Eritrea, tempo presente, c’è sicurezza nel paese? video reportage

Un paese con molte e differenti etnie, due religioni principali, cristiana e musulamana, può essere sicuro?

Durante il recente viaggio l’abbiamo chiesto ai politici e ministri che abbiamo intervistato.

Percorrendo il paese dall’altopiano fino alla costa, abbiamo visitato scuole, il grande ospedale di Asmara, la miniera di Bisha, la free zone, un cementificio. Siamo stati nella capitale Asmara, poi Keren, una delle maggiori città, infine Massawa ancora segnata dai bombardamenti etiopici.

Ministri e politici intervistati hanno raccontato progetti e possibilità di sviluppo del paese.

Si avvereranno? A questa domanda non può rispondere un reportage. Ciò che si vede, però, è un paese prostrato dalle circostanze internazionali, soggetto a sanzioni, accusato, senza prove, di aiutare il terrorismo e, ultimamente, di compiere crimini contro l’umanità.

L’Eritrea diventa indipendente nel 1991, dopo una lunga guerra durata trent’anni per liberarsi dalla dominazione etiopica di Mènghistu Heilè Mariam. Pochi anni di pace poi, nel 1998, una nuova guerra per una fascia di territorio rivendicato dall’Etiopia. Un conflitto che lascerà un lungo strascico, non ancora finito. Nel 2002, infatti, una commissione internazionale stabilisce, con l’Accordo di Algeri, che la zona sul disputato confine, intorno alla città di Badme, è eritrea, ma l’Etiopia rifiuta il verdetto e non abbandona il territorio.

Da quel momento l’Eritrea si scontra con la difficile realtà di ricostruire il paese, proteggendolo dai possibili attacchi di un vicino molto più grande e numeroso. La decisone che oggi fa discutere è quella di prorogare il servizio nazionale, stabilito subito dopo l’indipendenza per lavorare, tutti insieme, alla rinascita del paese.

I giovani che oggi abbandonano il paese sono figli e nipoti di chi ha combattuto per liberarlo. La prima generazione nata in un paese libero ma non ancora in pace.

Cosa cercano i ventenni eritrei che vanno all’estero? Una vita serena, senza l’obbligo di lavorare per il paese sostituendo il servizio militare con quello civile. Come hanno vissuto fino alla decisione di andarsene, mettendo la propria vita nella mani di trafficanti e mercenari?

Secondo gli Obiettivi del Millennio (MDG’s), stabiliti per i paesi in via di sviluppo, hanno vissuto meglio, più sani e meglio nutriti dei loro genitori. Sono stati vaccinati, protetti contro l’HIV. Per le ragazze è stata messa al bando la mutilazione genitale femminile e tutti, maschi e femmine, sono andati a scuola, studiando per i primi anni in lingua locale, poi in inglese. Nel 1991 le scuole erano 441, con 220 mila studenti e una Università. Oggi ci sono 1.540 scuole per 860mila studenti e 7 College.

Dati poco noti. Così, quando si visita il paese, ci si meraviglia della differenza tra la realtà e l’immagine che circola all’estero. I giovani abbandonano un paese accusato, senza prove, di aiutare il terrorismo somalo, per raggiungere l’Europa dove il reddito procapite è di 31mila euro, contro i 500 dell’Eritrea. Un’Europa ricca ma sempre più insicura, dove si può morire per terrorismo, quello vero che non lesina prove.

 

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