Svizzera e Italia riprendono la cooperazione con l’Eritrea

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Eritrea, la diga di Gergera, costruita per sostenere lo sviluppo del paese

Svizzera e Italia riprendono la cooperazione in Eritrea, dopo anni di assenza quasi totale. Una buona notizia.

Lo scorso 28 ottobre è arrivata la notizia che la Cooperazione Italiana allo Sviluppo ha ripreso a investire in Eritrea. “Un piccolo aiuto” dice Mario Giro viceministro agli Affari Esteri.

A distanza di pochi giorni, Svizzera e Italia, hanno deciso entrambe di riprendere la cooperazione con l’Eritrea.

L’Italia dona quattrocentomila euro per la cardiologia. Un campo in cui, da tempo, i medici italiani sono impegnati a lavorare nel paese del Corno d’Africa.  “L’Eritrea è un paese politicamente prioritario” dice il vice ministro Mario Giro “in cui l’Italia deve esserci”. Così dei 17.3 milioni di euro approvati dalla Cooperazione allo Sviluppo per il 2017, una piccola fettina arriverà anche in Eritrea. “Faremo di più”, promette il viceministro.

In questi ultimi dieci anni le risorse italiane destinate alla cooperazione internazionale sono calate drasticamente. All’Eritrea sono arrivati aiuti per poco più di 700mila euro, contro i 45 milioni di euro per l’Etiopia.

Aiuto italiano per lo sviluppo in Eritrea, fonte cooperazione italiana allo sviluppo

Aiuto italiano per lo sviluppo in Eritrea (fonte cooperazione italiana allo sviluppo)

Anche la Svizzera, come l’Italia, riprende la cooperazione con l’Eritrea.
Il 2 novembre la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) ha stanziato aiuti per 2 milioni di franchi l’anno. Un inizio cui seguiranno altri soldi, hanno detto. Si tratta di assicurare ai giovani eritrei formazione e lavoro.

L’obiettivo dell’aiuto di Italia e Svizzera è anche quello di frenare l’emigrazione illegale.

Dopo i viaggi dello scorso anno in Eritrea, Berna ritiene che l’aiuto allo sviluppo sia la  strada per far migliorare più rapidamente condizioni di vita e diritti umani. E su questi due punti la Svizzera ha basato il dialogo con Asmara.

In questi ultimi anni abbiamo visto arrivare in Europa molti giovani eritrei. I loro sono viaggi pericolosi organizzati da una filiera di trafficanti. Scappano per motivi politici, dichiarano al loro arrivo i giovani.

In questo modo sanno di essere accolti, come perseguitati, grazie alla Convenzione di Ginevra.

Ma le cose stanno proprio così? Finché il numero di migranti è stato modesto l’Europa ha guardato altrove, disinteressata alle vicende eritree, piccolo stato “chiuso” nella sua storia.

Ora però il flusso è aumentato. Molte delegazioni europee sono andate ad Asmara in questi ultimi anni. Nessuna ha visto un paese governato con ferocia, solo un paese povero che fatica, anche se sembra un paradosso, non a dar lavoro, ma a pagare a sufficienza tutti i suoi giovani.

La guerra del 1998-2000 contro l’Etiopia, arrivata pochi anni dopo l’indipendenza (1991) e lasciata irrisolta dagli Accordi di Algeri (2002), mantiene il paese in bilico tra guerra e pace.

I giovani che scappano appartengono alla generazione nata dopo l’indipendenza. Hanno studiato, parlano inglese, vedono le televisioni internazionali. Sognano una vita come quella dei coetanei europei, degli amici e parenti che vivono all’estero.

Scapperebbero anche se avessero, in Eritrea, un lavoro pagato a sufficienza per vivere, sposarsi e avere figli?

Gli aiuti stabiliti in questi giorni dalla cooperazione italiana e svizzera daranno una prima risposta a quest’importante domanda.

Marilena Dolce
@EritreaLive

 

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