L’Italia c’è, sta con l’Africa

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Roma, Farnesina, Conferenza Italia-Africa, 18 maggio 2016

Roma, Farnesina, Conferenza Italia-Africa, 18 maggio 2016

CONFERENZA ITALIA-AFRICA, l’Italia c’è, sta con l’Africa, dice il presidente del consiglio Matteo Renzi.

52 paesi africani, tra questi l’Eritrea, a Roma per la Prima Conferenza Italia-Africa.

“L’Italia c’è, sta con l’Africa” dice il presidente del consiglio Matteo Renzi, durante il suo intervento, in chiusura della Prima Conferenza Ministeriale Italia-Africa nella quale si è parlato di migrazioni

Lo scorso 18 maggio a Roma, presso la Farnesina, si è tenuta la prima Conferenza Ministeriale Italia-Africa, presenti 52 paesi africani, 40 Ministri degli Esteri, 20 organizzazioni internazionali. Scopo dell’incontro parlare di migrazioni e sostenibilità, come migliorare il nostro benessere e quello delle generazioni future in campo economico, sociale, dello sviluppo, delle infrastrutture, dell’energia, ambientale.

Ma non solo.

Centrale nel rapporto Europa-Africa in questo momento è, ha detto nel discorso d’apertura il presidente della Repubblica Sergio Matteralla, “il fenomeno migratorio, non transitorio ma epocale”. E l’Italia “ponte tra Africa ed Europa” l’affronta in prima linea, cercando di “salvare vite umane”.

È necessario però capire, dopo aver soccorso “chi si trova in condizioni di difficoltà e sofferenza” continua Mattarella, i motivi di questi esodi, perché “nessuno”, spiega,“vorrebbe abbandonare la propria patria, i propri affetti, soprattutto quando si tratta di affrontare un viaggio pericoloso e l’approdo in una società lontana e diversa”.

Per capire quello che sta accadendo è necessario un dialogo con i paesi da cui i migranti partono e passano, non solo con i paesi dove arrivano. Un dialogo che, effettivamente, è già iniziato nel 2014 a Roma, con una Conferenza Ministeriale chiamata, dal nome della capitale dove erano iniziati i lavori, “Processo di Khartoum”.

Anche in quel caso si sono incontrati a Roma, per parlare di migrazione e lotta al traffico di esseri umani, 40 paesi, del Corno d’Africa, Europa e Africa meridionale.

Incontri a cui ha partecipato anche l’Eritrea, paese da cui molti giovani escono illegalmente, attraversando il deserto e il mare, per arrivare in Europa dopo pericolosi viaggi.

Al termine del summit si è stabilito di fare campi profughi nei paesi africani disponibili e d’impegnarsi a combattere duramente la tratta di esseri umani, di chi specula sui viaggi e sulla vita.

Un anno dopo, a Malta, alla Valletta, un nuovo incontro prepara il piano Europa-Africa per ridurre la povertà e aiutare lo sviluppo dei paesi da cui si emigra non per conflitti o calamità naturali. Si decide di promuovere canali legali per la migrazione, semplificando il rilascio di visti, di coinvolgere la diaspora e rafforzare la cooperazione per preparare chi partirà con corsi di lingua e formazione professionali.

“L’Africa”, dice nel suo intervento alla Prima Conferenza Ministeriale di Roma il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, “non è il continente senza speranza della copertina dell’Economist (ndr 2010)”.

Anzi, per l’Europa, l’Africa è il futuro.

Numeri alla mano l’Africa è un continente giovane che, nel 2050 avrà, secondo statistiche Onu, circa 10 miliardi di persone, tantissime sotto i vent’anni.

“Pe quanto riguarda il flusso verso l’Europa che segue la rotta Libia-Italia” dice Gentiloni, “noi stiamo facendo un grande lavoro di soccorso, registrazione, hotspot. Un lavoro che dev’essere fatto, sempre di più, con i paesi africani da cui muove questa migrazione.
Un lavoro di lungo periodo, con progetti di cooperazione, come deciso al vertice della Valletta, ma anche nell’immediato, per la gestione degli aiuti e dei rimpatri”.

Quale ruolo ha l’Italia, oltre a essere primo approdo?

Mario Giro, vice ministro degli esteri, dice a Limes: “attualmente siamo un paese di transito nei flussi migratori. La nostra ambizione è diventare un luogo dove si viene a studiare per poi tornare in patria: una politica delle risorse umane. Vogliamo formare una classe intermedia di tecnici e operativi che sia utile all’Africa di domani. Scuola lì, formazione qui”.

