24 MAGGIO, L’ERITREA FESTEGGIA L’INDIPENDENZA

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Eritrea, Asmara, la via centrale Harnet Avenue, durante i festeggiamenti per l’indipendenza

24 MAGGIO, l’ERITREA FESTEGGIA L’INDIPENDENZA

 Maggio ha un posto speciale nel cuore degli eritrei.

In tutte le città dove ci sono comunità eritree, la terza domenica di maggio l’Eritrea festeggia l’indipendenza. 24 maggio 1991-24 maggio 2018, ventisette anni. Una festa per ricordare la nascita del paese e l’inizio della sua ricostruzione materiale, dopo trent’anni di lotta (1961-1991) e anche più di occupazione.

 Il 24 maggio 1991 il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (EPLF) entra ad Asmara.

Due anni dopo, nel 1993, sotto la supervisione dell’Onu, il referendum “più affermativo della storia” com’ è stato definito, conferma la volontà del popolo (99.8%) eritreo di essere indipendente.

Per la prima volta dal 1890, l’Eritrea, che dall’Italia ha avuto il nome, non dipende più da nessuno. Certo l’obiettivo della self-reliance non evita i problemi.

Alcuni anni dopo l’indipendenza, infatti, formalmente per una questione di confini, l’Etiopia (1998-2000) scatena una nuova guerra.

Un dramma che, anziché concludersi nel 2002 con l’Accordo di Algeri, che stabilisce che la zona contesa è eritrea, lascerà un lungo strascico.

L’esercito etiopico, ancora oggi in quell’area, costringe l’Eritrea a convivere con una difficile situazione definita appunto, no war-no peace.

 Lo sviluppo della società e la sua ricostruzione, dopo gli anni di dominio etiopico, sono così in parte bloccati dalla necessità di presidiare i confini.  A pagare l’alto prezzo di questa instabile situazione è proprio la generazione nata dopo l’indipendenza. La prima cresciuta in un paese libero.

Pedine al centro di uno scontro politico internazionale, per i giovani si aprono due vie. Abbandonare il Paese, grazie agli incentivi dell’Occidente, oppure tirare la cinghia e lavorare per il bene di tutti, come ha fatto la generazione dei padri.   

Per molti ragazzi, spesso con tristezza, è quasi inevitabile decidere di migrare verso una vita immaginata migliore. Purtroppo per loro, per un cinismo politico che si nutre di numeri, il tappeto rosso dell’emigrazione non ha la forma di un visto sul passaporto.

Piuttosto quella del traffico, della morte in mare, dei titoli sui giornali che accusano il governo di autoritarismo e dittatura.   

Ma l’Eritrea cosa ha fatto in questi ventisette anni per i giovani che sbarcano sulle coste italiane? Innanzitutto li ha fatti studiare.

I nonni erano quasi sempre quasi analfabeti. Durante il colonialismo italiano capivano e parlavano la lingua per poter lavorare. Le nuove generazioni invece frequentano la scuola dell’obbligo primaria, poi la secondaria. infine, se sono bravi, in College, altrimenti un avviamento professionale. Parlano tigrigna o un’altra delle 9 lingue del paese e, soprattutto, parlano e scrivono in inglese, passepartout indispensabile per l’Occidente.

Durante una recente intervista sulla situazione della scuola, Tadesse Mehari, Executive Director National Commission for Higher Education, (NCHE) dice a EritreaLive che gli studenti universitari sono circa 14 mila. Un numero tre volte superiore a quello dopo l’indipendenza, quando erano solo 5.000.

 Nel 1991 c’erano 471 scuole frequentate da 220 mila studenti e una sola Università ad Asmara. Oggi ci sono 1.540 scuole per 900 mila studenti e 7 College in varie zone del paese.  

 “Dalle nostre scuole tutto era stato portato via” dice il rettore, “per studiare i giovani eritrei dovevano andare ad Addis Abeba”. “Dopo la liberazione l’Eritrea non troverà scuole funzionanti ma edifici svuotati, da rimettere in sesto per far ripartire l’istruzione. E questa è stata la nostra sfida”.

“Il problema che oggi dobbiamo affrontare”, aggiunge “è la mancanza d’insegnanti universitari. Per il momento in Eritrea insegnano molti indiani, non insegnanti europei perché ci costerebbero troppo”.

“Importante sarà” dice “continuare a impegnarci per la formazione dei giovani, perché possano insegnare nei College”. “Mentre cerchiamo di raggiungere quest’obiettivo” conclude “cerchiamo anche d’incoraggiare il ritorno dei ricercatori e dei professori che avevano lasciato il paese prima dell’indipendenza e che oggi insegnano nelle università straniere. Molti di loro accettano di venire per insegnare nei nostri College durante il periodo delle loro vacanze”.

Sulla presenza di insegnanti indiani c’è polemica. Ne parla a Ferrara durante una conversazione dopo il suo intervento al Festival di Internazionale, don Mussie Zerai, “l’angelo dei profughi”. Candidato al Nobel per la pace nel 2015, per l’aiuto allo sbarco dei migranti, don Mussie, per lo stesso motivo, è dal 2017 indagato dalla Procura di Trapani.

“Nel 1991” dice a EritreaLive, “gli insegnanti eritrei c’erano eccome. Sono tornati dall’Etiopia e dal Sudan. Avrebbero potuto insegnare in Eritrea. Invece sono stati chiamati gli indiani, pagati fino a 2.000 dollari al mese. Agli eritrei il governo offre solo 500 Nakfa (ndr, circa 34 USD)”. Secondo don Mussie il governo proprio non li vuole gli insegnanti eritrei che, per questo motivo, scappano all’estero.

Le cifre da lui indicate, però, non sono vere. Gli insegnanti indiani sono stati chiamati per insegnare in Eritrea per due motivi, costano meno degli insegnanti europei e, soprattutto, ricoprono temporaneamente ruoli per cui finora non c’erano eritrei. