GLI ERITREI A BORDO DELLA NAVE MILITARE DICIOTTI

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GLI ERITREI A BORDO DELLA NAVE MILITARE “DICIOTTI”

Il 20 agosto la “Diciotti”, nave militare italiana, si è arenata nel porto di Catania.

Il Viminale non ha permesso lo sbarco sulle nostre coste di circa 150 migranti “illegali” a bordo dell’imbarcazione. Un braccio di ferro di fine estate tra Matteo Salvini e l’Unione Europea. L’Italia, dice Salvini, non sarà più l’approdo dei migranti africani. E l’Europa che fatica a farsene una ragione, controbatte con dati sull’accoglienza, tirando sul prezzo della stessa.

Questa, tuttavia, è solo un lato della questione. Il secondo riguarda i migranti. Chi sono questi uomini, donne, ragazzi, forse bambini, a bordo della nave Diciotti? Emigrano per cercare un lavoro, sono cioè “migranti economici”, oppure scappano da guerre e persecuzioni.

Per stabilirlo, prima ancora della geopolitica, è necessario conoscerne la provenienza. Da che paese arrivano i migranti sulla Diciotti?

Secondo Daniela De Robert giornalista e delegata del garante per le persone detenute e private della libertà personale, sono quasi tutti eritrei. Ha potuto stabilirlo il 23 agosto, salendo sulla nave e parlando, per tre ore, con i migranti e con l’equipaggio. Sono eritrei, spiega, quindi hanno diritto a una protezione internazionale, quasi automatica.

Togliamo il “quasi”, per capire come mai sulla nave Diciotti attraccata a Catania ci siano centotrenta eritrei.

È agli eritrei, infatti, che nel 2012 l’America decide di dare appoggio, perché lascino il loro paese.

L’allora presidente Barack Obama disse, riferendosi all’Eritrea, che l’America avrebbe collaborato con i gruppi che avessero aiutato donne e bambini a scappare dalle mani dei propri aguzzini. Aggiungendo che l’aiuto dato, in questo senso, ad altri paesi cominciava già a dare risultati.

Da quel momento essere eritreo o dichiararsi tale è diventato il passe-partout per l’Europa. 

Dunque che a bordo della Diciotti ci fossero molti eritrei potrebbe non stupire, vista la premessa.

Per esserne sicuri però è necessario parlare con loro.  Sapere il tigrino. E, considerando che anche molti etiopici parlano tigrino, capire gli accenti diversi. Chi è nato in Eritrea ma ha sempre vissuto in Etiopia e da lì arriva, parla un tigrino differente da chi arriva dall’Eritrea.

Saranno saliti sulla Diciotti mediatori culturali e interpreti madrelingua, capaci di sbrogliare l’intricata matassa della provenienza?

Avrebbero potuto. Ma per nessuno è stato importante interrogarsi sulla loro reale provenienza.  Anzi. Se i migranti sono eritrei si ottengono due risultati. Il primo è contro Salvini, il suo governo e l’accanimento verso gli emarginati, cioè in questo caso, i migranti. Il secondo contro l’Eritrea, paese da cui si scappa da anni e di cui è facile trovare in rete report dedicati.    

Scrive il 25 agosto Matteo Renzi, ex premier del pd, in un post sulla sua pagina Facebook, a proposito della Diciotti, “ci sono 150 eritrei che fuggono dalla guerra” #FateliScendere.

E in effetti qualche giorno dopo scenderanno.

Ma in Eritrea c’è una guerra da cui fuggire? No. Anzi, dallo scorso 9 luglio c’è la pace.

Però stampa e politici italiani tanto interessati agli eritrei imbarcati sulla Diciotti, hanno quasi ignorato lo storico abbraccio tra il presidente eritreo Isaias Afwerki e il premier etiopico Abiy Ahmed. I due leader il 9 luglio, firmando una dichiarazione di pace e amicizia,  hanno messo fine a una situazione d’instabilità e quasi guerra che si trascinava dal 2002.

Abiy Ahmed infatti già nel suo discorso d’insediamento ha teso la mano all’Eritrea, dichiarando di voler accettare i termini dell’Accordo di Algeri (2002), favorevoli all’Eritrea. Chiudendo così la guerra sull’appartenenza dei territori di confine scoppiata nel 1998 e rimasta sospesa fino ad ora.

Improvvisamente, scrivono gli analisti internazionali, la situazione tra Eritrea ed Etiopia che sembrava in uno stallo irrisolvibile, si sblocca. Per l’Eritrea si apre una nuova fase della storia. Ora tutto è rimesso in discussione. Le sanzioni stabilite nel 2009?  Obsolete, dice l’Onu. Il servizio militare o nazionale? Una soluzione d’emergenza per i tempi di guerra, dichiarano ad Asmara.

In pochi mesi, che vale la pena di ripercorrere, lo scenario politico dei due paesi cambia radicalmente.

Lo scorso aprile in Etiopia diventa primo ministro Abiy Ahmed. Dopo anni di malcontento e violenze, diventate all’ultimo insostenibili, il partito di governo, il TPLF, che dall’indipendenza ha predominato, pur rappresentando  un’etnia minoritaria, quella  tigrina, lascia il governo.

Il nuovo premier Abiy è un politico Oromo, sorretto anche dagli Amhara, perciò ha con lui la maggioranza del paese.

