L’Eritrea nei colori di Nenne Sanguineti Poggi

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Asmara, chiesa copta Enda Mariam, dettaglio mosaico in facciata, Nenne Sanguineti Poggi

L’Eritrea nei colori di Nenne Sanguineti Poggi

L’Eritrea dipinta da Nenne Sanguineti Poggi è un’Eritrea colorata, fatta di disegni, pennellate e, soprattutto, mosaici, una tecnica con la quale l’artista italiana racconta storie e sentimenti d’Africa.

Nenne nasce nel 1909 a Savona da una famiglia della piccola nobiltà ligure. “Nei tempi in cui non si faceva altro che salire e scendere le scale” scrive citando Gertrude Stein, “io ero nata in una casa già provvista di ascensore”.

Nel 1937 però lascia famiglia e agi, destinazione Massawa, Eritrea. Ad attenderla un marito sposato per procura. “Pratica diffusa in quegli anni”, spiega nel libo autobiografico Di che colore dipingersi?.

Prima di partire Nenne, senza rimpianti, accetta un matrimonio semplice, una cerimonia rapida, con poche persone, e “un marito per finta”.

La sua curiosità è rivolta al viaggio che la porterà ad Asmara, “una città affollatissima di gente giovane. Il luogo ideale per chi cercava un posto al sole” o per chi, come lei, fosse insofferente verso legami e rigide regole sociali.

L’anno successivo, ad Asmara, nasce il figlio Vincenzo.

Nenne racconta, con ironia e divertimento, il lavoro di preparazione della casa con i “pezzi” giunti dall’Italia.

“La sala da pranzo era arredata con tavolo, sedie e mezza cristalliera”. Già perché l’altra metà si è persa all’arrivo, nel porto di Massawa. Così la cristalliera dimezzata, priva al suo interno di cristalli, troverà una precaria stabilità grazie al perenne sostegno di due sedie.

Ma queste non sono cose che scuotono Nenne. Fin dall’inizio lei evita di fare la casalinga, s’interessa invece al paese che la ospita. Ama subito l’Eritrea, la sua gente, i suoi colori.

Ben prima del riconoscimento Unesco, Nenne scrive di Asmara, città costruita dagli italiani, che è di una grande bellezza. Un luogo dove la vita scorre tranquilla tra negozi, cinema, alberghi, scuole, bar, e persino un teatro.

Nelle case ci sono modernissimi servizi igienici. Addirittura, un amico dice a Nenne che Asmara è la “città italiana” con più bidè. Le contraddizioni però non mancano. Ci sono i sanitari ma scarseggia l’acqua, che mai (parola tigrina che significa acqua) ma veramente mai, sgorga in abbondanza. Per averla bisogna andare a rifornirsi alla cisterna.

Nenne è un’artista sensibile che sente il fascino del paesaggio eritreo, della sua gente, della loro cortesia. Conosce gli eritrei e impara a capirne l’animo, la gentilezza ma anche il rigore espresso con le parole. “Alla domanda, come stai?”, ricorda nella biografia, “la risposta comune era: come mi vedi”.

In quegli anni uomini e donne vivono semplicemente e ancora in serenità.  Le donne tessono il cotone per fare la futa, anche doppia, pesante, contro i rigori delle giornate più fredde  dell’altopiano.

Gli uomini portano, posato sulle spalle, un bastone ricurvo, per scacciare i (possibili) serpenti. Le donne invece vanno al mercato con le zembil, borse della spesa fatte di fili di palme dum intrecciate. Si sorride e si chiacchiera davanti a una tazza di tè bollente, aromatizzato con la cannella, il chai.

Sono queste persone i primi protagonisti del lavoro di Nenne pittrice. Come dimostrano anche i suoi disegni. Tra loro Ametè, giovane donna eritrea che per anni frequenta la casa come letè, domestica. Lei, come molte altre donne eritree di cui Nenne incrocia l’esistenza, rappresenta uno spaccato di vita, ricco di tradizioni e usanze locali.

Letè è il nome proprio, diventato comune, per riferirsi alle tate, ragazze che arrivano dai villaggi e che presto si abituano alla vita in città. Imparano rapidamente l’italiano, forse perché parlano già molte lingue, sono lavoratrici attente e precise, oneste, pulite, sempre in ordine.

Ametè, la letè di casa Sanguineti ad Asmara

I disegni di Nenne Sanguineti le ritraggono minute, eleganti nei tratti, ben vestite, con un giro di perline intorno alle caviglie sottili, sandali scuri ai piedi, capelli raccolti e treccine.

La loro è una vita scandita dai ritmi della civiltà contadina.

Avere un lavoro in città però è un privilegio. Vuol dire potersi costruire una casa al villaggio natale e tornarvi la domenica per stare con le amiche.

Nenne non vive solo ad Asmara. Ogni tanto, aperto il cancello della casa asmarina, carica il maggiolino Volkswagen verso Alghidir, quasi al confine con il Sudan.

Là lavora il marito che amministra una grande piantagione di cotone.

“Pare”, scrive Nenne ricordando le sue partenze “che in Amazzonia ci si dipinga il corpo di un dato colore per mostrare a se stessi e agli altri lo stato d’animo. Di che colore mi sarei dipinta quando preparavo i miei attrezzi per Alghidir?”.

Il colore dei sentimenti, come scrive Marcel Proust negli appunti recentemente ritrovati, “quale colore preferisco?” “Quello degli occhi della persona che amo”.

Per dipingere persone, sguardi, sentimenti Nenne percorre al volante trecentosessanta chilometri, da Asmara verso Tessenei. Circondata sempre dai colori.

