Eritrea, TEKHA TESFAMICAEL, NUEW, parla delle donne eritree

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Incontro in Italia Tekha Tesfamicael, responsabile dell’Unione delle donne eritree NUEW  .Qual’è la situazione delle donne in Eritrea? Come vivono, cosa vogliono, per quali obiettivi si impegnano? A queste e altre domande risponde durante l’intervista a EritreaLive

EritreaLive Intervista TEKHA TESFAMICAEL, responsabile dell’Unione delle donne eritree, NUEW

EritreaLive Intervista TEKHA TESFAMICAEL, responsabile dell’Unione delle donne eritree, NUEW

L’Eritrea ha raggiunto diversi Obiettivi del Millennio (MDG’s), in particolare quelli sulla salute: diffusione delle vaccinazioni infantili, riduzione della mortalità neonatale, sicurezza durante gravidanza e parto, che ruolo ha avuto, per ilraggiungimento di questi obiettivi, l’Unione delle donne eritree, NUEW?

Il ruolo dell’Unione delle Donne, NUEW, è stato vitale. Ci siamo concentrate sullo sviluppo economico, sul miglioramento della scuola e della sanità. Questioni essenziali per le donne. Gli Obiettivi del Millennio sono stati parte del programma dell’Unione e, per raggiungerli, abbiamo condotto campagne capillari.

La nostra è un’organizzazione diffusa. La sua forza è la base, il villaggio.

Molte delle donne che seguiamo provengono da famiglie di agricoltori. Sono loro la base. Dobbiamo condividerne i punti di vista e le esperienze. La loro partecipazione è importante, se non ci fosse non avremmo raggiunto una parte della società.

Come siete organizzate?

Il nostro lavoro è organizzato su molti fronti: salute, educazione all’ambiente, acqua potabile, prevenzione del degrado e della deforestazione, attività di microcredito.

L’obiettivo è l’emancipazione femminile. Le donne devono essere come gli uomini.

Il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio sulla salute, in Eritrea, sono stati possibili grazie al ruolo fondamentale della donna. Sono loro che hanno educato la società che le circonda, per esempio con il programma di vaccinazione per i bambini. Un programma guidato dalle donne. (ndr, nei villaggi eritrei ci sono comitati che si impegnano per il raggiungimento degli obiettivi, volontari che hanno un ruolo fondamentale sostenuto da un grande senso della comunità).

Abbiamo affrontato quelli che sono diventati gli Obiettivi del Millennio, prima ancora dell’indipendenza, mano a mano che i territori eritrei venivano liberati.

Nell’ambito dell’istruzione, fino all’Università, abbiamo una fondamentale parità tra maschi e femmine. Questo è un cambiamento importante. L’Unione delle donne lavora con tutti i ministri e li supporta perché le norme sull’uguaglianza siano implementate e applicate.

In collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, per esempio, è stato introdotto un programma di educazione per adulti, per reinserire le donne vittime di matrimoni forzati (ndr, le spose bambine). A loro diamo una seconda possibilità, con corsi di formazione.

Abbiamo giornate d’incontro per discutere e lavorare con ministeri e organizzazioni civili. Il gap tra uomini e donne è fortemente ridotto. Il lavoro però continua, per garantire miglioramenti nel campo dell’HIV, dell’AIDS e delle altre malattie sessualmente trasmesse. (ndr, esiste ad Asmara un dipartimento ad hoc).

Nel 2007 l’Eritrea ha emanato una legge che vieta le mutilazioni genitali femminili (FGM)…

Consideriamo le mutilazione o altre pratiche simili dannose per la salute fisica e mentale della donna.

Ancora prima dell’indipendenza il Fronte aveva fatto campagne di sensibilizzazione nei territori liberati per spiegare la gravità di queste pratiche tradizionali e religiose. Dal 1991 in poi l’Unione continua tali campagne, per sensibilizzare le comunità.

