Roma accordo tra Eritrea e IFAD per lo sviluppo della pesca

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Photo Credit: Ministero dell’Agricoltura, Eritrea, un laboratorio di studio e ricerca

Nei giorni scorsi, a Roma, è stato firmato un accordo per lo sviluppo della pesca,  tra L’Eritrea e l’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo.  L’accordo prevede l’inizio e di un programma di gestione delle risorse della pesca (FREMP). Intervista all’Ambasciatore d’Eritrea in Italia, Fesshazion Pietros

L’accordo firmato tra Eritrea e Ifad per lo sviluppo della pesca riporta l’istituzione finanziaria internazionale nel paese da cui era assente dal 2012

L’Ifad, agenzia specializzata delle Nazioni Unite per il sostegno dell’agricoltura, dal 1978 ad oggi ha investito 17.6 miliardi di dollari in donazioni e prestiti a tassi agevolati per finanziare progetti di cui hanno beneficiato 459 milioni di persone nel mondo.

Intervisto a Roma, per parlare dell’accordo stipulato, l’Ambasciatore dell’Eritrea in Italia, Fesshazion Pietros. L’Ambasciatore, insieme al Ministro Dell’Agricoltura Arefaine Berhe, ha incontrato, nei giorni scorsi, Michel Mordasini, vice presidente Ifad, per siglare l’importante accordo.

Signor Ambasciatore, l’Eritrea ha ricevuto 15 milioni di dollari dall’Ifad, per un programma di gestione delle risorse della pesca, in cosa consiste questo programma?

Il finanziamento di 15 milioni di dollari ricevuto dell’Ifad è solo parte di un programma che, nell’insieme, supera i 32 milioni di dollari. Oltre all’Ifad, infatti, partecipano al programma il governo della Germania con 5.9 milioni di dollari, il Global Environment Facility con 7.9 milioni di dollari, la FAO, 0.5 milioni di dollari e il governo dell’Eritrea con 1.4 milioni di dollari. Dunque l’Ifad mette circa il 47 per cento.

Il programma si occuperà dello sviluppo e della gestione delle risorse della pesca,  sia lungo la costa, sia nell’interno del paese. In quest’ultimo caso si tratta di sviluppare la pesca in acqua dolce.

In che modo?

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Photo Credit: Ministero dell’Agricoltura, Eritrea, diga

In Eritrea abbiamo costruito, subito dopo l’indipendenza (1991) molte riserve d’acqua. Oggi abbiamo 330 dighe, piccole medie e grandi, sparse su tutto il territorio.

Prima dell’indipendenza quante dighe c’erano?

Praticamente nessuna. Ce n’era una vicino a Ghinda, poi quella nei pressi di Foro, che però già nel 1991 era piena di terriccio. Poi quella vicino ad Asmara e basta.

Chi beneficerà di questo programma?

Gli abitanti dei villaggi situati vicino a dighe e invasi. E non sono pochi. È stato calcolato che si tratta di 17.500 famiglie di contadini.

Al di là dell’attuale progetto per la pesca, trattenere l’acqua, in un paese con molte aree desertiche, sta determinando un miglioramento climatico?

Sì certo. Una diga che porta acqua, oltre a essere un beneficio per le persone, per il bestiame, per l’agricoltura, è un contributo al rimboschimento e un positivo scalino verso il cambiamento climatico.

È questo il motivo per cui l’Eritrea non ha più avuto gravi problemi di siccità?

Sì, anche.

A quali etnie appartengono le famiglie beneficiarie del progetto? Verranno coinvolte anche le donne e i giovani?

Il programma coinvolge tutte le sei regione eritree e tutte le nove etnie. Ne beneficeranno i gruppi famigliari, sia in termini di sicurezza alimentare, sia come sviluppo del commercio ittico locale. Infine aumenteranno i posti di lavoro, per giovani e donne ma non solo.

Il miglioramento dell’attività legata alla pesca e alla conservazione del pesce avvicinerebbe l’obiettivo della sicurezza alimentare. Tuttavia mi sembra che gli eritrei della zona di Asmara e in generale dell’altopiano non mangino pesce. Ricordo che già anni fa erano state fatte campagne di sensibilizzazione…

È vero. Il pesce, benché importantissimo per l’alimentazione, non fa parte della dieta delle popolazioni dell’altopiano eritreo e nemmeno delle regioni occidentali del paese.

Però questo non riguarda gli abitanti delle città. Per loro il pesce è un alimento ricercato che apprezzano molto. È nelle campagne che il pesce, salvo nelle regioni costiere, non ha mai fatto parte della dieta.

In passato effettivamente era stata fatta una campagna di sensibilizzazione che ha avuto anche successo in alcune aree del paese. Però la mancanza di un’affidabile catena del freddo non ha permesso di completare il programma. La campagna quindi si è interrotta.

Ora il programma di gestione delle risorse della pesca (FREMP) che ho sostenuto a Roma, in qualità di rappresentante permanente presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la rimetterà in movimento. L’accordo che ho firmato con Michel Mordasini, vice presidente Ifad, sono convinto che risolverà molti problemi, per esempio quello della catena del freddo.

L’attuale finanziamento comprende nel programma anche la conservazione del pesce?

Sì. Penso che tecnologia e know how risolveranno quanto ancora manca nel settore ittico.

Il Mar Rosso eritreo è un mare molto bello, ancora incontaminato. Una maggiore attività legata alla pesca non lo esporrà a rischi finora evitati?

È vero il nostro mare è molto bello e incontaminato. Mi riferisco alle coste eritree. Esistono più di mille specie di pesci, flora e fauna sono uniche nella zona. L’Arcipelago delle Dahlak è formato da più di trecento isole, di cui solo quattro o cinque abitate.

Sappiamo che il nostro è un mare splendido e lo vogliamo proteggere anche rifiutando proposte molto allettanti.
Vogliamo conservarne la bellezza naturale. Il suo sfruttamento perciò, secondo il governo, dev’essere fatto con grande cautela.
Bisogna salvare l’ambiente marino e il suo delicato ecosistema.

Detto ciò bisogna anche aggiungere che esiste nel nostro Mar Rosso la preoccupante presenza di pescatori di frodo. Sono yemeniti ed egiziani che pescano con sistemi irresponsabili, difficili da tenere a bada con i mezzi che abbiamo.

L’Eritrea quindi vuole raggiungere due obiettivi: avere pesce per il mercato interno e per l’esportazione, tutelare il patrimonio naturale marino combattendo la pesca di frodo?

Sì. Una pesca naturale non danneggia il mare. Si pesca, poi i pesci si riproducono. Questo non è un problema. I pescatori di frodo invece fanno esplodere bombe messe sott’acqua.

Così fanno morire moltissimi pesci che poi vengono a galla. Loro raccolgono quelli pregiati, gli altri li ributtano in mare.

Capite che questo è un danno grandissimo. Prendi dieci pesci e ne uccidi, quanti? Cento?

È un gravissimo problema che cerchiamo di arginare. Ora in Yemen c’è la guerra… in passato però era terribile.
Noi fermavamo barche e uomini che poi erano rilasciati, sequestrando le imbarcazioni. Ma loro riprendevano.

Come mai pescano nelle vostre acque?

Perché la parte di Mar Rosso davanti all’Egitto e allo Yemen è molto impoverita mentre il nostro mare, fino al Sudan, è ancora ricco e in buona salute.

Bene, allora tifiamo per la salute del mare eritreo e per l’ottimo pesce che porterà sulle tavole…

Marilena Dolce
@EritreaLive

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