L’Eritrea raccontata da “La Terra Inquieta”, mostra milanese

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La Terra Inquieta

A Milano (28 aprile-20 agosto) Triennale e Fondazione Trussardi presentano la mostra “La Terra Inquieta” ideata e curata da Massimiliano Gioni, che della Fondazione è direttore artistico dal 2003

Sabato 10 giugno alle ore 16.30, prenotazione consigliata al sito  visiteguidate@triennale.org (5 euro, più ingresso), si può partecipare a una visita guidata della mostra.

Il tema, difficile e interessante allo stesso tempo, è l’inquietudine di un mondo che non sa accogliere tutti i suoi abitanti. Una terra che ne costringe una parte, non piccola, a fuggire, spostandosi da un capo all’altro del pianeta, senza la certezza di una buona sorte.

Immagini, video, documenti, formano un quadro a più dimensioni. 

Ho scelto di seguire il filo rosso dei migranti. Quelli che un tempo si chiamavano “emigranti”, anche se non erano certo pochi neanche allora.

Persone con valigie di cartone e vestiti buoni (se li avevano) che cercavano fortuna nella lontana America.

Anche allora una migrazione “via mare” a bordo di navi dal nome regale “Conte di Savoia”, “Principe di Sicilia”, “Augustus”, “Conte Rosso”, “Andrea Doria”.

In mostra sulle pareti chiare spiccano le fotografie in bianco e nero provenienti dal Museo Nazionale dell’Immigrazione di Ellis Island.

Il racconto inizia dall’emigrazione italiana di fine Ottocento.  

Da quelle navi partite dall’Italia che arrivavano in porto con un grande carico di speranze.  Uomini, donne, bambini alla ricerca di un mondo migliore, una terra promessa dove poter vivere e lavorare.

Molti venivano da un sud Italia da poco unito, con forti retaggi feudali che rendevano impossibile una vita dignitosa.

Nelle fotografie esposte i visi sono tristi, preoccupati. Guardandole possiamo immaginarne le storie, forse qualcuna di successo.

 A non tutti però andava bene.

Le teorie di Cesare Lombroso che considerava “scientificamente” inferiori i meridionali, ne escludevano molti. Tra loro la sorellina di mia nonna. Una bambina timida, arrivata con i genitori a Ellis Island che, messa in soggezione dalla situazione e dalle domande, era stata catalogata come “minorata”, quindi rispedita indietro, da sola. Un’esperienza, raccontava mia nonna con le lacrime agli occhi, che l’aveva segnata per tutta la vita. 

Oggi il colore dell’emigrazione è cambiato. Il bianco è diventato nero. Dalla Siria si fugge per la guerra, dal Corno d’Africa per povertà, instabilità politica, faide etniche e tribali.

Per i migranti economici a puntare sull’Occidente il faro della speranza è il web.

Internet in Africa ha portato non solo l’inquietudine delle news, ma anche il mondo edulcorato delle pubblicità. E quello, in tempo reale, dei social network.

Una volta gli italiani in America o anche gli eritrei in Italia, aspettavano di tornare in patria per mostrare le belle foto della casa e dell’auto, per portare doni a parenti e amici.

Oggi i familiari dei giovani eritrei che vivono all’estero postano, quotidianamente, immagini che formano il racconto live di una vita invidiabile.

Così il sogno diventa quello di partire, anche senza documenti, senza visto. Mettendosi in mano a trafficanti di morte che del pericolo del viaggio hanno fatto un vantaggioso business.

La mostra avvicina le due emigrazioni, quelle dall’Italia verso l’America e quella dall’Africa verso l’Italia, con approdo nel nostro sud, terra da cui un tempo si partiva.

Negli ampi corridoi della mostra si passa accanto a coperte tradizionali in lana, bauli, lampade a olio, valigie impilate.  

Di fronte, appese al muro, le immagini attuali dei “barconi” sovraccarichi di uomini e donne. Una moderna odissea: giubbotti di salvataggio, luminescenti coperte termiche, sguardi persi, visi lacerati. 

E poi l’appello di Giusi Nicolini, datato 2012.

Le parole che il sindaco di Lampedusa e Linosa rivolge alla Comunità Europea per chiedere un intervento, per alleviare il “fardello di dolore” lasciato agli isolani. Domanda il sindaco: “quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?”.

Le tragedie nel nostro Mar Mediterraneo, purtroppo, ci hanno insegnato che ai cimiteri neppure si arriva. La gran parte dei corpi resta in mare. Simbolo drammatico di questi esodi, il naufragio del 3 ottobre 2013. Moltissime le vittime provenienti dal Corno d’Africa e, soprattutto, dall’Eritrea.

Lunghe file di infradito colorate, allineate davanti a un grande specchio, reggono le vele di speranza.

Poi in mostra nelle bacheche ci sono gli oggetti personali di molte delle persone morte nel naufragio. C’è la patente emessa nel 2010. È di un cittadino eritreo che dal Qatar, dove lavorava, ha cercato di raggiungere, senza farcela, l’Europa.

Di lui non sappiamo la storia, però abbiamo nome, patronimico, data di nascita, gruppo sanguigno. E così di molti altri. Oggetti restituiti dall’acqua, libri di preghiere, carte telefoniche, molti cellulari, fototessere, foto di famigliari. 

Una raccolta inquieta, come dice il titolo della mostra. Forse però anche inutile.

Immaginette e qualche Nakfa strappato non ci fanno comprendere meglio le storie di questi uomini e donne. Rattristano chi può permetterselo, chi non ha subito una perdita lacerante.

Penso alle mamme di alcuni di loro conosciute ad Asmara, capitale dell’Eritrea, subito dopo il disastro del 3 ottobre.

Non si capacitavano che fosse accaduto, non sapevano che i figli avevano scelto la via del mare.  La loro speranza era di riaverne i corpi, per poter dare loro pace con la sepoltura. Non è stato possibile neppure questo.

Visitando la mostra mi chiedo cosa proverebbero trovando esposte nelle vetrine gli oggetti dei loro figli. Mi chiedo se cercherebbero i nomi di parenti e amici nei lunghi elenchi di persone scomparse o morte, fogli adagiati sulle lunghe mensole.

Guardandomi in giro, però, vedo che a visitare la mostra non ci sono eritrei, solo occidentali, per i quali, credo, questi oggetti siano simili alle immagini dei tg. Solo la testimonianza di una terra inquieta.

Marilena Dolce

@EritreaLive  

 

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