unico, PFDJ, (People Front Democracy and Justice), il paese è libero dal 1991 ma senza elezioni dal 1993, anno in cui l’Assemblea Nazionale ha eletto presidente Isaias Afwerki.

Nonostante queste premesse, che di solito portano a concludere che la tirannide sta soffocando la popolazione, l’aria che si respira nel paese, scrive il DIS, è tranquilla, non si avverte paura. Pochissimi e informali i check-point che non bloccano il traffico privato né quello pubblico delle corriere che percorrono il paese sempre cariche di gente, senza essere fermate ai posti di controllo.

Nei mercati e nei negozi non mancano merci e generi alimentari. Nei bar e negli alberghi si vedono canali stranieri, BBC e CNN. La gente usa i cellulari e moltissimi giovani affollano lobby degli hotel e internet point per connettersi alla rete.

Ad Asmara, di sera, Caffè, ristoranti e pizzerie sono pieni di gente, molte le famiglie. Circolano tante macchine, anche se le stazioni di servizio ogni tanto sono chiuse e per avere benzina bisogna comprarla al mercato nero.

Qualche volta manca la corrente elettrica e l’acqua scarseggia, situazioni non piacevoli, ancora abbastanza comuni in alcuni paesi africani, forse per questo sopportate con pazienza dalla popolazione.

Se questa è la situazione, perché tanti giovani lasciano il paese per chiedere asilo nel Nord Europa e in America?

Il problema ha radici lontane, nell’ultimo conflitto con l’Etiopia (1988-2000), il grande vicino che l’America, finora, ha voluto fosse il pendolo dell’equilibrio nel Corno d’Africa.

Nel 1998, pochi anni dopo la proclamazione dell’indipendenza (1993) l’Etiopia attacca l’Eritrea.

Nel 2002 gli Accordi di Algeri “definitivi e vincolanti” stabiliscono che la regione contesa, attorno alla città di Badme, sia eritrea, ma l’Etiopia non abbandona i territori occupati, costringendo l’Eritrea a chiudersi in una situazione di “no war-no peace” che negli anni diventerà sempre più opprimente.

Il Servizio Nazionale, stabilito dopo l’indipendenza, per ricostruire un paese distrutto da trent’anni di guerra (1961-1991) fino a quel momento durava 18 mesi, in seguito però diventando la principale risorsa, si allungherà, innescando un malcontento profondo.

Chi ha combattuto per trent’anni è disposto a combattere ancora, considerando primario
l’interesse del paese, i giovani però vogliono un avvenire migliore e per averlo sono
disposti ad abbandonare il loro paese, indipendente, ma dal futuro incerto.

L’Eritrea, conquistata la libertà decide di continuare e fare da sé: Self-Reliance diventa la parola d’ordine. Il Paese è piccolo, senza grandi ricchezze e con molta povertà da sanare, però al suo interno non ci sono conflitti, la laicità dello stato permette a musulmani e cristiani di partecipare gli uni alle feste degli altri e un forte spirito nazionale lega saldamente nove differenti etnie.

Oggi, come testimonia l’UNDP, (United Nations Development Programme) l’Eritrea è tra i paesi che hanno raggiunto, in anticipo, gli importanti obiettivi sulla salute stabiliti dal Millennio (MDG’s), traguardi fondamentali per il suo sviluppo.

I bambini sono vaccinati, malattie endemiche, come la malaria, sono debellate, non c’è  aids e non si muore di parto perché le donne, anche quelle che abitano nei villaggi più lontani dalla capitale, trovano ambulatori e ostetriche che le aiutano durante la gravidanza e il parto.

La sicurezza alimentare è a un passo. La parità tra uomini e donne raggiunta. Tutti vanno a scuola gratuitamente, non si pagano libri, quaderni, penne e, chi è bravo, va al College e si laurea.

Il report testimonia questi progressi.

Quando però il DIS pone la domanda centrale: «i ragazzi come vivono il Servizio Nazionale?» La risposta, unanime, si può riassumere in una parola: «Male».

Tutte le fonti dicono che è il Servizio Nazionale il motivo per cui i giovani escono dal paese e chiedono asilo all’estero. Non per la “crudeltà” del Servizio ma perché troppo lungo e poco pagato. Insomma è diventato, negli anni, un ostacolo ai progetti di vita.

