Le nebbie di Massawa, Intervista a Giorgio Ballario – EritreaLive

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Giorgio Ballario, Le nebbie di Massawa, Edizioni del Capricorno, 2018

Le nebbie di Massawa, intervista a Giorgio Ballario – EritreaLive

Una nuova indagine del maggiore Aldo Morosini.

Le nebbie di Massawa è un romanzo giallo, ambientato in Eritrea durante il colonialismo italiano. È uscito a luglio per le Edizioni Del Capricorno, disponibile in libreria e online.

Delle nebbie di Massawa non racconterò la trama. È peccato mortale svelare l’intreccio di un giallo. O, come si dice ora, spoilerarlo.

Lasceremo al lettore il piacere della scoperta. Raccontando invece, delle nebbie di Massawa, grazie alla conversazione con l’autore, i dettagli, la ricerca storica, le affinità dell’autore con Morosini, personaggio principale.

Le nebbie di Massawa è il quarto romanzo giallo ambientato in Eritrea. Protagonista, anche stavolta, il maggiore Aldo Morosini, ufficiale dei Reali Carabinieri.

Siamo nel 1936 e Morosini, ufficiale italiano di stanza a Massawa, è bloccato a letto per un attacco di malaria. Così è dalla camera d’ospedale dell’Umberto I che il maggiore sbroglia intricate matasse e complicate indagini.

Una citazione di Alfred Hitchcock, penso alla Finestra sul cortile?

A dir la verità non ci avevo pensato. Però certo ci sono molti esempi di investigatori costretti da qualcosa a dover risolvere casi complessi senza potersi muovere. Ricordo un caso di Simenon in cui Maigret non può uscire di casa perché malato.

È vero, capita a Maigret e più recentemente a Lincoln Rhyme detective diventato tetraplegico, protagonista del “Collezionista di ossa”. Esempi famosi di armchair detective…

 Dunque non potendo uscire sono la natura e gli eventi a entrare nella stanza del maggiore. La nebbia di Massawa, con il suo valore simbolico, Morosini annebbiato dalla malaria, oltre che reale.

La nebbia che sale dalla costa verso l’altopiano. Il mare, la spiaggia di Gurgussum, il caldo afoso dell’estate eritrea, le isole Dahlak immaginate in lontananza…

Si. Nei miei romanzi cerco di far in modo che l’ambientazione eritrea (o in altri casi somala o etiope) non sia semplice sfondo teatrale immobile e un po’ fasullo, ma diventi a suo modo parte integrante della storia.

 Storia, quella dell’Africa Orientale Italiana che, come il paesaggio, fa parte della trama. Con personaggi reali prestati al romanzo. Mi riferisco a Mario Gramsci, fratello di Antonio, che racconta la sua vita al maggiore Morosini e Henry De Monfreid. Quest’ultimo è co-protagonista, per rappresentare i molti avventurieri, esploratori e scrittori che hanno descritto l’Africa a fine ‘800?  

De Monfreid è stato un personaggio affascinante. Come lui molti altri a fine Ottocento e nella prima metà del secolo scorso. Avventurieri, esploratori, intellettuali cosmopoliti ma non superficiali come al giorno d’oggi. Magari anche canaglie in cerca di fortuna. Poi questa propensione all’avventura da parte degli europei si è andata spegnendo, forse perché il mondo si è “rimpicciolito”, sicuramente perché la tecnologia facilita i cosiddetti turisti di massa, ma di fatto annulla i viaggiatori.

Quanto al viaggio, lei cita, e fa citare a Morosini, un poeta persiano che dice “la vita è un viaggio e viaggiare è vivere due volte”. È così?

Si. Ho messo questa frase all’inizio del libro perché introduce il tema del viaggio, sia metaforico che reale, che il protagonista svolge nell’arco del romanzo. Ed è un aforismo che condivido appieno, anche per me viaggiare vuol dire vivere due volte.

 Viaggi reali e immaginari. Il maggiore Morosini ama Emilio Salgari, scrittore prolifico di avventure ambientate in paesi che però non ha mai visitati. Lei è stato nei luoghi dei suoi romanzi?

 Sono stato in Eritrea nel 2009. Mi manca invece l’Etiopia. Morosini cita Salgari perché è stato uno degli scrittori alla base della formazione culturale di più generazioni di ragazzi amanti dell’avventura fino a pochi decenni fa. Anch’io sono cresciuto a pane e Salgari. Oggi credo che sia un po’ dimenticato. Anche in questo caso penso che la tecnologia offra molte possibilità ai ragazzi del nuovo millennio ma gli abbia tolto il gusto della lettura avventurosa.

Come mai ha deciso di ambientare le indagini di Morosini a Massawa, cosa l’ha colpita della città?

