Eritrei ed Etiopici nella Giungla di Calais

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Calais, ragazzi Oromo (Etiopia)  in fila durante lo sgombero della Giungla, intervistati per The Telegraph.

Eritrei ed Etiopici nella Giungla di Calais, quanti erano?  Nessuno lo sa ma per la stampa internazionale non c’erano etiopici, solo eritrei.

Il 26 ottobre la “Giungla” è stata svuotata.  “Il bel volto della Francia” dicono di loro stessi i francesi,  ha smobilitato il campo con “umanità” ed energia.

Quanti e chi sono gli “sfollati” di Calais? Di quale nazionalità ? Quanti eritrei e quanti etiopici c’erano nella giungla di Calais?

Domande fondamentali per conoscere la situazione e capire cosa accadrà. Domande però che restano aperte.

Parlando degli incendi scoppiati durante gli sgomberi, il prefetto della ragione del Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, dice: “sono una tradizione in alcune comunità quando abbandonano le proprie case”.

A quali comunità si riferisce? Non lo sa nessuno.
Vediamo perché.

Calais, Francia, punto estremo a nord, sull’Oceano Atlantico. Di fronte la costa inglese. Per arrivarci trentaquattro chilometri di tunnel sotto la Manica. Quello percorso clandestinamente sui tir e anche a piedi dai profughi che vogliono l’Inghilterra, a qualsiasi costo.

La posizione geografica è il motivo per cui a Calais si forma la Giungla, “uno spazio non adatto per viverci” dice l’UNHCR. Una vecchia discarica di rifiuti tossici, situata vicino a un complesso chimico industriale. Il più grande campo profughi in Europa. Il peggior posto,“dimenticato da Dio” dice a Limes Abdel al Satar, diciassettenne siriano che ha attraversato il mondo prima di arrivare a Londra.

Il campo si è fatto da sé. Nel 2014 c’erano circa 800 migranti, più di 5.000 nel 2015. Al momento dello sgombero si parla di circa 6.000. Ma non si sa di che nazionalità.

Per prevedere quanti di loro accetteranno di restare in Francia, in altri campi, container, strutture, bisognerebbe saperlo. Quanti spereranno ancora nella via verso l’Inghilterra, quanti abbandoneranno il sogno Europa per tornare nel proprio paese? Per rispondere a queste domande bisognerebbe sapere da dove vengono, di che nazionalità sono.

Ma questi, delle nazionalità, sono dati quasi impossibili da avere, mi spiega al telefono l’UNHCR Italia.

Calais è stata una giungla, senza strade e senza nomi. E anonimi restano i suoi abitanti. In questi giorni di sgomberi, nelle immagini diffuse dalle televisioni di tutto il mondo, all’incertezza si aggiunge la confusione, l’errore.

Le transenne per lasciare il campo mostrano, dietro al cartello “uomini soli”, file piene di giovani. Mentre, dietro la scritta “famiglie”, c’è il vuoto. È comprensibile. La Giungla è un campo fai da te, adatto ai più giovani e forti. Calais è stata la base europea di molti viaggi iniziati in Africa. Meta l’Inghilterra, paese dove spesso vivono amici e parenti di chi parte, dove si spera di trovare lavoro. La lingua europea più diffusa nella Giungla è l’inglese, altro elemento per scegliere l’Inghilterra.

Le organizzazioni umanitarie che lavoravano nella Giungla dicono che sono presenti molti afghani, iracheni, curdi, siriani, somali ed eritrei. Mancano, come sempre, gli etiopici.

Ma non è così.
Un video postato sulla propria pagina Facebook lunedì 24 ottobre da David Chazan live da Calais per The Telegraph mostra l’intervista a un giovane in coda durante lo sgombero del campo.

Il giornalista spiega che si tratta di una fila di giovani eritrei. Da mesi, dice, sono nella Giungla, sperando di poter andare in Inghilterra. Però il ragazzo che intervista, dopo aver detto età, nome e cognome, dice di essere Oromo, cioè etiopico. “Siamo tutti Oromo”, aggiunge riferendosi ai molti in coda con lui.

È un’affermazione interessante che passa, però, del tutto in secondo piano. Tanto che il post su Facebook non sarà corretto, continuando a riportare “Evacuation of Calais jungle begins, young Eritreans queue, hoping to be allowed to go to Britain”.

Non si sa quali siano le nazionalità a Calais ma, in quasi tutti gli articoli e servizi video, si dice che dalla Giungla escono giovani eritrei in fuga dal loro paese.

Il ragazzo che dice di essere Oromo apre un varco in questa semplificazione.

Innanzitutto le cifre: gli eritrei sono circa 6 milioni, gli etiopici 90. Finora d’etiopici in fuga dall’Etiopia non si è parlato.

L’Etiopia, alleato occidentale, è stato ritenuto, in questi anni, esempio di buona crescita. Uno stato federato, nato nel 1991, di cui oggi Oromo (35%) e Amhara (27%) contestano l’accentramento di potere e risorse attorno al partito di governo, il TPLF, Tigrayan People’s Liberation Front, composto da tigrini (6%).

Nell’ultimo anno le tensioni anti governative sono salite alle stelle. Il progetto di allargare la capitale Addis Abeba verso l’Oromia, espropriando terreni, anche se ritirato, ha fatto esplodere la protesta.
Dopo gli incidenti dello scorso 3 ottobre durante una manifestazione religiosa in Oromia, che ha provocato la morte di moltissime persone travolte dagli scontri tra polizia e manifestanti, è stato dichiarato lo stato d’emergenza.

Nel paese ora c’è il coprifuoco. I diplomatici non possono uscire dalla capitale, internet e social network sono stati oscurati, la stampa censurata.

Questi sono in parte i motivi per cui anche dall’Etiopia si emigra. Ma non solo.

Un articolo dello scorso luglio del New Yorker spiega che molti etiopici fuggono dalla povertà. Sono agricoltori senza mezzi sufficienti per vivere, che non possono restituire i prestiti governativi. Così affrontano viaggi pericolosi che li portano via Gibuti verso lo Yemen, per arrivare in Arabia Saudita e cercare lavoro. Dello Yemen molti, scrive l’articolo, soprattutto le donne, ignorano la pericolosa situazione di guerra civile.

Cosa c’entra questo con lo sgombero di Calais?

C’entra. Perché l’Europa non può continuare a occuparsi “dell’emergenza profughi” senza capirla. Confondendo paesi e persone. A quel ragazzo Oromo si doveva chiedere perché ha lasciato il paese.

Le famiglie siriane in fuga dalla guerra, uscite dalla Giungla di Calais, probabilmente accetteranno altre soluzioni. Forse anche in Francia. Il loro obiettivo è vivere in attesa di poter tornare a casa, finita la guerra.

Diversa la situazione di chi, senza visto, senza corridoi umanitari, scappa seguendo rotte pericolosissime. Smettere d’accomunare tutti i migranti africani facendoli diventare per forza eritrei, sarebbe un primo passo per capire “l’emergenza”.

Forse anche così, riconoscendo eritrei ed etiopici, si eviterebbero i morti nei tunnel, nelle gallerie, nel mare. Morti che pesano sulla coscienza di un’Europa che dei migranti non sa nulla, neppure la vera nazionalità.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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