Etiopia, morte più di 50 persone nella frana di una discarica

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 Source Xinhua, Etiopia, Addis Abeba, la tragedia della morte nella discarica di Koshe, periferia della città

Etiopia, 11 marzo, le agenzie di stampa battono la notizia che nella capitale, Addis Abeba, circa 50 persone sono morte, sepolte sotto una frana di rifiuti

In Etiopia si muore perchè si vive e si  cerca di che vivere nella più grande discarica cittadina. Un abitante della bidonville dice che nel sito, che avrebbe dovuto essere inattivo, si erano invece ripresi a scaricare i rifiuti dei quattro milioni di abitanti della città.

Com’è successa la disgrazia lo spiega il portavoce  del municipio della città di  Addis Abeba, (Etiopia) Dagmawit Mogos all’Agenzia France Presse (AFP). Dagmawit dice che sono morte le persone che vivevano nelle abitazioni di fortuna costruite sotto la collina di Koshe, sporco in amarico, la discarica più grande del paese.  

“I morti”, continua il portavoce, “che potrebbero salire, sono disperati che per vivere cercano qualcosa nella montagna di rifiuti”. Hanno perso la vita per questo motivo 36 donne e 14 uomini, molti i bambini.

Il corrispondente dell’AFP spiega che, da un fianco della collina di rifiuti, si sarebbe improvvisamente staccata la frana.

Jeune Afrique, scrive che tra i rifiuti crollati si possono vedere i materiali, teli di plastica colorata e bastoni di legno, che sorreggono le case di fortuna di chi abitava sotto la montagna.

In questa discarica vivono circa 300 persone. A fianco c’è un’altra baraccopoli, motivo per cui da domenica sono al lavoro gli escavatori per cercare i dispersi.

L’AFP riporta che il motivo della frana potrebbero essere stati i lavori di spianamento in cima alla montagna. Un progetto avviato per la costruzione di una centrale a biogas, per lo sfruttamento del potenziale energetico dei rifiuti urbani.

Il portavoce ha detto, inoltre, che si sta costruendo una nuova discarica cittadina.

Ma si farà in modo che, anche accanto a questa discarica, non si formi una bidonville? Il problema di questa tragedia non è solo che tra i rifiuti si possa morire, ma che tra i rifiuti si debba vivere.

 L’Etiopia, nonostante la cronica insicurezza alimentare, è uno dei paesi africani più aiutato e sostenuto dall’Occidente. Com’è possibile accettare che, nella sua capitale, la gente viva nella spazzatura?

In Etiopia lavorano più di  tremila ong, organizzazioni che, ogni anno, spendono milioni di dollari nei più diversi progetti. Perchè non si pensa a  bidonville e discariche?

Le amministrazioni americane, da George W. Bush a Barack Obama, hanno sostenuto e aiutato l’Etiopia, alleato strategico nella lotta contro l’estremismo islamico in Africa e, soprattutto, in Somalia.

Il risultato, però, sulla vita della gente non sembra confortante. In Etiopia vivono, infatti,  persone tra le più povere al mondo. Forse perché la povertà è un affare che coinvolge e arricchisce molte istituzioni internazionali, donatori, organizzazioni umanitarie, amministrazioni locali.

“Gli aiuti sono una fonte di valuta pregiata per Addis Abeba” scrive Giovanni Porzio “si  applica un tariffario sui generi importati: il 5 per cento sulle zanzariere, il 33 per cento sui medicinali, il 51 per cento sui prodotti alimentari”.

Dice il responsabile della logistica di una ong che, su un impianto per il controllo della potabilità dell’acqua, che in Europa costa 2.440 euro, il prelievo del governo etiopico è di 1.800 euro. Aggiunge inoltre che, a fine missione, dovranno lasciare tutte le attrezzature, veicoli compresi.

“Il business degli aiuti” dice Giovanni Porzio “muove enormi interessi economici. Almeno una parte del fiume di denaro si disperde nei rivoli della corruzione, nella speculazione edilizia, nel mastodontico apparato delle agenzie Onu, nelle ville con piscina della nomenklatura e nel corposo bilancio delle forze armate”.

Si potrebbe continuare l’analisi, andando però, come si diceva una volta a scuola, fuori tema.

Il tema di oggi è la morte (e la vita) senza dignità, di troppe persone costrette a stare sotto la collina di Koshe.

Per loro il paese deve trovare una soluzione accettabile. Perché non debbano più rischiare di morire tra gli scarti della loro stessa città.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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