Prima il rosso della terra dell’altopiano, con il bianco di fute e zuria che la percorrono. Poi il viola delle buganvillee, dei colori accesi dei vestiti delle donne bilene. Infine la sabbia del bassopiano con i cammelli, colori morbidi che si alternano al verde di palme, sicomori, baobab.

Arrivata ad Alghedir, una macchia verde nella distesa sabbiosa, a meravigliare sono, ancora una volta, i colori. Soprattutto quelli della sera. Il rosa del cielo che, pian piano, diventa verdino, violetto, azzurro e infine di un profondissimo blu, per appoggiarvi milioni di stelle.

La casa di Alghedir “non è piuttosto una casa ma un tetto di grossa paglia pressata resa impermeabile”. Niente vetri ma musharabie fatte di foglie di palma dum messe a spina di pesce.

Come ci vive una giovane donna ligure? Benissimo. La vita, dice Nenne, era bellissima, scandita da tempi lenti, senza affanno, con il profumo del tè bollente e il fresco dell’acqua conservata, nello zir, un otre di terracotta tenuto sulla soglia di casa.

Anche qui c’è una letè, Regvè, brava in cucina sia con i piatti tradizionali eritrei, injera e zighinì, sia con gli arrosti italiani. Diffidente però verso gli sformati di Nenne, “quei pasticci inglesi della signora”, dice, troppo somiglianti ai pudding, entrati velocemente con l’amministrazione inglese. E altrettanto velocemente usciti.

I dialoghi tra Nenne e Regvè sono un lessico familiare che azzera qualsiasi distanza. Riconosciuta la capacità di imparare l’italiano rimangono alcune divertenti licenze come piano, contrario di forte, che nel vocabolario della cuoca significa anche “meno piccante”. Quindi se lo zighinì è condito piano, si può stare tranquilli. Oppure prima che, se pronunciato con tante iiiii, aumenta la distanza dall’evento, facendolo diventare lontanissimo, priiiiiima, appunto.

In quegli anni la vita di eritrei e italiani scorre affiancata. Le donne italiane arrivate in Eritrea con le prime ondate coloniali non comandano una “loro Africa”. Si mettono piuttosto a lavorare. Prima cosa, scrive Nenne, accorciano le lunghe gonne, tirandole su dalla vita. Gli uomini, invece, insieme agli eritrei, costruiscono le abitazioni e avviano lavori molte volte artigianali.

Dopo il 1941, anche se l’Italia ha perso la colonia, gli italiani restano in Eritrea, adeguandosi ai cambiamenti. “Nel 1952 l’Eritrea diventa una provincia dell’Etiopia. Con un subdolo dirty trick l’Onu ne decreta l’annessione al governo di Addis Abeba. L’Eritrea produceva ma era Addis a risucchiare le risorse, anche se modeste”. Così scrive Nenne Sanguineti.

L’Etiopia, però, a lei apre le porte. Un’occasione che arriva grazie a Arturo Mezzedimi, “l’architetto della superproduzione” amato dall’imperatore Heilè Selassié.

Mezzedimi le propone di realizzare un grande mosaico come decoro per la nuova chiesa dell’Arca Santa ad Axum.

Il mosaico deve narrare, sulle pareti del Tabot di Santa Maria, la storia della regina di Saba e del re Salomone. Quattro pannelli di 20 metri quadrati ciascuno. Tempo per l’esecuzione novanta giorni.

Il mosaico, fitto di piccolissime tessere, sminuzzate ancor più con il tronchesino, diventa l’elemento centrale di tanti lavori di Nenne. In Eritrea in quegli anni sono molte le fabbriche che producono le tessere, come l’Industria Ceramiche di Carlo Tabacchi, nata nel 1945.

Sempre al sodalizio con Mezzedimi, risale il lavoro per l’Africa Hall di Addis Abeba. Una decorazione di 40 metri per quattro per affrescare, con i motivi della natura, la parete circolare del Palazzo, futura sede dell’UNECA, la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa.

Ad Asmara, invece, tra i suoi lavori più importanti sono da ricordare i pannelli per la scuola Agazien, i 7 mosaici alti sei metri della chiesa copta Enda Mariam. Un pannello di 15 metri sulla facciata della scuola Ferdinando Martini e un murale di venti metri, in piastrelle, eseguito per il cotonificio Barattolo, per narrare la raccolta del cotone.

Asmara, Cotonificio Barattolo, un dettaglio dell’originale mosaico

Molto belli anche i mosaici per le cappelle funerarie del cimitero italiano, come quelli realizzati per la Cappella Casciani.

Asmara, Cimitero Italiano, dettaglio dei mosaici che decorano l’interno della Cappella della famiglia Casciani

Non sono molti gli artisti italiani vissuti a lungo in Eritrea.

Tra loro Nenne Sanguineti Poggi ha occupato un posto di rilievo, dal 1937 al 1970. Poi “tutto termina”, come dice lei, riferendosi al 1974, anno della morte dell’imperatore Heilè Selassiè.

Il 23 marzo 1970 ad Asmara si tiene la mostra d’addio, per il suo definitivo rientro a Finale Ligure, in Italia.

Così scrive Il Giornale d’Eritrea: “Nenne Sanguineti è una maestra del pennello che è divenuto il miglior interprete delle sue impressioni delle bellezze di questa terra, del suo calore e dei suoi colori, un’interprete eccellente anche dei tanti mosaici, a ceramica, tempera e bassorilievo che decorano ora le pareti di chiese e di importanti edifici pubblici e privati”.

Nenne Sanguineti Poggi muore nel 2012, a quasi 103 anni la domenica delle Palme, soggetto di uno dei quadri che più ha amato, dopo una vita che, sicuramente, non l’ha delusa.

Oggi delle sue opere, dei disegni e dei molti dipinti, si occupano il figlio e la nipote Deborah Sanguineti.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

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