CORNO D’AFRICA, RUOLO DELL’ITALIA IN ERITREA, SOMALIA, ETIOPIA

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Bari, Fiera del Levante, Conferenza pace e sviluppo nel Corno d’Africa. Il ruolo dell’Italia. Opportunità d’impresa

CORNO D’AFRICA, RUOLO DELL’ITALIA IN ERITREA, SOMALIA ED ETIOPIA

Nel Corno d’Africa, la pace tra Eritrea ed Etiopia ha cambiato lo scenario. E l’Italia potrebbe avere un ruolo. Programmato a ottobre un viaggio del premier Giuseppe Conte, in Etiopia ed Eritrea.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha in previsione un viaggio in Etiopia ed Eritrea. L’ 11 ottobre ad Addis Abeba incontrerà il premier Abiy Ahmed, poi ad Asmara il presidente Isaias Afwerki.

Il viaggio è stato reso noto dopo la ratifica dell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia avvenuta a Gedda lo scorso 16 settembre. Erano presenti il sovrano saudita re Salman, il principe ereditario Mohammed bin Salman, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres e il presidente dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamated. La firma posta a Gedda ha confermato quanto stabilito dal presidente Isaias Afwerki e dal primo ministro Abiy Ahmed lo scorso 9 luglio ad Asmara.

La pace tra Eritrea ed Etiopia è il risultato del cambio al vertice dell’Etiopia.

Il primo ministro Abiy Ahmed, uomo giovane, con esperienza militare e politica, di etnia oromo, la più numerosa del paese, ha messo fine, lo scorso 2 aprile, all’egemonia del TPLF (Tigray People’s Liberation Front). Un’egemonia politica, iniziata subito dopo l’indipendenza del paese, nel 1991, con il primo ministro Meles Zenawi e diventata critica dopo la sua morte. Sino alla proclamazione dello stato d’emergenza, con le conseguenti dimissioni di Heilemariam Desalegn, ex primo ministro.

Nei giorni scorsi gli eserciti dei due paesi hanno abbandonato l’area sul confine causa del conflitto del 1998-2000. Nonostante nel 2002 una commissione internazionale avesse stabilito che quei territori erano eritrei l’esercito etiopico non li aveva ancora abbandonati.

Creando, in questo modo, una condizione d’instabilità, uno stato di “né guerra né pace” che ha penalizzato maggiormente l’Eritrea. Paese più piccolo e privo dell’appoggio americano che, salvo per un breve periodo, ha sempre riconosciuto nell’Etiopia il proprio baluardo nella regione.

Della nuova situazione di pace e sviluppo nel Corno d’Africa, quindi del ruolo dell’Italia si è parlato a Bari, nell’ambito dell’ottantaduesima Fiera del Levante, con un convegno svoltosi il 14 settembre.  

Tavole rotonde durante le quali i relatori, politici, studiosi, rappresentanti delle istituzioni italiane e imprenditori, presenti gli ambasciatori di Eritrea, Etiopia e Somalia, hanno parlato del presente, del futuro prossimo dei propri paesi e di quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia.

Dopo la firma di Gedda, il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi ha twittato i suoi “rallegramenti a nome del governo italiano”, per lo storico accordo che mette fine alla crisi tra Eritrea ed Etiopia. Il presidente eritreo Isaias Afwerki e il premier Abiy Ahmed hanno compiuto, si legge, “un passo decisivo per assicurare la stabilità e la sicurezza”.

Poco seguente alla visita del premier etiopico, ad Asmara, c’è stata la prima visita ufficiale, dopo l’indipendenza eritrea, (1991), del presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed. I due presidenti eritreo e somalo hanno firmato un accordo di amicizia.

Un altro tassello per la pace nella regione.

Tra Eritrea ed Etiopia, nel frattempo, sono riprese le relazioni politiche, diplomatiche e commerciali. Sono state riaperte le rispettive ambasciate. Attivate le linee aeree e telefoniche.

