Eritrea, Etiopia, Somalia: pace, sviluppo, emigrazione

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Asmara, incontro e firma di accordo  di cooperazione tra il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, il presidente eritreo Isaias Afwerki e il premier Abiy Ahmed

Eritrea, Etiopia, Somalia: pace, sviluppo, emigrazione.

I cambiamenti dopo la pace.

Pace e sviluppo freneranno l’emigrazione verso l’Europa, dicono gli ambasciatori di Eritrea e Somalia.

Tre paesi del Corno d’Africa, Eritrea, Etiopia e Somalia, lo scorso luglio hanno compiuto un passo importante, riavvicinandosi.

La pace frenerà l’emigrazione verso l’Europa, dicono gli ambasciatori di Eritrea e Somalia.

Eritrea ed Etiopia il 9 luglio hanno firmato un accordo di pace.

Poco dopo anche il presidente della Somalia, Mohamed Abdullahi Mohamed è andato in visita ufficiale ad Asmara. La sua è stata la prima visita dall’indipendenza dell’Eritrea (1991). Poi  i ministri degli esteri dei tre paesi sono stati a Gibuti. Una missione, anche questa, dall’esito positivo per le relazioni con l’Eritrea.

Una svolta importante per il Corno d’Africa. Un cambiamento innestato dall’arrivo in Etiopia del nuovo primo ministro, Abiy Ahmed.  Abiy, politico giovane di etnia oromo, interrompe l’egemonia tigrina avviata da Meles Zenawi subito dopo l’indipendenza (1991).

Negli ultimi anni l’Etiopia è stata attraversata da violenti conflitti interni. Malcontento e divisioni etniche che hanno scatenato una forte repressione governativa e il conseguente stato di emergenza.  

Con il cambiamento interno e la nomina di Abiy, arriva anche la pace con l’Eritrea, una decisione che il premier prende subito dopo il suo insediamento.

Quella che si modifica tra Eritrea ed Etiopia è la situazione stagnante di “non guerra e non pace” che si trascinava dal 2002.

Sottovalutata dalla comunità internazionale questa condizione di tensione e instabilità ha penalizzato fortemente la crescita e lo sviluppo dell’Eritrea.

Per 18 anni, tempo di una generazione, il mancato rispetto dell’Accordo di Algeri che definiva eritrei i territori disputati durante il conflitto 1998-2000, ha costretto l’Eritrea a difendersi, chiudendosi e isolandosi.

Una difesa che ha avuto nel tempo, come effetto collaterale, l’allontanamento delle generazioni più giovani, quelle nate dopo l’indipendenza e dopo l’ultimo conflitto.

Per loro è stato difficile accettare il sacrificio di una vita da militare, oppure da civile ma per un “servizio nazionale”. Una solidarietà verso la patria dal costo alto, che interviene nella sfera privata, costringendo a rinunce e compromessi.

Dal 2000 non c’è stata più la guerra, ma la mancanza di sviluppo e la necessità di mantenere un esercito permanente, unitamente agli attacchi esterni, hanno generato un pesante stato di guerra “fredda”.

Da questa situazione molti giovani hanno voluto emigrare.

Purtroppo non con un visto, che l’Europa non rilasciava. Non solo ai giovani ma neppure ai vecchi. Così, non potendo prendere un aereo o una nave di linea, gli eritrei che escono dal paese diventano “clandestini”. A quel punto, se riusciranno ad arrivare, l’unico status offerto loro dall’Europa è quello di rifugiato. Il visto, negato prima, diventa poi “protezione internazionale”.  

Un gioco crudele che riduce i giovani del Corno d’Africa a merce per i trafficanti di uomini. Gente senza scrupoli che organizza l’uscita, il viaggio, “l’accoglienza” nei campi profughi in Sudan o Etiopia. Infine la permanenza e poi la traversata via mare dalla Libia verso l’Italia.  

Sui migranti del Corno d’Africa in questi anni si è scritto molto. Soprattutto dopo la tragedia del 3 ottobre 2013, durante la quale un’imbarcazione con 368 eritrei a bordo ha fatto naufragio davanti alle coste di Lampedusa. Un tristissimo capitolo della storia umana.

Ora che il processo di pace è iniziato, i giovani eritrei rimarranno nel proprio paese?

Sì, risponde l’ambasciatore Fesshazion Petros, la pace è un processo irreversibile. Una condizione che, oltre alla pace, porterà sviluppo.