L’ho deciso prima di andarci. Quindi l’ho scelta come base per le indagini del maggiore in modo del tutto “salgariano”, cioè fondandomi su letture e ricerche d’archivio. In particolare i testi dell’epoca. Ad esempio la guida del Touring Club dell’Africa Orientale che è un prezioso vademecum per lo scrittore che vuole ambientare le sue storie in quei luoghi e in quegli anni.

Mi faceva comodo usare Massawa perché è un porto. Era la via d’accesso all’Africa italiana. Inoltre ha un clima particolarmente caldo. Quindi rappresentava davvero qualcosa di “esotico” in tutti i sensi per gli italiani in arrivo dall’Europa.

Nel giallo c’è un episodio dell’indagine che conduce, virtualmente, Morosini dal suo letto d’ospedale a Otulmo.

Lei ha visitato la zona?

Ci sono passato in auto. Oggi per fortuna non è più come ai tempi della colonia. E tanto meno il terribile ghetto descritto nel romanzo utilizzando le parole, vere, del governatore Ferdinando Martini, che guidò la colonia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

 Ancora una domanda sui luoghi. Sono molto belli gli incontri e le discussioni di Morosini-paziente sotto un sicomoro nei pressi dell’ospedale. C’è davvero o è licenza poetica? E l’ospedale esiste ancora?

Sinceramente non so se l’attuale ospedale sia lo stesso del 1936, cioè l’Umberto I. Quanto al sicomoro è una finzione. È uno degli alberi più belli in quella zona d’Africa. C’è addirittura una Valle dei Sicomori lungo la strada che conduce da Asmara a Senafe.

Lì ci sono esemplari imponenti che ho avuto la fortuna di vedere durante il mio viaggio.

 È vero che i sicomori sono bellissimi, non a caso sono il simbolo di EritreaLive…

Tornando a Morosini, il maggiore durante la sua malattia si fa portare tutte le mattine una copia del Corriere Eritreo. Lei ha potuto vedere la ricca collezione di vecchi giornali che si trova all’Albergo Italia?

 Purtroppo no. Gli faccio leggere il Corriere Eritreo perché era il giornale più diffuso nella colonia. A quei tempi non arrivavano altri quotidiani, se non dopo molte settimane. Uso uno stratagemma: titoli e articoli che cito nei libri sono veri ma anziché essere del Corriere Eritreo sono quelli della Stampa. Infatti posso consultare l’archivio storico. In questo modo il linguaggio e il tipo di giornalismo è in effetti quello dell’epoca.  

 Tesfaghì lo sciumbasci che collabora con Morosini è un personaggio importante nel giallo. Lei ha conosciuto qualche ascaro?

Gli ascari, in particolar modo lo sciumbasci Tesfaghì, uno dei principali collaboratori del maggiore Morosini, sono figure essenziali nei miei romanzi. Rappresentano un po’ il trait d’union fra gli italiani e la popolazione indigena. E non solo per lo svolgimento delle indagini. In effetti ebbero un ruolo determinante sia nelle operazioni di polizia dei Reali Carabinieri, sia nelle guerre (con l’Etiopia nella Seconda guerra mondiale), mostrando un valore e un attaccamento alla bandiera degni di essere ricordati.

Il maggiore Morosini, nei tempi lunghi della sua malattia, legge Seneca…

Si, in tutti e quattro i romanzi il maggiore Morosini ha sempre con sé un libro di Seneca. Gli serve per trovare risposte o anche solo consolazione nei momenti di difficoltà. E serve a me per introdurre dei pensieri e dei ragionamenti filosofici che il mio protagonista si trova a fare durante la narrazione.

 Per finire. Il maggiore Morosini sente d’invecchiare. E rimpiange una fugace storia d’amore con una fotografa tedesca. Nei prossimi gialli avrà più fortuna?

Si, Morosini è in quell’età, intorno ai quarant’anni, in cui si cominciano a tirare i primi bilanci della propria esistenza. E inevitabilmente si rende conto di invecchiare. Percepisce il tempo che scorre e le occasioni che si vanno perdendo. Comprese le occasioni di avere una vita affettiva “normale”. Una cosa complessa per un ufficiale di stanza nelle colonie.

Per cui talvolta rimpiange degli amori passati. E in questo romanzo quello, ancora in vita ma ormai piuttosto affievolito e lontano, con Erika Hagen.

Non sono in grado di dire se in futuro avrà più fortuna. Al momento mi sembra poco portato per una vera vita di coppia.

Bene. In attesa che le avventure di Aldo Morosini continuino a tenerci col fiato sospeso, raccontandoci un po’ della nostra storia passata, speriamo di ritrovarlo innamorato.

Come si dice, non è mai troppo tardi…

 

Marilena Dolce

@EritreaLive

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