Una condizione di tranquillità, da tempo dimenticata, che le persone dei due paesi hanno accolto scambiandosi abbracci di felicità.

Questa è una pace che porta con sé molte opportunità.

Infatti, durante il forum di Bari, la parola “opportunità” è stata pronunciata diverse volte.

Anche se non presente al forum, riferendosi all’Africa e alla pace tra Eritrea ed Etiopia, ha parlato di opportunità il vice ministro degli esteri, Emanuela Del Re. “L’Africa è un’opportunità, non una minaccia” ha detto intervistata dall’Huffington Post. È un continente giovane, con molte risorse, un continente di grande innovazione e creatività. Aiutare le persone a casa loro, spiega, “vuol dire, mettere le basi per uno sviluppo condiviso, molto lontano dal vecchio concetto di aiuto”.

Mentre in una lettera inviata al Corriere della Sera, ribadisce che “il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki hanno saputo cogliere il senso della storia”. Motivo per cui “celebrare la pace tra Eritrea ed Etiopia, sostenerla, annunciarla con gioia, non è solo un dovere ma un impegno a lungo termine” che andrà, spiega, a beneficio di tutti. Italia compresa.

L’Africa è una gigantesca opportunità per l’Europa, ha sottolineato, nel suo saluto di benvenuto il sindaco di Bari, Antonio Decaro. Aggiungendo, a sua volta, che dell’Africa non bisogna aver paura.

L’Italia deve costruire nuovi rapporti con un Corno d’Africa ormai in pace.

I ministri degli esteri di Eritrea, Etiopia e Somalia, dopo la visita del presidente somalo ad Asmara, sono andati a Gibuti. Una missione che ha avuto buon esito per i rapporti con l’Eritrea.

L’obiettivo adesso sarà cercare di aiutare la pacificazione interna in un altro giovane paese africano, il Sud Sudan.

Il Corno d’Africa è un’area importante per il nostro paese, riconosce nel suo intervento il senatore Vito Petrocelli, M5S, che presiede la commissione affari esteri ed emigrazione.

È lui ad annunciare la missione in Eritrea di Emanuela Del Re. A pochi giorni di distanza arriverà anche la notizia del viaggio, in Eritrea ed Etiopia, del presidente del consiglio  Conte. Il governo italiano, dice Petrocelli, si ripropone di seguire con attenzione le vicende di Eritrea, Etiopia, Somalia. Per una collaborazione continuativa.  

L’Italia, finora, non è stata brillante, ammette.  Senza dubbio meno presente in Africa della Cina.

E proprio della cooperazione tra Cina e Africa parla nel suo intervento l’ex premier Romano Prodi.

Bari, Fiera del Levante, Romano Prodi durante l’intervento alla conferenza Pace e Sviluppo nel Corno d’Africa

Quello con Eritrea, Etiopia e Somalia è un rapporto, dice, che va mantenuto perché non si esaurisca. L’Italia con questi paesi, che insieme contano più di 120 milioni di abitanti, ha avuto rapporti politici ed economici, ma anche di affetto. Rapporti che non vanno dimenticati, perché sono speciali. Un rapporto privilegiato che, per non andare perso, dev’essere ora ricostruito.

Come fare? Qual è la via? Per il presidente Prodi Europa e Italia non devono temere la Cina. Tuttavia da parte italiana non è sufficiente il solo aiuto pubblico. “Sono gli imprenditori del settore privato che devono svegliarsi”, aggiunge.  

In questo senso, dice Prodi, per l’Italia è un’occasione importante poter riprendere le relazioni con il Corno d’Africa.

“Noi italiani” spiega “siamo ancora molto presenti, per esempio abbiamo le scuole”. Però la nostra presenza non può essere solitaria ma con Europa e Cina. “Per fare questo dobbiamo mobilitare la nostra opinione pubblica”.

Da poco chiuso il vertice di Pechino, il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa, ha delineato molto chiaramente l’interesse e l’intervento cinese in Africa.  

