Eritrea, record di migranti verso le coste italiane?

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©EritreaLive, Eritrea, Asmara, Harnet Avenue, la via centrale della capitale

2016 anno record per l’arrivo di migranti sulle coste italiane. Sono soprattutto africani.

Il loro pericoloso itinerario passa dalla Libia.

Tripoli in questi giorni è meta del viaggio del ministro dell’Interno Marco Minniti.
Obiettivo cercare una soluzione al record di migranti che dall’Africa arrivano sulle coste italiane, via Libia. Interlocutore il governo di accordo nazionale guidato dal premier libico Feyez al Serrai.

In conferenza stampa, lo scorso 5 gennaio, il ministro Minniti aveva detto: “il 95 per cento dei flussi migratori vengono dalla Libia. In questo momento è chiaro che il fenomeno va affrontato lì”.

Quello dei migranti è diventato, per l’Italia, un “fenomeno record”. Così scrive l’ultimo rapporto Frontex,  l’agenzia europea che si occupa della sicurezza delle frontiere Ue.

Il governo Gentiloni, perciò, dopo gli incontri di Khartoum e Roma (2014), ha deciso che la soluzione italiana dev’essere drastica. Espulsioni e rimpatri. Il problema è come. Se non è possibile rimandarli nei paesi d’origine, il rimpatrio dovrà avvenire verso l’ultimo paese non Ue, spesso la Libia. Ecco perché il dialogo con la Libia, per l’Italia, è centrale. Se sarà costruttivo, però, è questione aperta.

181 mila migranti è il numero più alto registrato finora sulla rotta del Mediterraneo.

Dato, spiega Frontex, dovuto alla forte pressione migratoria dall’Africa verso l’Europa, passando per le nostre coste.

Dal 2010 ad oggi i migranti provenienti dall’Africa sono decuplicati.

Titoli di giornali, televisioni e agenzie hanno ripreso il record migranti: “Nel 2016 record di arrivi in Italia” (La Repubblica), “Migranti: 153mila sbarcati nel 2016, superato anno record” (Ansa).

Per rimanere in tema, poco prima dell’uscita del report Frontex, sono stati presentati il XXII rapporto della fondazione ISMU, (iniziative e studi sulla multietnicità) e quello 2016 della Carta di Roma, dati Unhcr.

I numeri coincidono? Per niente.

Secondo l’Unhcr, via mare, nei primi mesi del 2016 sono arrivate circa 256 mila persone.
Il 4 per cento di loro si dichiara eritreo, nazione al quinto posto tra le 10 da cui si emigra illegalmente solcando il Mediterraneo, spiega l’Alto Commissariato.
Al primo posto c’è la Siria (33% ), poi Afghanistan (17%), lraq (11%), Nigeria (5%), Eritrea (4%), Pakistan (3%), Gambia (3%), Costa d’Avorio (3%), Guinea (2%), infine un 3% arriva da altri paesi.

Come mai ogni organizzazione si esprime con numeri propri?

Facciamo un passo indietro.

Il controllo delle frontiere, prima affidato a Mare Nostrum poi a Frontex è stato, in questi anni, il nodo dell’interesse degli stati Ue. Tanto da mettere in discussione Schengen e la libera circolazione delle persone. Per non parlare di brexit, scelta inglese di abbandono della Ue, dettata anche dal timore di un’immigrazione fuori controllo verso le proprie frontiere.

L’Italia in questo scenario è solo terra di transito. La maggior parte dei migranti che sbarcano sulle nostre coste chiederà asilo e protezione in altri paesi europei.

Per intendersi, nei primi 4 mesi del 2016 le domande di asilo in Germania sono state 200 mila, il 60 per cento di tutte quelle presentate nello stesso periodo nell’Unione Europea.

Tuttavia anche in Italia si è avuto un aumento di richieste. Nei primi mesi 2016 sono state presentate 60 mila domande di asilo, mentre in tutto il 2015 erano state 84 mila.

Questo significa che l’Italia, pur non essendo “invasa”, dovrà continuare a sostenere il costo dell’accoglienza. Attraverso gli hot spot (pochi) per fare screening sanitario, prendere foto e impronte digitali, come stabilito da regolamento di Dublino. Poi devono esserci Centri di Accoglienza Regionali (hub), Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas),  infine gli Sprar, (Sistemi di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).

Un bell’impegno, tanto più se i numeri crescono.

Ritorniamo allora ai numeri record del 2016. Non si può ignorare, per capire l’aumento di migranti verso l’Italia, l’accordo da tre miliardi di euro della Ue con la Turchia paese, va detto, al primo posto per l’accoglienza data ai siriani.