Il tipo di mutilazione è diversa a seconda delle regioni, però tutte sono pesanti per le conseguenze psicologiche e fisiche che possono causare la morte. Si è cercato di spiegare alle comunità, che lo stanno capendo e iniziano ad agire, il danno di tali pratiche.

Le comunità, infatti, hanno introdotto multe, sanzionando chi fa le mutilazioni.

Nella regione Anseba e del Sahel sono stati registrati molti successi. L’Unione lavora con molti partner: polizia, Ministero del Lavoro, della Sanità, amministratori pubblici e membri del bayto, cioè rappresentanti locali, capo villaggi. Ogni istituzione ha un rappresentante nei comitati. È importante il coinvolgimento locale e la rappresentanza dei singoli villaggi.

Con i comitati si è pensato a una strategia.

Innanzi tutto rompere il silenzio. Parlare ad alta voce delle pratica di mutilazione e delle conseguenze.

Poi il Ministero della Sanità ha prodotto un video che è stato mostrato in tutti i villaggi. Era necessario vedere per credere.

Quando, nel 2007, il Ministero della Giustizia ha emanato la legge, ogni persona era in grado di prendersi le proprie responsabilità. La legge è il frutto di una lunga campagna d’informazione.

Le donne kenshebti (ndr, chi praticava le mutilazioni genitali femminili ) hanno fatto parte di questi comitati perché capissero la gravità delle loro pratiche. L’Unione si è occupata anche di loro. Di chi, per lavoro, praticava le mutilazioni. Così, perché avessero una diversa fonte di sostentamento, sono stati organizzati programmi di formazione e micro credito.

Oggi com’è la situazione?national-union-of-eritrean-women-nuew

La situazione oggi è buona, ma la pratica delle mutilazioni non è completamente scomparsa. Questo anche per l’influenza negativa di paesi confinanti nei quali è ancora legale, per esempio Sudan ed Etiopia.

In Eritrea aumentano le denunce. Ci sono stati addirittura casi di mariti che hanno denunciato le mogli, o di capo villaggi che denunciano chi compie la pratica. La denuncia è sia contro la madre sia contro la kenshebti.

La pratica esiste ancora. Non abbiamo raggiunto pienamente l’obiettivo. Però le mutilazioni sono diminuite e i comitati proseguiranno le campagne fino a quando non scompariranno del tutto.

Quali sono gli obiettivi delle donne eritree e quante donne fanno parte dell’Unione?

L’Unione delle donne fa parte del governo e ne segue il piano di lavoro. Obiettivo prioritario è l’indipendenza economica del paese, anche per le donne.
Per le donne si fanno training e corsi di formazione.

Vengono dati micro finanziamenti a donne vulnerabili, insegnando loro come gestirli. Sono programmi che prevedono un monitoraggio. L’Unione è presente in tutti i villaggi. Può seguire le donne che hanno avuto crediti. Un sistema che funziona a rotazione. Sono dati altri microcrediti, coinvolgendo più donne.

In che modo?

Facciamo un esempio, nei villaggi dove vivono famiglie molto povere, con più figli, di solito è la figlia femmina che va a prendere l’acqua (ndr, al pozzo che può essere molto distante).

A loro viene dato un asino e un contenitore, un ghirban, diciamo una grossa borraccia. In questo modo la ragazza non è più l’unica che deve occuparsi di questa mansione. Può farlo un altro componente della famiglia.

Un altro beneficio è che, in questo modo, la famiglia può vendere quanto ha trasportato, acqua ma anche legna. Tutto ciò grazie all’asino, anzi all’asina. Deve essere femmina perché possa riprodursi e dare altri asini. Così le ragazze possono dedicare il tempo allo studio e, in futuro, essere parte della vita sociale del Paese.