Nel discorso inaugurale il presidente Xi Jinping ha detto che tale intervento, oltre che su un elenco di punti propositivi, si basa anche su cinque no.

Nessuna interferenza della Cina nello sviluppo dei paesi africani, nessuna ingerenza negli affari interni, nessuna imposizione di volontà esterne, nessun ricatto politico, nessuna ricerca di vantaggi in cambio di investimenti e finanziamenti.

Un approccio che, se mantenuto, eviterebbe l’accusa di neocolonialismo.

Anche la Cina si esprime sull’Africa in termini di amicizia. Un’amicizia per “accogliere i paesi africani a bordo del suo treno espresso dello sviluppo”, come ha detto il presidente. Aggiungendo, per spiegarne ancora il senso, che “l’oceano è vasto perché non rifiuta i fiumi”.

I numeri della cooperazione Cina-Africa, con i quali deve confrontarsi l’Europa, sono importanti.

60 miliardi di dollari per lo sviluppo e il sostegno degli obiettivi dell’agenda 2030.

50 programmi di assistenza agricola, con l’invio di 500 esperti per la formazione di giovani nel settore agro-economico.

50.000 borse di studio e l’invito, per 2.000 giovani africani, a visitare la Cina.

E l’Europa cosa offre?

Delle iniziative di Strasburgo ha parlato Leonard Mizzi, capo della commissione europea per lo sviluppo agricolo.

Nei prossimi cinque anni, ha detto, saranno creati in Africa 5 milioni di posti di lavoro, grazie al sodalizio con i paesi europei. Non carità ma partenariato. Obiettivo sono i giovani e le donne. Un programma basato su tre livelli. Primo, fornire gli strumenti finanziari. Poi dare assistenza tecnica, infine aiutare il dialogo tra la classe politica e privati interessati ad investire. Un piano del valore di 4 miliardi di euro circa.  

Parte del piano sarà per il Corno d’Africa.

In Eritrea, dice Mizzi, entro la fine dell’anno sarà inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di fornire energia elettrica a 40 mila persone in un’area del paese dove ancora manca.

Che l’Africa non sia più il continente dimenticato è quanto dice nel suo intervento il presidente di Sace, Beniamino Quintieri.

L’Africa cresce rapidamente. Una condizione cui non fa seguito, però, la crescita dell’occupazione. Per questo motivo i giovani emigrano.

“Bisogna trasformare questo fenomeno in un’opportunità, far rimanere i giovani nel proprio paese”, dice.

Gli scambi commerciali al momento avvengono poco tra paesi africani, solo un 16%, e maggiormente con Europe e Cina.

La presenza di valide infrastrutture modificherà questa situazione. Il riferimento è alla riapertura del porto di Assab, dopo la pace tra Eritrea ed Etiopia.

Gli investimenti italiani in Africa sub Sahariana sono aumentati, passando dal 3.9% al 7%, cioè pari a 3 miliardi di euro. Anche il numero di paesi nei quali Sace investe è aumentato, prima erano 12 su 49, ora sono diventati 43.

“Sace sostiene le imprese che vogliono investire in Africa”, conclude il presidente.

Marco Menegotto, ingegnere nel Cda Piccini Group, spiega la sua esperienza in Eritrea. A Massawa, città portuale, è stato installato un impianto di prefabbricazione e sono stati avviati corsi di formazione per i giovani perché possano lavorare alla ricostruzione del loro paese.

“La pace raggiunta”, dice, “mi rende molto felice. Non capivo, in questi anni, l’attacco verso l’Eritrea. Ho sempre avuto esperienze positive nel paese”. “Dall’Etiopia” dice “siamo assenti dal 1998. Ora ci è stato chiesto di riaprire gli uffici di Addis Abeba, cosa che faremo. Inoltre presto investiremo in Somalia.” “Crediamo” conclude “che il Cono d’Africa, nei prossimi anni, sarà la regione che crescerà di più. Quanto al rapporto con l’Italia, ci auguriamo che sia positivo”.

