Eritrea, mutilazioni genitali femminili (mgf) fuori legge

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Eritrea, Keren , donne al mercato

ERITREA, MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI (MGF) FUORI LEGGE

Il 6 febbraio è la giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (mgf). In Eritrea sono fuori legge dal 2007.

Le mutilazioni genitali femminili (mgf) sono una pratica che ancora resiste in moltissimi Paesi, soprattutto dell’Africa (27). Una situazione pericolosa che coinvolge circa 200 milioni di bambine e giovanissime.

L’Onu, nel 2012, è intervenuta mettendo al bando le mutilazioni genitali femminili. Poi però il limite per raggiungere ovunque tale obiettivo è stato spostato al 2030, inserendo le mutilazioni genitali femminili nell’Agenda per lo sviluppo sostenibile, con l’appoggio di Unione Europea, Unione Africana e Organizzazione islamica per la cooperazione.

Se l’Africa è il continente dove, purtroppo, tale pratica è più diffusa, essa è però fuori legge in Eritrea.

Nel 2007 l’Eritrea, infatti, ha emanato una legge che abolisce le mutilazioni genitali femminili sanzionando, persino con l’arresto, una pratica diventata illegale.

La circoncisione femminile, si legge testo, “vìola gli elementari diritti umani delle donne”.

Non dimentichiamo che le donne in Eritrea hanno conquistato nella società un ruolo sempre più importante. E sono loro le prime che, dopo l’indipendenza, (1991) hanno contestato il rituale, fino ad allora considerato normale, delle mutilazioni genitali femminili.  

Scrive Justin Hill in un diario dedicato all’Eritrea che “il movimento femminile venne avviato dai capi maschi dell’EPLF. La liberazione non era solo una guerra contro gli etiopi, ma anche contro le leggi tradizionali che opprimevano le donne”.  

Nel 1979, ben prima dell’indipendenza, le donne eritree fondano il movimento Unione Nazionale Donne Eritree, NUEW. Per loro la mutilazione genitale femminile è un nemico. Tuttavia aspettano a proporre una legge contro tale diffusa pratica perché vogliono avere il tempo d’intervenire sulla mentalità della gente, sulle abitudini, sulle tradizioni. È necessario prima convincere le persone della giustezza della scelta contro la mutilazione genitale femminile, imponendo solo in un secondo tempo la legge.

Così pensano le donne eritree.  

La mutilazione genitale femminile infatti è stata per lungo tempo un rito da festeggiare, di cui andare fieri. Non si capivano i danni arrecati sia alla salute psichica sia a quella fisica delle giovani costrette a subirla, di generazione in generazione.

Oggi l’importanza di rifiutare questo “rito” sta arrivando anche nei villaggi più piccoli e lontani dalla capitale Asmara. 

Nei villaggi vanno persone che controllano che le mutilazioni genitali non avvengano di nascosto. Fortunatamente, spiegano, ci sono pochissimi casi. Tali persone sono volontari che fanno parte di gruppi composti da donne del NUEW e da persone del Ministero della Sanità.

È la loro competenza in campo sanitario e l’essere originari dei villaggi dove interverranno a rendere molto utile il loro contributo.

Per chi compie la mutilazione genitale femminile, vietata dalla legge, non si aprono quasi mai le porte del carcere. Si applicano invece sanzioni pecuniarie e, soprattutto, s’interviene spiegando ancora una volta i motivi per cui tale pratica dev’essere bandita.

L’Unione delle Donne continua il lento e capillare lavoro con l’obiettivo di raggiungere la completa scomparsa della mutilazione genitale femminile dalla vita delle giovani donne eritree, di ogni etnia e religione.   

Per ottenere un risultato così importante tutti gli strati della società devono essere coinvolti, uomini donne, giovani, vecchi.

Importante, spiega Tekha Tesfamicael, responsabile dell’Unione delle Donne Eritree (NUEW) è coinvolgere i rappresentanti locali, i bayto.

“Nelle regioni dell’Anseba e del Sahel” dice “sono stati registri molti successi”.

Già negli anni successivi all’indipendenza le donne organizzavano incontri con i medici, con i rappresentanti delle varie confessioni religiose, con le autorità locali. Volevano che l’abolizione dell’infibulazione fosse una vittoria condivisa.

Venivano proiettati documentari crudi per mostrare in che modo avviene tale mutilazione. Questo anche perché le donne che l’hanno subita da piccolissime non ricordano per raccontarla.

“La strategia”, dice Tekha Tesfamarian, è rompere il silenzio”. Prima della legge è stata fatta, spiegano le donne, una lunga campagna d’informazione.  

Sensibilizzare e diffondere la pericolosità di una pratica a lungo ritenuta necessaria, significa anche minimizzare il rischio della clandestinità.

Per sradicare dalla società la mutilazione genitale femminile è necessario, pensano le donne eritree, che tutti capiscano che non ha basi né all’interno della stessa società né nelle religioni.

Un altro problema affrontato è quello di “ricollocare” le donne, kenshebti, che di tale pratica di mutilazione hanno fatto, nel tempo, un lavoro. Perciò a loro sono state offerte alternative, spesso in campo sanitario oppure concedendo un piccolo credito per avviare altre attività

Evidente fin da subito, dopo l’emanazione della legge del 2007, il crollo drastico negli ospedali dei ricoveri per le drammatiche conseguenze delle mutilazioni genitali femminili.

L’impegno contro tali mutilazione però non si è fermato. Recentemente anche in accordo con l’UNFPA, , sono iniziati nuovi progetti per raggiungere tutte le donne in tutti i villaggi, anche i più piccoli.

“Il tipo di mutilazione è diversa a seconda delle regioni, però tutte hanno pesanti conseguenze. Si è cercato di spiegare alle comunità, che lo stanno capendo e iniziano ad agire, il danno di tali pratiche”, dice Tehka.

Oggi com’è la situazione? “Buona”, risponde, “tuttavia la pratica delle mutilazioni genitali femminili non è ancora scomparsa completamente, anche per l’influenza negativa di paesi vicini come l’Etiopia e il Sudan” dove tale pratica è consentita.  #endFGM

Marilena Dolce

@EritreaLive

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