Un altro esempio: a una famiglia sono date cinque pecore. Dopo un anno dovrà restituirne una che verrà data a un’altra famiglia. Si tratta di programmi continui. A chi avvia attività di tessitura e sartoria le macchine sono date in prestito. In accordo con le amministrazioni locali sono dati terreni per farne orti, in modo che alle famiglie sia possibile utilizzare e vendere i prodotti. Sono aiutate anche le donne che si dedicano alla fattura di monili tradizionali.

L’Unione collabora in joint program con le agenzie Onu dalle quali riceve fondi.
Noi però non vogliamo vincolare la scelta dei progetti ai fondi. Se c’è condivisione sugli obiettivi bene, altrimenti lavoriamo in autonomia, garantendo la necessaria continuità ai programmi.

La donna deve essere indipendente, per avere una buona qualità di vita.

Quante donne aderiscono al NUEW? Circa 350mila, dai 15 anni in su, appartenenti a tutte le etnie. Ne fanno parte molte donne della diaspora. Il loro è un sostegno importante.

Quali aspettative e quali progetti ha la generazione nata dopo l’indipendenza (1991)?

Le donne di oggi sono il risultato della lotta intrapresa dalle donne di ieri che hanno combattuto proprio per la libertà delle generazioni future.

A livello scolastico la componente femminile è molto presente. Questo è il risultato dell’aumento del numero delle scuole, Sawa, per esempio.

Un tempo c’era una sola Università ad Asmara, altrimenti c’era Addis Abeba. Oggi ci sono College specializzati in molti campi.

Non dobbiamo lasciarci illudere dall’apparenza. Tutti i giovani eritrei compiono grandi cose. Le donne, specialmente, partecipano in tutti i campi: educazione, formazione, lavoro. Esattamente come gli uomini. È sempre più chiaro quanto sia centrale il ruolo della donna.

Il matrimonio oggi è una scelta, non più un obbligo e la donna è incoraggiata in questo senso. Quando si sposa è aiutata. Non deve sentirsi esclusa dalla società.

La donna non deve dipendere dalla famiglia o dal marito.

Anche la donna compie il suo dovere verso la nazione, il servizio militare per esempio. Non si tira indietro.

A differenza di quanto accade in Occidente, in Eritrea non c’è differenza tra lo stipendio di un uomo e di una donna. Abbiamo donne nell’ambito politico, presenza che si vuole aumenti negli alti livelli. Ma è importante per le donne essere presenti anche nelle molte organizzazioni civili.

Nei tribunali, per esempio, ci sono tre giudici di cui uno deve sempre essere donna.

Inoltre oggi le donne ereditano la terra, un tempo la ereditavano solo i maschi.
La condizione della donna non riguarda solo l’Unione ma tutte le istituzioni nazionali che devono aiutarci a raggiungere gli obiettivi prefissati.

La storia eritrea è segnata da trent’anni di guerra (1961-1991). Le donne hanno avuto ruoli diversi, alcune hanno combattuto, alcune aiutavano, altre sostenevano la lotta dall’estero, economicamente. Come si sono trovate queste diverse anime nell’Unione delle donne?

Non esiste assolutamente questa divisione. In Eritrea tutti abbiamo combattuto. È stata una causa comune, quindi c’è unione tra combattenti e non.

Anche prima dell’indipendenza, nei congressi che si sono tenuti, partecipavano combattenti, non combattenti, diaspora. L’Unione ha sempre voluto essere un’organizzazione che accoglie tutte le donne.

Come succedeva nei congressi, anche oggi, per l’elezione dei membri NUEW non si guardano le differenze. Lo scopo è che la condizione della donna migliori. In questo senso la diaspora ha un ruolo fondamentale. Molti paesi stranieri dove vive la diaspora seguono progetti in zone specifiche dell’Eritrea. All’Unione appartengono le donne eritree e quelle della diaspora, senza divisioni.

Anche quando si combatteva il nostro scopo era proteggere tutte le donne, quelle che combattevano e le altre. Pensando al futuro.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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