Quanti sono e di quale nazionalità i migranti africani che entrano e, raramente, si fermano in Italia? Leggendo i titoli dei giornali, ad essere salvati dai naufragi nel Mar Mediterraneo sono soprattutto eritrei.

Secondo dati Unhcr gli arrivi via mare del 2016 sono stati, finora, 46.714 e, tra le prime 10 nazionalità che ne rappresentano l’85%, gli eritrei sono quinti,(8%) dopo Nigeria, Gambia, Somalia, Costa d’Avorio. Gli altri paesi da cui arrivano i migranti sono Guinea, Senegal, Mali e Sudan. Grande assente, nei dati Unhcr,l’Etiopia, paese con più di 80 milioni di abitanti, molti appartenenti a zone e etnie, Ogaden e Oromo, attualmente in dissidio con il governo di Addis Abeba. Riportano fonti Oromo che, nel naufragio dello scorso 17 aprile avvenuto al largo delle coste greche hanno perso la vita moltissimi di loro.

Secondo la Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) nei prossimi 10 anni in Italia gli arrivi non aumenteranno, rimanendo circa 50 mila, meno di Spagna (74), Francia (64) e Regno Unito (55). Arriveranno soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, egiziani, nigeriani. Aumenteranno ghanesi, ivoriani e somali e si rafforzeranno gli arrivi, per ora modesti, da Burkina Faso, Eritrea, Camerun, Etiopia, Algeria, Togo, Guinea, Liberia e Congo.

L’emigrazione da questi diversi paesi ha, ovviamente, motivi diversi. Perché dall’Eritrea, paese senza guerra né calamità naturali, emigrano tanti giovani?

Secondo il ministro degli esteri eritreo Osman Saleh, presente alla Conferenza Italia-Africa, uno dei motivi è “il trattamento preferenziale che hanno i migranti che arrivano dal suo paese”. “Bisogna porre fine” dice il ministro “a questo pull factor che incoraggia trafficanti di esseri umani e contrabbandieri che vedono gli eritrei come una fonte di guadagno”.

In Europa e in America agli eritrei che dichiarano di abbandonare il paese per motivi politici è riconosciuto immediato asilo politico.

“Il movente” dice Osman Saleh “è il cambio di regime in agenda, un atteggiamento che incoraggia altri migranti africani, usciti illegalmente, a dichiararsi eritrei”. “Questa situazione”, continua il ministro,“deve finire”. “In effetti” aggiunge “già gli uffici danese e inglese per l’immigrazione hanno rivisto questo trattamento preferenziale, speriamo che gli altri facciano lo stesso”.

In un discorso del 2012 alla Global Clinton Foundation il presidente Obama, riferendosi all’Eritrea, è stato esplicito nel dichiarare il suo appoggio per far uscire gli eritrei dal paese.

Al contrario il gruppo danese dell’ufficio immigrazione, nel 2014, dopo aver visitato l’Eritrea per rendersi conto della situazione, scrive un lungo e dettagliato report nel quale afferma che non c’è povertà estrema, né stato di polizia, che i check-point sono pochi e solo vicini al confine etiopico. Riporta inoltre la testimonianza di un’ambasciata occidentale protetta da anonimato, che riferisce che il 99,9% degli eritrei richiedenti asilo è migrante economico.

E per i migranti economici, senza visto per l’Europa, la strada dell’illegalità è spianata dagli smuggler.

“Nel 2013” dice Osman Saleh “il nostro presidente ha chiesto al Consiglio di Sicurezza e al Segretariato Generale UN di creare una commissione per indagare su questi crimini, esprimendo la disponibilità del paese a collaborare pienamente”.

Al quotidiano l’Avvenire invece, nel 2011, Elsa Chirum, attivista inglese contro il governo di Asmara,(Human Rights Concern Eritrea) dichiara in un’intervista non più leggibile online: “sospettiamo che in questa rete criminale vi sia il coinvolgimento di funzionari del governo, e siamo in grado di provarlo”. Prove che, finora, non si sono viste, cui però media e organizzazioni hanno continuato a credere.

A lasciare l’Eritrea sono soprattutto giovani, ragazzi e ragazze, non famiglie. Abbandonano un paese per età loro coetaneo, che ha appena festeggiato 25 anni d’indipendenza (1991-2016).