L’iter dell’ingresso nel Servizio Nazionale porta ragazzi e ragazze a frequentare l’ultimo
anno di scuola secondaria a Sawa dove, prima di diplomarsi, dedicano parte del tempo allo studio e parte al training, senza usare le armi perché Sawa non è un campo militare.

Si può essere esentati, per motivi di salute dal training, non dal Servizio Nazionale. Al termine, chi ottiene voti alti all’esame, andrà in uno dei diversi College fuori Asmara, gli altri cominceranno un corso di formazione per poi lavorare.

Il Servizio Nazionale riguarda tutti, però in modo diverso.

Chi studia può rimandarlo fino alla laurea, poi farà un Servizio Nazionale inerente alla sua professione. Chi impara un mestiere comincia subito anche il Servizio Nazionale che può portarlo a lavorare per un ministero, in agricoltura, nel commercio, oppure nel settore turistico.

In pratica si diventa dipendenti statali, il problema è che lo stato paga poco.

Il Servizio Nazionale, si legge nel report, paga 80 Nakfa al mese (una mancia) all’inizio, 1.500 alla fine. Per dare un’idea, continua il report, un giardiniere che lavora presso un’Ambasciata occidentale, guadagna 3.500 Nakfa al mese, un lavoratore in un albergo 3.000, un ministro 4.000.

In Eritrea il settore privato è agli albori, l’economia si regge sullo Stato ma lo Stato, che ha bisogno dei giovani per crescere e svilupparsi, li paga poco, come mai?

È un poco relativo, cioè i giovani del Servizio Nazionale non sono gli unici poveri in una società ricca, anche se sono molto più poveri di parenti e amici, i beles, che lavorano all’estero e rientrano in patria per le vacanze.

La società eritrea, scrive il report, è una class-less-society, una società senza classi, senza corruzione. Il presidente vive in un contesto semplice, i suoi figli non vanno a scuola all’estero e gli unici privilegi sono accordati ai veterani della trentennale guerra per l’indipendenza e alla diaspora che può tornare nel paese per investire.

Il Servizio Nazionale, finora, è stato il caposaldo per creare ciò che mancava, infrastrutture, strade, ponti e, ultimamente, le preziosissime dighe e gli invasi per trattenere l’acqua piovana e migliorare l’agricoltura in un paese con molte zone aride.

Oggi però i giovani vogliono poter scegliere, vogliono indirizzare il proprio futuro.

Così, considerando l’impossibilità di un cambiamento hic et nunc, accade che gruppi familiari organizzino la colletta per pagare le spese e mandare i giovani all’estero, illegalmente, aprendo in questo modo la strada a quell’indotto terrificante di uomini mercificati che abbiamo imparato a conoscere e che l’Eritrea ha più volte denunciato.

Certo sul futuro del paese hanno pesato, e stanno ancora pesando, le sanzioni stabilite dall’ONU nel 2009 (1907) e nel 2011 (2023) per accuse, mai provate, di un aiuto eritreo ai fondamentalisti somali di Al Shaabab.

Le sanzioni hanno bloccato lo sviluppo dell’economia e agito da push factor per chi voleva andarsene se, come scrive il report, il 99,9% di loro lo fa per motivi economici.

Le fonti concordano, solo una minoranza scappa per motivi politici, quasi tutti sono migranti economici.

Un altro problema del Servizio Nazionale è la sua obbligatorietà “infinita”.

In realtà, si legge nel report, il Servizio Nazionale non è infinito però non c’è chiarezza sulla sua durata che attualmente è tra i due e i tre anni. Tanto.

Il report riferisce che, per chi evade o diserta, non si aprono le porte dell’inferno.

Il Paese non vuole rovinare i propri giovani, quindi se chi ha eluso il Servizio Nazionale chiede di rientrare, può farlo dopo aver pagato una tassa del 2% e sottoscritto una letter of apology.

La stampa internazionale si è accanita contro questa tassa, sottolineandone il carattere vessatorio. Le fonti consultate dal DIS ne spiegano la nascita storica.