La situazione interna in Etiopia, però, non è semplice. Il 23 giugno, infatti, durante un comizio nella centralissima Meskel Square di Addis Abeba, l’opposizione tigrina scaglia ordigni contro il palco dove sta per parlare Abiy, provocando morti e feriti.  

Il premier tuttavia, mentre dona il sangue per i feriti, commenta che l’Etiopia nuova, che lui rappresenta, non si farà intimidire.

Per reggere il peso dell’ostilità interna Abiy deve alleggerire le tensioni esterne, cominciando dall’Eritrea. Nasce perciò una nuova politica di distensione e, non ultima, una nuova comunicazione.

I viaggi di luglio dei due leader, prima Abiy ad Asmara, poi Isaias ad Addi Abeba, sono raccontati in diretta, minuto per minuto. La gente partecipa entusiasta. La felicità, in entrambi i paesi, è alle stelle. Il 9 luglio è Asmara la capitale del cambiamento.  

Nei giorni successivi, come stabilito, sono riattivate le linee telefoniche. Poi si riaprono le ambasciate e riprendono i voli dell’Ethiopian Airline.

Infrastrutture, porti, aeroporti, tutto collegherà i due paesi, facilitandone scambi e commerci. Sui social si commenta, si twitta, si scrivono post. Perché non è vero che in Eritrea non c’è internet e che la gente sta zitta. 

Eritrea ed Etiopia hanno ritrovato la pace, da soli.

Quello che non erano riuscite a fare le passate amministrazioni americane che sostenevano una sola parte, l’Etiopia, sta avvenendo ora, grazie a due leader che hanno trovato una sintonia politica.

La vecchia guardia statunitense che aveva creato più ostacoli di quanti non ne avesse rimossi, non esiste più. Unica eccezione l’apripista del nuovo corso, l’ambasciatore Donald Yamamoto che lo scorso aprile, dopo dieci anni di assenze, ha visitato l’Eritrea.

Tornando agli eritrei che si trovavano negli scorsi giorni sull’imbarcazione italiana, certamente non sono partiti da Asmara il 9 luglio. Sono le vittime di una pregressa, difficile, situazione interna.

La condizione di non pace non guerra che si trascinava da vent’anni ha tolto prospettive ai giovani. Così come il tappeto rosso steso per l’esodo ne ha incentivato l’emigrazione, soprattutto negli anni 2014-2016. Ora c’è la lunga coda di chi, vittima di un traffico disumano, si trova in Libia in attesa di un imbarco verso l’Europa.

Un viaggio per cui ha pagato cifre altissime e rischiato già la vita. Un viaggio spesso durato anni che sembra  impossibile interrompere.

Molti degli eritrei che arrivano in Libia escono per vie traverse, da campi profughi etiopici che, con la pace, saranno smantellati.

Nei giorni scorsi è stato in visita ad Asmara il ministro tedesco per la cooperazione e lo sviluppo, Gerd Müller. Hanno parlato anche di migranti. La Germania quest’anno ne ha accolti 15.000.

Negli stessi giorni in un’intervista a una televisione tedesca il ministro degli esteri eritreo Osman Saleh, ha ripetuto  che, per nessun eritreo fuggito all’estero è chiusa la porta del proprio paese. Tutti possono tornare senza subire conseguenze.

Gli eritrei sono “migranti economici”. Cioè, come detto più volte anche da fonti diplomatiche occidentali interne al paese, se ne vanno per cercare in Europa un lavoro meglio pagato rispetto alle prospettive che finora hanno avuto in patria.

Tornando ai migranti a bordo della Diciotti, se da un lato non si sa se sia vero che “la maggior parte è di origine eritrea”, è sicuramente falso dire che “sono il secondo gruppo per ingressi in Italia”.

In realtà, fonte Unhcr, gli eritrei arrivati in Italia da gennaio ad agosto, sono meno di tremila persone su 66.372. Cioè sono l’ottavo gruppo su dieci considerati.  Comprendendo anche gli etiopici che non risultano in nessuna classifica stilata.

È vero che l’articolo 10 della nostra Costituzione e la Convenzione di Ginevra del ’51 prima e del ‘54 poi, tutelano i perseguitati per religione, razza e opinione. Però questo non è il caso dell’Eritrea, anche se l’Italia finge di ignorarlo.

In Eritrea convivono pacificamente molte etnie, si professano differenti religioni. Soprattutto convivono in pace cristiani e musulmani.

Le restrizioni con le quali l’Eritrea ha dovuto finora fare i conti sono l’esito di un lungo stato di guerra con un paese confinante molto più grande e molto più aiutato dall’estero.

Oggi in Eritrea si guarda con speranza a un futuro migliore, ricco di opportunità. Un futuro che riguarda in primo luogo i giovani.

Perché quella tra Eritrea ed Etiopia non è, come qualcuno vorrebbe, una “tregua” ma una pace che, ovviamente, farà venir meno la necessità di “protezione internazionale”.

Non ce ne sarà più bisogno. Le persone sceglieranno di vivere e lavorare nel proprio paese o in quelli più vicini. Comunque gli eritrei e gli etiopici non saranno più merce per scafisti e trafficanti di uomini.

Nessuno di loro avrà più bisogno di essere soccorso in mare.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un commento

  1. Complimenti da un Ethiope nata in Italia,fiera ed orgogliosa, (meno fiera di essere italiana in questo momento storico) il tuo articolo e molto chiaro e piacevole sapere che c’è qualcuno che spieghi semplicemente le cose come stanno!!
    Ottimo lavoro!

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