Bisognava fermare il flusso via terra, lungo la rotta balcanica.
In seguito, per la rotta mediterranea, l’Ue ha concesso aiuti a Italia e Grecia. Scopo creare nuovi hot spot, ricollocare i richiedenti asilo, avere una guardia costiera e il controllo delle frontiere.

Ma chi sono i migranti che utilizzano la rotta del Mediterraneo per arrivare in Italia passando dalla Libia? È un flusso misto. I canali utilizzati sono gli stessi sia per i migranti economici, sia per i richiedenti asilo.

Per arginare la situazione l’Unione europea ha cercato, con alterne fortune, di percorrere due strade. Da un lato ridurre, con la chiusura delle frontiere, l’afflusso di migranti, dall’altro finanziare programmi di aiuto allo sviluppo per i paesi da cui i migranti provengono.

Di finanziare l’aiuto si è parlato a Malta, al Summit alla Valletta (2015), presenti capi di stato europei e africani.

Al termine dei lavori si è stabilito che, per contrastare l’immigrazione destinata a diventare clandestina, fossero necessari aiuti allo sviluppo. Non solo, si è anche pensato di rafforzare l’asilo nei paesi africani e di creare canali sicuri per il lavoro e lo studio nei paesi Ue. Costo iniziale di quest’operazione, un miliardo e ottocento milioni di euro.

Nell’aprile 2016 il governo italiano ha presentato, in sede europea, prima un documento programmatico, migration act, con cui proponeva una sintesi tra migrazione dall’Africa, politiche migratorie europee e italiane. Poi ha stilato il migration compact puntando sulla partnership tra Europa e paesi di provenienza e transito dei migranti.

Il 2016 è stato un anno di svolta, non solo di record. La decisione Ue di aiutare i paesi da cui chi parte lo fa per motivi economici, potrebbe modificare significativamente il numero dei migranti.

L’Unione europea ha stanziato per l’Eritrea aiuti per 200 milioni di euro, diluiti in cinque anni, soprattutto per lo sviluppo dell’energia.

Sostenere il settore energetico vuol dire aiutare concretamente la vita della gente, migliorare i servizi di scuole e ospedali, incrementare lo sviluppo agricolo e del settore ittico. È un modo per creare posti di lavoro. Molti giovani potrebbero decidere di restare nel proprio paese anche grazie a questo investimento.

Le ultime statistiche delle Nazioni Unite dicono che, in quindici anni, i migranti nel mondo sono cresciuti del 41 per cento. E nei prossimi anni la pressione migratoria di natura economica, dall’Africa Sub Sahariana, potrebbe addirittura aumentare.

Si stima che ci saranno 400 milioni di abitanti in più tra il 2016 e il 2036.

166 milioni saranno giovani adulti (22-44 anni) che cercheranno il futuro migliore possibile, anche lontano da casa.

Per concludere, ci si continua a chiedere quanti migranti arrivano, se più o meno dell’anno precedente. Non ci si chiede però perché le persone partono. Non si dà loro voce. E quando lo si fa è per confermare numeri che a loro volta devono confermare teorie che si basano sui numeri. E il cerchio si chiude.

Non è un caso se, in Italia, il quotidiano che si occupa maggiormente di migranti è l’Avvenire. 349 titoli sui migranti, con una media di oltre un titolo/articolo al giorno, così spiega il report della Carta di Roma.

E la linea editoriale dell’Avvenire sull’Eritrea, paese da cui in Italia arrivano molti migranti, non lascia dubbi. Gli eritrei scappano dalla situazione politica, non dalla povertà.

Forse se si ascoltassero più le persone, meno i numeri, se ci si accertasse che chi dice di essere eritreo lo sia veramente, se si parlasse e scrivesse di quanto visto, non solo riferito, il giudizio sul paese cambierebbe.

Si legge nel report “Notizie oltre i Muri” che i migranti, anche i protagonisti delle terribili tragedie del mare, sono intervistati con estrema rapidità. “Si chiede” scrive il rapporto “una testimonianza sui viaggi della disperazione, si mostra il volto dello smarrimento e della sofferenza, o di sollievo e gratitudine per il salvataggio. Solo pochi dettagli sulla provenienza e la vita prima dell’esperienza di migrante”.

Cioè “l’individualità è sacrificata al fenomeno collettivo”.

Ponti non muri dovrebbe voler dire proprio questo, ritrovare gli individui.

Solo così si può capire e raccontare il record migrazioni. Un record fatto da persone diverse tra loro, in fuga da guerre, persecuzioni, oppure semplicemente, come nel caso dei giovani eritrei, alla ricerca di un futuro da sogno, immaginato, per ora, altrove.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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