Finora le nostre risorse sono state assorbite molto dalla difesa, ora saranno indirizzate alla crescita del paese. I giovani potranno pensare al proprio futuro. In particolare, dopo la riapertura delle frontiere e dopo la smobilitazione degli eserciti per i giovani si apriranno molte opportunità. Per esempio, aumenteranno, perché già c’erano, i corsi di formazione. Questa prospettiva speriamo argini, anzi fermi, l’emigrazione clandestina e i suoi terribili effetti.

Quindi i giovani eritrei avranno concrete possibilità di lavoro?

Si, assolutamente. Per lo sviluppo l’Eritrea ha bisogno delle energie dei giovani, soprattutto di quelli che hanno studiato. Veramente anche prima i laureati non erano al fronte ma lavoravano nei ministeri. 

La pace ha seguito un corso rapidissimo. Per lo sviluppo e la crescita del paese, però, ci vorrà più tempo. Con le frontiere riaperte gli eritrei potranno fare i pendolari e lavorare in Etiopia?

Si, le frontiere sono riaperte. Non ci sono più i motivi per cui erano state chiuse. Certamente i giovani potranno scegliere dove andare a lavorare, anche in Etiopia. Come gli etiopici potranno venire a lavorare in Eritrea.

L’importante è che d’ora in avanti i giovani possano immaginare il loro futuro nella propria terra. Non all’estero. Non perché ciò sia proibito. Ma perché restando possano costruire insieme il futuro del paese. Insieme, giovani e anziani, perché è importante anche l’esperienza.

Per esempio nel settore agricolo ci sono grandi opportunità di lavoro. Così come potranno essercene nel turismo e nel settore tessile. Con la pace ci saranno ogni giorno nuove prospettive.

Negli anni scorsi i giovani eritrei sono stati incentivati a lasciare il paese. Un programmatico svuotamento dell’Eritrea, nel caso i motivi personali non fossero bastati.

Nel 2012 in un intervento alla Clinton Foundation, l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, riferendosi all’Eritrea disse di voler aiutare le organizzazioni che ne avessero fatto fuggire i giovani. L’obiettivo era un’emigrazione di massa.   

Nei due anni seguenti (2012-2014), infatti, l’Europa, in particolare l’Italia, registrerà un picco di arrivi via mare. Dal Corno d’Africa, Eritrea in testa, arrivano tantissimi ragazzi e ragazze. Ma sono tutti eritrei? Secondo l’Unhcr, nel 2012, quello dall’Eritrea è un esodo: 305.723 persone, che diventano 338 mila nel gennaio 2014.

“Un dato che fa dell’emigrazione eritrea una delle più elevate in rapporto alla popolazione”. Così scrive al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo speciale Rapporteur, Sheila Keetharuth. Quanto ai numeri mensili, l’Unhcr indica uscite di 2000, 3000 persone. Che diventano, per la stampa italiana, 4000, a volte 5000.

Difficile, tuttavia, il controllo reale di numeri e nazionalità.

Nel caso dell’Eritrea poi, numeri e nazionalità sono indirizzati contro il paese, per rafforzare le sanzioni emanate (2009 e 2011) dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nelle statistiche Unhcr degli arrivi via mare, per esempio, non risultano mai migranti etiopici. Si potrebbe pensare che nessuno fra i cento milioni di cittadini etiopici avessero bisogno di emigrare illegalmente. Però, vedendo i violenti disordini all’interno dell’Etiopia in quegli stessi anni, potrebbe non essere così.

Prima dell’insediamento di Abiy molti etiopici sono coinvolti negli scontri contro il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), partito di governo. Per la prima volta contro il governo in carica si coalizzano le due etnie maggioritarie, oromo e amhara.

I migranti, una volta arrivati in Italia, dovrebbero essere registrati negli hotspot.

Sono gli stessi migranti che, in assenza di documenti, dichiarano ai mediatori la propria nazionalità.  

Visto che la decisione è stata quella di dare agli eritrei “protezione internazionale”, c’è da pensare che anche gli etiopici che avessero intrapreso lo stesso viaggio, si dichiarassero tali.

Molti etiopici parlano correttamente tigrino, lingua dell’Eritrea. Unica differenza l’accento. Difficile accorgersene anche per mediatori culturali madrelingua. Cui peraltro è sempre stato raccomandato di non fare domande specifiche.

Quindi, in tutti questi anni, sugli arrivi dal Corno d’Africa e sulla reale nazionalità, si è giocata anche una partita politica e mediatica.