Sono moltissimi gli eritrei che vivono all’estero, quasi il 50% delle famiglie ha parenti fuori dal paese, situazione che ha rinsaldato una fitta rete di scambi e di aiuto. Questo significa che, pagando la tassa del 2% nata come rehabilitation tax, si garantisce qualche servizio in più ai genitori o ai figli rimasti in patria.

A qualcuno può non piacere, per molti però vale l’affermazione, I am an Eritrean, I am proud, sono eritreo, sono orgoglioso di esserlo, sottintendendo, nella buona e nella cattiva sorte.

Oggi l’Eritrea sta affrontando, con l’avvio del “Processo di Khartoum”, il problema delle migrazioni e la tragedia delle morti di chi, uscendo illegalmente dal paese, diventa parte di un business ben organizzato e lucroso.

Importante il viaggio dello scorso luglio ad Asmara del Vice Ministro degli Esteri italiano, Lapo Pistelli che ha iniziato un dialogo sulle migrazioni continuato a Roma lo scorso novembre, presenti i paesi del Corno d’Africa e i paesi di transito, primo fra tutti la Libia.

Gli eritrei che escono illegalmente dal paese, si legge nel rapporto, sono giovani e per la maggior parte maschi, anche se non mancano le ragazze. Non sono coscienti della pericolosità del viaggio ma il loro obiettivo non è rimanere nei campi profughi che li accolgono, perché non hanno bisogno d’essere istruiti o d’imparare un mestiere, cose che hanno già ricevuto o che potevano ricevere in patria, vogliono trovare un lavoro.

Ai rifugiati però non è permesso lavorare per il governo etiope, al massimo possono fare qualche piccolo lavoro in nero per privati, soprattutto nel settore alberghiero.

Tutti concordano che bisognerebbe stroncare immediatamente il traffico di uomini prelevati anche dai campi profughi per essere indirizzati verso la seconda tratta, quella più remunerativa, verso l’Occidente. È nei campi profughi etiopi che i giovani eritrei incontrano i broker che organizzeranno il passaggio in Libia, via Sudan.

Ogni eritreo che arriva sano e salvo in Europa ha pagato all’organizzazione una somma
enorme ma non denuncerà nessuno perché il suo interesse ora è ottenere asilo, politico o umanitario, lavorare e ripagare famiglia e parenti.

Tutte le fonti citate nel report concordano sulla pericolosità di questi terribili viaggi, molti ripetono che i ragazzi e le ragazze non immaginano cosa li aspetti nel Sinai e in Libia prima d’imbarcarsi su un mezzo di fortuna per raggiungere, quando tutto va bene, le coste del Mediterraneo.

Una ong, si legge nel report, dichiara che è sbagliato etichettare l’Eritrea, “Corea del Nord africana”, così come Sawa non è un campo di stupri e torture dove ragazzi vessati soffrono la fame e diventano schiavi. Anche le agenzie per i diritti umani, si legge, esagerano.

Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha confermato al DIS che, chi ha disertato o è evaso dal Servizio Nazionale, può rientrare nel Paese senza complicazioni, firmando una lettera di scuse e pagando la tassa del due per cento.

Per concludere, il report ha delineato l’attuale situazione eritrea, stabilendo relazioni,fornendo elementi e dati per capire le connessioni tra Servizio Nazionale e migrazione,tra sanzioni e povertà, tra obiettivi raggiunti e richiesta di maggior benessere, tra situazione no peace-no war e relazioni internazionali, tra diritti umani e diritto alla pace. Il DIS non ha taciuto le critiche ma neppure velato le falsità, un buon lavoro, un report attendibile.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

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2 Commenti

  1. hillas wallace says:

    Sono d’accordo con Lei dr. M. Dolce, in quanto anche io sono un emigrato di tipo economico, putroppo le istituzioni importanti del nostro tempo da garanti non sono onesti, (usa, un, eu, ua ecc) sono attualmente bendati gli occhi per non far implementare le sentenze della corte internazionale: EEBC algeri 2002. Così facendo questi signori perdono ogni credibilità, e in futuro sarà difficile digerire ogni cosa che annunciano come i protettori di diritto dell’umanità o stronzate varie.

    saluti..

  2. perché si emigra

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