Lo scorso dicembre ad Asmara Hagos Ghebrewiet, responsabile economico del PFDJ (People’s Front for Democracy and Justice), intervistato sulla situazione del suo paese, riferendosi alla disoccupazione, dice: “con il potenziale che abbiamo, non avremmo abbastanza gente per fare tutto, cioè se anche tutti gli eritrei che oggi vivono all’estero tornassero in patria non sarebbero sufficienti per fare le cose necessarie. Pensiamo alla miniera di Bisha, per il momento non abbiamo la manodopera eritrea necessaria, però ci sono persone che, finito il college, stanno facendo là il periodo di formazione. Chi va a studiare all’estero, se impara un lavoro, torna indietro. Anche se emigrano gli eritrei rimangono legati al loro paese. Lo scorso anno 60 mila eritrei sono rientrati. Se ne vanno non per motivi politici ma economici, quando la situazione sarà modificata, torneranno”.

“Il nostro paese”, dice Osman Saleh durante la Conferenza di Roma, è impegnato nel processo di Khartoum e nel Piano stabilito alla Valletta, inoltre sta attuando un programma nazionale per offrire ai giovani la possibilità di vivere meglio nel proprio paese”.

Nel 1991, prima dell’indipendenza in tutta l’Eritrea c’erano 471 scuole per 220 mila ragazzi e una sola Università nella capitale Asmara. Oggi ci sono 1.540 scuole per 860 mila studenti, su 4 milioni di abitanti e 7 college, uno in ciascun capoluogo di provincia.

Il problema dell’Eritrea, visto dall’esterno, è paradossale; la nuova generazione, nata dopo l’indipendenza, ha ereditato un paese liberato dal coraggio e dalla forza dei genitori, uomini e donne.

L’Occidente non ne ha aiutato né la lotta né l’indipendenza, continuando a preferire, come baluardo di stabilità, l’Etiopia. Così, dopo l’attacco del 1998 e la pace del 2002, non le ha impedito di continuare a occupare quelli che l’Accordo di Algeri definisce territori eritrei.

Situazione che ha significato, per l’Eritrea, instabilità e spostamento di risorse dalla ricostruzione e sviluppo alla difesa.

Oggi i giovani che scappano, rifiutando il servizio nazionale nato per la ricostruzione e accettato dalla generazione dei padri, preferiscono l’immediato sussidio disponibile in alcuni paesi europei, alla lotta contro un’incomprensibile guerra fredda fatta con armi leggere, tra le quali la carta stampata.

Quello che gioca a sfavore dell’Eritrea è il tempo.

I giovani vogliono subito un buon livello di benessere di stampo occidentale. Hanno studiato, sono preparati, sanno l’inglese, tutti fattori che possono aiutare a vivere all’estero. Il paese, invece, senza aiuti, facendo da sé, ha garantito, per il momento, l’essenziale, cibo, scuola, sanità. Molto, ma non abbastanza.

Cosa può fare, ora, l’Europa per l’Eritrea? Aiutarne lo sviluppo, abbreviare i tempi.

Ecco perché è stato un passo importante dare 200 milioni di euro per l’energia.

Al termine della Conferenza Italia-Africa, nel discorso di chiusura, il presidente del consiglio Matteo Renzi dice, infatti, che servono “connessioni non muri” perché sull’immigrazione bisogna cambiare approccio.

“Noi” dice Renzi ”possiamo fare molto, con le piccole e medie imprese e in campi come l’energia. Dighe, strade, infrastrutture ma non solo, anche la banda larga”. “Perché” conclude “l’Italia c’è, sta con l’Africa”.

In Africa, non solo nella piccola Eritrea, 600 milioni di persone non hanno ancora elettricità, una condizione che penalizza lo sviluppo di imprese locali e la qualità della vita. Aiutare a colmare questo gap significa anche aiutare i giovani a progettare il futuro nel proprio paese, rifiutando il rischio di morire in mare.

Questo è il modo più concreto per evitare il ripetersi di tragedie della migrazione come quella avvenuta davanti a Lampedusa il 3 ottobre 2013.

Forse, proprio in quel naufragio, non sarebbe morto il giovane eritreo pianto ad Asmara dalla sua dolcissima mamma mentre me ne racconta la storia.

Un ragazzo tranquillo, mi dice la mamma, che cercava un futuro andando e tornando dal Sud Sudan. Non gli mancava niente, perché quel viaggio verso l’Europa? “Aveva anche una Lambretta”. Lo riporterete a casa? Purtroppo no, perché Occidente e Africa, finora, non sono state, sulla stessa barca.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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