Dalla Libia, imbarcati sui gommoni della speranza, sono arrivati in Europa molti somali.

Anche in questo caso persone che non sempre escono dalla Somalia.

Lo spiega l’ambasciatore somalo a Bruxelles, Ali Said Faqui che recentemente ha fatto un lungo viaggio in Libia, per vedere la condizione dei giovani migranti somali. E per cercare di aiutarli.

Con la pace tra Eritrea ed Etiopia, dice, si ridurrà anche il flusso di giovani che migrano dalla Somalia. In Libia la loro situazione è orribile. Come ambasciatore ho potuto vedere i luoghi e parlare con i giovani somali. Sono vittime di una violenza brutale. Attualmente l’emigrazione somala è ridotta. Anche perché abbiamo spiegato e mostrato video sulla pericolosità del viaggio verso l’Europa e del passaggio in Libia.

Potrà smettere?

La pace nel Corno d’Africa è una buona premessa. I giovani devono poter lavorare nel proprio paese. La Somalia ha grandi risorse. Si possono creare posti di lavoro. In questo modo nessun somalo verrà più a cercar fortuna in Italia. Per raggiungere questo obiettivo, oltre alla pace nell’area, serve però la stabilità interna. Il nostro più grande problema è il terrorismo di Al Shabaab. Se il paese sarà più stabile, non solo i somali non emigreranno, ma chi è emigrato tornerà in Somalia.

Sugli arrivi dal Corno d’Africa, dati Unhcr, le due nazionalità più indicate, sono state finora quelle somale ed eritree, come mai secondo lei?

Sulle nazionalità dichiarate bisogna essere cauti. Per esempio tutti quelli che parlano la lingua tigrina (ndr, la lingua principale dell’Eritrea), anche se non sono eritrei ma arrivano dall’Etiopia, si dichiareranno eritrei per avere la protezione internazionale. La stessa cosa accade per i somali. Se vivono in Kenya, in Etiopia (ndr, la regione dell’Ogaden è a maggioranza somala) o anche a Gibuti, si dichiarano somali. Parlano la lingua senza problemi. Poi bisogna anche considerare che, per affrontare viaggi così difficili e rischiosi, chi è della stessa etnia o parla la stessa lingua, forma un gruppo. Nel nostro caso l’identità somala è prevalente. Quindi un somalo che vive nell’Ogaden, non dirà che è etiopico ma somalo.

Certo una volta imbarcati su gommoni in attesa di trasbordo sulle navi per approdare a terra, tutti devono essere salvati. Siano somali dell’Ogaden o della Somalia, siano etiopici del Tigray o eritrei, dell’alto o del bassopiano.

Però distinguere all’interno dei fluissi, evitando catalogazioni semplicistiche e strumentalizzazioni ad hoc, significa capire il problema.  

Per intendersi, ancora oggi si scrive che “stime dell’alto commissariato per i rifugiati, parlano di un terzo della popolazione eritrea fuggita. Ogni mese 4.000 persone, soprattutto giovani tentano di lasciare il proprio paese”. Per poi aggiungere che “fuggono a causa di una situazione politica e sociale di estrema invivibilità”.

Ignorando sia la recente pace stipulata, sia i motivi reali della migrazione.

Perché non riconoscere che le persone sono sempre scappate dalla povertà? Certo, se si accetta solo chi ha bisogno di protezione internazionale, cosa dovrà dichiarare un eritreo che vuole lavorare in Scandinavia?

Secondo la Convenzione di Ginevra, articolo 33, può ricevere asilo chi fugge da un paese in cui la vita o la libertà sono minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, oppure a causa delle sue convinzioni politiche.

Tuttavia, scrive Jürgen Habermas in un saggio del 1994, “la massa di coloro che emigra è sempre stata formata, a partire dalla scoperta dell’America e ancor più dall’incremento dell’emigrazione mondiale nel corso dell’Ottocento, sia da immigrati in cerca di lavoro, sia da profughi in fuga dalla povertà. I quali cercano, nel loro insieme, di sottrarsi alla miseria”.

La pace tra Eritrea ed Etiopia e la positiva influenza sulla regione saranno l’antidoto alla povertà e alla migrazione, suo inevitabile corollario.

Chi emigra per motivi politici lo farà lo stesso. Ma se, come già detto anni fa da un diplomatico occidentale in Eritrea, “il 99,9 per cento di giovani emigra per cercare lavoro” ad andarsene, in tempi più prosperi, sarà solo una piccolissima minoranza.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

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