Eritrea, presente e passato

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Eritrea, presente e passato.

di Alessandro Pellegatta

Note in margine alla presentazione del libro “Eritrea, fine e rinascita di un sogno africano”, (casa editrice Besa). Verona, venerdì 2 febbraio, ore 20.30, Sala Africa , Fondazione Nigrizia, vicolo Pozzo 1

 

Simone Weil diceva: “nel presente siamo tutti coinvolti, il futuro è solo nella nostra immaginazione. Solo il passato è pura realtà”.

Abbiamo perso il valore del passato e della memoria. E stiamo perdendo le nostre radici e la nostra storia. Oggi i media non parlano più di certi temi e di certi Paesi, e pertanto il non sapere si traduce in una rimozione implicita dei problemi.

È vero, siamo perennemente connessi. Tuttavia la nostra attività prevalente non è informarci e conoscere, ma interrompere quello che stavamo facendo. Nutrirsi di frammenti e di immediatezza diventa così la condizione quotidiana di milioni di individui distratti e narcisi che vivono immersi nella costante attenzione parziale di ciò che gira intorno al proprio ego.

Il frutto di tutto ciò è il naufragio cognitivo in cui si dibatte oggi tutto l’Occidente.

A ciò si aggiunge, oltre al fenomeno delle fake news, anche un altro aspetto altrettanto inquietante che ha segnalato Jean-Pierre Garnier, secondo il quale ormai le attuali tecniche di comunicazione di massa nella maggior parte dei casi risultano innanzi tutto tecniche di esclusione (excommunication), e portano alla disinformazione dei cittadini, coperti dalle valanghe dei messaggi rovesciati dai media.

Oggi in Italia non abbiamo ancora un museo dell’esplorazione, e abbiamo dimenticato la storia dei nostri esploratori e dei missionari dell’Ottocento che, come Daniele Comboni, ci hanno lasciato pagine indimenticabili, testimonianze di vita, memorie, valori ed esempi.

Alle origini della colonia italiana d’Eritrea c’è un’ iniziativa di un ex missionario, Giuseppe Sapeto, e una compagnia di navigazione privata di Genova, la Rubattino, che ha per obiettivo la baia di Assab, uno sparuto avamposto a sud del Mar Rosso. È addirittura un atto di compravendita tra privati.

In quegli stessi anni la Francia si era assicurata il controllo di una porzione della costa somala (Obock), mentre l’Inghilterra, fin dal 1839, si era già saldamente insediata ad Aden.

Assab era una baia modesta ma era stata individuata da Sapeto per la sua vicinanza ai mitici empori yemeniti di Moka e Odeida, e poteva candidarsi come sbocco marino ai traffici commerciali provenienti dall’Abissinia, (Dancali permettendo, che uccisero più di un esploratore italiano).

Nel 1882 alla Rubattino subentrerà formalmente, e sempre con un atto privato, lo Stato italiano, mentre nel 1885 le truppe italiane sbarcheranno a Massaua col tacito assenso inglese, mentre è in corso il conflitto con i dervisci in Sudan. Gli estremi della colonia eritrea erano stati fissati.

L’Eritrea fu chiamata con questo nome il 1° gennaio 1890.

Come capoluogo fu scelto Asmara, in posizione eminente sull’altopiano. La colonia “primigenia” nacque composita, sia culturalmente che antropologicamente, rispecchiando la stessa pluralità e ricchezza umana e di popoli dell’impero etiope a cui l’Eritrea (pur precariamente) apparteneva.

Alla dualità altopiano – bassopiano costiero si riflettevano due modelli organizzativi e due religioni (la cristiano-copta e l’islamica) e due città, Asmara e Massaua.

Il nome dell’Eritrea venne prescelto da Ferdinando Martini utilizzando il nome greco e latino del Mar Rosso, e per certi aspetti tale nome rispettava l’identità di un popolo che nella versione locale era chiamato “Bahri” (gente di mare), per contraddistinguerlo dalla gente dell’altopiano. Altro nome precedente era “Mareb Mellash”, cioè paese che sta al di là del Mareb, il fiume che da sempre divide altopiano etiopico e zone costiere eritree.

La nuova denominazione era frutto del disegno coloniale italiano; eppure, paradossalmente, è rimasta nella terminologia e nello spirito degli eritrei, che l’hanno preservata intatta fino all’indipendenza ottenuta dopo una lunga e sanguinosa lotta di liberazione (1961-1991).

E anche Asmara, da città simbolo del colonialismo italiano, entrando ora nel Patrimonio dell’Umanità è diventata un bene di tutti e il simbolo della resilienza e del riscatto di un popolo che sta cercando di progettare il proprio futuro partendo proprio dal suo passato coloniale, grazie alla memoria storica.

Altro paradosso: l’Eritrea è un esempio di come molti Stati africani siano i successori diretti delle colonie europee, e in fondo di come tutti i nazionalismi africani che si sono battuti per l’indipendenza lo hanno fatto in base alla stessa geopolitica disegnata dal colonialismo.

Cerchiamo pertanto di avere più rispetto per il passato e per la memoria, e cerchiamo di analizzare (e non rimuovere) l’esperienza coloniale italiana. Potrà esserci molto utile per capire questo nostro complesso, difficile presente, e per cercare di superare le gravi crisi che colpiscono ciclicamente il Corno d’Africa e la Libia.

Anche perché, come ha scritto Marc Bloch, l’incomprensione del presente nasce sempre e inevitabilmente dall’ignoranza del passato. E cerchiamo anche di avere maggior rispetto per il popolo eritreo, che va aiutato in questo difficile momento.

 

 

 

 

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