Per l’ex ambasciatore in Etiopia, Giuseppe Mistretta, “noi italiani ci presentiamo bene in Africa”. Siamo buoni investitori. Al terzo posto nel 2016, dopo Cina ed Emirati Arabi. Primi o secondi nel 2017”. Certo, spiega, un dato che si deve alla presenza di Eni ed Enel…

In Etiopia, dice, ci sono ancora molte famiglie italiane. Grazie alla scuola italiana si parla ancora la nostra lingua, si conosce la nostra cultura.

E, riferendosi alle imprese, l’ambasciatore Mistretta cita, per il tessile, Calzedonia e Carvico. Poi Salini Impregilo (ndr, al centro di molte polemiche per la costruzione della Grande Diga), Italfer, Eni, Enipower.

Dopo la pace, dice, gli imprenditori si sono messi in contatto con il MAE per conoscere le iniziative del nostro governo.

Il viaggio di Conte potrebbe fornire, in questo senso, molte risposte.  

Critico sul ruolo che l’Italia ha avuto finora in Eritrea, Pietro Zambaiti, Ad Za.Er, industria tessile presente ad Asmara dagli anni ’90.

“Il ruolo degli imprenditori italiani nel Corno d’Africa”, dice “è importante perché possono fare molto”. ”Tuttavia”,  aggiunge riferendosi ai nostri governi, “non dobbiamo chiedere scusa per un passato remoto, ma per l’assenza italiana di questi ultimi vent’anni”.

E sull’assenza dell’Italia nel Corno d’Africa si esprime negativamente anche Adolfo Urso, presidente di FareFuturo.

La pace tra Eritrea ed Etiopia è il risultato del lavoro di due leader africani, il premier Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki. “L’Italia era distratta” dice. “Ora speriamo che gli investimenti italiani arrivino, non solo in Etiopia ma anche in Eritrea e Somalia. “Inoltre l’Italia deve chiedere l’abrogazione delle sanzioni”, (ndr, in vigore in Eritrea dal 2009).

Il processo di pace iniziato con la firma dell’accordo, lo scorso  9 luglio ad Asmara, è un fatto irreversibile, dice l’ambasciatore eritreo in Italia, Fesshazion Pietros. “Un processo voluto fortemente dai nostri leader e dalla gente” aggiunge. D’ora in avanti le risorse

dell’Eritrea non saranno più concentrate sulla difesa ma saranno destinate allo sviluppo.

I giovani, non più nell’esercito, frequenteranno corsi di formazione per poi trovare un lavoro adeguato. Tutto questo frenerà l’emigrazione verso l’Europa.

Lo sviluppo è il nostro obiettivo principale. “Noi speriamo”, conclude l’ambasciatore, “che Europa e Italia, vicina storicamente alla nostra regione, possano avere un ruolo centrale per la ripresa economica del nostro paese”.

Anche per l’ambasciatore della Somalia a Roma, Abdirahman Sheikh Issa Mohamed la pace

tra Eritrea ed Etiopia è un cardine per la pace nel Corno d’Africa. In Somalia, aggiunge, gli interventi degli imprenditori italiani sono molto importanti, proprio perché la situazione è ancora difficile.

L’instabilità del paese e il terrorismo hanno prodotto migliaia di profughi e sfollati. Tuttavia la diaspora somala è molto attiva e lavora per la ricostruzione del paese. La Somalia è in una posizione geografica strategica.  La speranza perciò è che questo nuovo vento di pace spazzi via gli interessi del terrorismo, che vuole distruzione non sviluppo.    

Prima del viaggio nel Corno d’Africa, il 25 e 26 settembre il premier Giuseppe Conte è stato a New York, per la 73ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Unga)

Un’assemblea da cui l’Eritrea, ormai in pace, si aspetta parole per una prossima revoca delle sanzioni stabilite nel 2009. Una revoca sollecitata già dal premier Abiy subito dopo la firma dell’accordo di luglio, durante l’incontro, ad Addis Abeba, con il il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

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