ISRAELE cancella l’accordo con l’UNHCR sui migranti eritrei

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© Reuters, Israele, il muro costruito nel 2015 per frenare l’arrivo dei migranti dall’Egitto

ISRAELE cancella l’accordo con l’UNHCR sui migranti eritrei.

Oggi l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, ha pubblicato sul suo sito istituzionale un comunicato stampa in cui si rammarica della decisione di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha cancellato l’accordo siglato che riguardava il destino dei migranti eritrei e sudanesi che attualmente si trovano in Israele.

Due giorni fa, infatti, il Governo di Israele e l’UNHCR avevano comunicato alla stampa il raggiungimento di un accordo bilaterale sui 39 mila migranti africani, soprattutto eritrei e sudanesi, presenti nel paese. L’accordo prevedeva che Israele ne inviasse 16 mila in Occidente. I Paesi occidentali citati da Netanyahu erano Italia, Germania, Canada. Paesi con una numerosa presenza di eritrei. Per quelli rimasti in Israele l’accordo prevedeva una residenza provvisoria della durata di cinque anni.

Poche ora dopo l’annuncio, dal governo italiano però arriva una secca smentita, di questi accodi “non ne sappiamo niente”. Cioè, in Italia, per il momento, non vengono.  Seguita dalla risposta di Israele, “Roma era solo un esempio”.

È dalla fine del 2017 che Israele cerca un ricollocamento per i migranti africani presenti sul suo territorio. Qualche mese fa l’ipotesi di inviarli in Uganda e Ruanda, pagando sia i profughi sia i paesi africani che li avessero accolti. Una scelta per modo di dire perché per chi rifiutava l’unica prospettava sarebbe stata la prigione. L’accordo però sfuma quando i paesi africani coinvolti si tirano indietro, spiegando di non accettare trasferimenti coatti.

A febbraio la Corte d’Appello israeliana decide che, per gli eritrei che non possono rientrare nel proprio paese per motivi politici, è possibile richiedere asilo in Israele. In realtà il governo eritreo ha più volte dichiarato che chi ha lasciato il paese per non fare il servizio militare o civile, rientrando non rischierebbe nessuna pena. Il governo eritreo, però, non accetta rientri forzati. Se i cittadini eritrei vogliono tornare le porte sono aperte. Se vogliono cercare altrove migliori opportunità di vita, non sarà l’Eritrea a impedirlo. Questa è la posizione ufficiale.

A queste “deportazioni” del governo di Benjamin Netanyahu si oppongono le ong interne e internazionali e, con una lettera inviata al governo, molti intellettuali, tra cui Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua che, ricordando le sofferenze e le deportazioni degli stessi ebrei, ritengono che Israele non debba chiudere le porte ai migranti africani.   

Nel 2015 contro l’arrivo di migranti dall’Egitto, attraverso il Sinai, Israele ha eretto un nuovo muro. La motivazione è che il Paese è troppo piccolo e demograficamente composito per poter accogliere i migranti. Israele deve proteggersi con l’esercito e le frontiere.  Questo è probabilmente il punto di vista prevalente nel paese, intellettuali a parte.

Dice una giornalista israeliana, nata in Italia, che l’atteggiamento di chiusura di Israele verso i migranti, di un estremismo che lei non condivide, non è però diverso da quello italiano.

“C’è un modo di dire che in ebraico suona meglio perché in rima che riferendosi ai migranti dice, lavano i piatti dove mangi tu, vivono però dove abitiamo noi”.  

Ad essere espulsi da Israele sono soprattutto eritrei e sudanesi perché si pensa possano tornare a casa loro, spiega.

Un’altra considerazione è che Israele accoglie, come durante il regime di Menghistu, solo gli etiopici ebrei, i falasha. Quindi negli anni passati gli etiopici non ebrei che hanno lasciato il loro paese per motivi politici o economici, si sono dichiarati eritrei, sperando, per la somiglianza fisica, di poter contare sull’asilo politico.

Sono migranti arrivati prima della costruzione del muro, che però non sono riusciti a inserirsi nella vita del Paese. Non hanno imparato un mestiere. Al contrario di cinesi, filippini o tailandesi, che nessuno vuole espellere perché sono utili, degli africani il paese non ha bisogno.

I tailandesi lavorano in agricoltura, i filippini con gli anziani, i rumeni nell’edilizia, ma gli africani non si sono ritagliati uno spazio. Sono inutili in un paese che non ha certo bisogno di  manodopera.

Il governo israeliano, quindi, deve risolvere il problema. Mentre ai migranti africani non resta altro destino che prendere un volo, visto che nessuno dei paesi vicini ad Israele li accoglierebbe.

Dice Carlotta Sami, portavoce Unhcr, intervistata ieri da Radio Capital che l’accordo bilaterale tra Israele e l’Unhcr c’era stato. Però non erano stati ancora definiti i paesi occidentali che avrebbero potuto accogliere i migranti. Perché quello sarebbe stato un passo successivo fatto dall’Unhcr con i singoli paesi. Così era stabilito. Oggi però è arrivata la decisione di Netanyhau di cancellare tutto.

“In questo momento la situazione dei migranti in Israele è difficile” dice la portavoce Unhcr, “sono senza assistenza e parte dell’accordo prevedeva che per i 20 mila che restavano in Israele ci sarebbe stato un permesso di lunga durata e un supporto economico. Il governo israeliano si era impegnato per la loro inclusione all’interno della società”.

Un’inclusione, sembra di capire, particolarmente difficile. Come non facile, anzi un bel rompicapo, sta diventando anche l’esclusione.

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