Eritrea, immigrazione e aiuti europei

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Bronwyn Bruton vicepresidente dell’African Center del think tank americano Atlantic Council ed esperta del Corno d’Africa, dopo una recente visita ad Asmara, intervistata via mail da Askanews, risponde sui motivi che spingono gli eritrei a lasciare il loro paese e sul ruolo che potrebbero avere l’Italia e l’Europa.

“L’Europa e l’Italia”- dice  – “dovrebbero impegnarsi in una partnership con l’Eritrea. Aiuti allo sviluppo e investimenti incoraggerebbero la revisione del programma di leva e promuoverebbero un lavoro per i giovani”.

“L’Italia”- continua Bronwyn Bruton- “dovrebbe impegnarsi in un rapporto di partnership costruttiva con l’Eritrea, basato su aiuti allo sviluppo e investimenti”.

I giovani che abbandonano il paese lo fanno per push factor  che spingono a scappare da una  “vita difficile, un servizio di leva obbligatorio che dura anni,  senza prospettive di smobilitazione e da  salari bassi. Il desiderio di sfuggire al servizio nazionale è sicuramente il motivo principale  per cui i giovani fuggono dall’Eritrea”.

Però ci sono anche attrattive, pull factor.  Tra questi c’è  “il potente fattore di attrazione di paesi europei che hanno adottato una politica di riconoscimento automatico d’asilo politico ai profughi eritrei. Sapere che verrà riconosciuto il diritto di vivere e lavorare in Europa incoraggia fortemente le migrazioni per motivi economici”.

“Inoltre” – continua Bruton –  “c’è la possibilità che alcuni dei profughi  che arrivano sulle coste italiane non siano eritrei, ma migranti provenienti da altre zone del Corno d’Africa, specialmente dalla regione povera etiope del Tigray, persone che hanno la speranza di trarre vantaggio dal riconoscimento automatico dell’asilo”.

“Molti giovani eritrei”, secondo Bruton, “non conoscono affatto le difficoltà della traversata  perchè  le informazioni, specialmente nelle zone rurali, sono limitate. I giovani sono anche abituati ad assistere, ogni estate, al ritorno in Eritrea di persone benestanti, una diaspora che ce l’ha fatta”. “Questi ritorni”- spiega l’analista – “sono considerati da molti giovani come la prova vivente del benessere e della libertà che li attende all’estero, non pensano a una tomba in mare”.

“La questione dei migranti è estremamente difficile ma per quanto possibile”- dice Bruton- “l’Italia dovrebbe impegnarsi in un rapporto di partnership costruttivo con l’Eritrea, basato su aiuti allo sviluppo e investimenti, per incoraggiare la revisione del programma di leva e offrire un lavoro ai giovani. Una volta ottenute prove consistenti e dimostrabili di miglioramenti economico e su quello dei diritti umani, potrebbe essere possibile rivedere la politica dell’asilo automatico”.

“È necessario”- continua Bruton – “che Asmara faccia programmi educativi all’interno dell’Eritrea per informare i giovani sul rischio di cadere vittime di trafficanti di esseri umani e della enorme difficoltà della vita da profugo, anche se può sembrare difficile immaginare il governo eritreo che tolleri tali programmi”. “Io credo” – spiega Bruton-  “che se l’Italia riesce ad avviare con l’Eritrea un rapporto di partnership costruttivo, centrato sul miglioramento delle condizioni economiche, Asmara darà prova di apertura”.

“Inoltre”- per l’analista americana- “è possibile e probabile un processo di riavvicinamento politico tra Stati Uniti ed Eritrea perché il crescente flusso di profughi dimostra che le politiche d’ isolamento non funzionano e che è il momento di adottare un nuovo approccio”. “E se l’Europa”- continua- “ha un forte motivo per avvicinarsi nuovamente all’Eritrea, anche solo per ridurre gli arrivi dei profughi, gli Stati Uniti non vorranno fare la parte di chi ostacola questi sforzi”.

Asmara perciò, secondo quest’analisi,  “dovrebbe impegnarsi attivamente in questo processo di riconciliazione politica avendo forti motivi per desiderare la fine dell’isolamento politico vissuto finora”.

Fonte: Askanews, 25 luglio 2015

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Un commento

  1. dott. Mario Ruffin says:

    L’anno scorso presso a che in questa data, mi recai con mia figli Valentina nel Cimitero di Treviso per motivi famigliari.
    In un angolo osservai rannicchiate tre ragazze dalle tipiche gentili fattezze eritree. Si erano nascoste nel cimitero e dormivano sotto le volte delle tombe collettive. Due avevano 19 anni e una 20. Una era in stato di gravidanza. Con emozione seppi che erano di Ghezzabanda, che era stato per due volte, prima e dopo il viaggio delle “navi bianche”, il quartiere mio e della mia famiglia. Ho chiamato al cellulare l’amica Lem lem Ghebretensae (cittadina Italiana). Lei mi mise a contatto con un amico eritreo che era di passaggio a Treviso. Portai le ragazze all’incontro in centro a Treviso. Lui appena le vide le apostrofò: “chi vi ha dato duemila euro per venire da Kartoum fino a qua?”. La risposta fu: “l’organizzazione”. Feci poi tutto ciò che potevo per aiutarle. Vollero un biglietto per Roma. E partirono. Non ne ho più saputo nulla.
    Rimpiango di non aver fatto di più per quelle tenere bambine dagli occhi incoscienti.
    Ma resta il fatto: quell””organizzazione”, organizza la fuga dalla frontiera con l’Etiopia dei giovani destinati o partecipanti alla difesa. Il finanziamento e la direzione di questa vile operazione puzza da molto tempoo di C.I.A. Per chi non sa leggere gli acronimi, legga pure Stati Uniti d’America. Fin dal 1950 gli Ami si erano infiltrati all’Asmara avevano costruito l’enorme potentissima base radar e sotterranea (atomica) di Kagnion Station così hanno bloccato il referendum previsto (per loro furbesco suggerimento) dall’ONU. Vogliono che la loro alleatissima Etiopia occupi l’Eritrea per farsi dare l’agibilità militare ai porti di Assab e di Massaua e farne delle basi per il loro impero petrodollalalaro. L’Eritrea non può accettare alleanza con gli USA per non rompere l’unità mirabile creata da Afworkì tra cristiani e mussulmani e favorire l’ingresso di Alcaida o Isis & Co integralisti. L’Etiopia e i loro padroni USA sono i responsabili di tutto ciò.

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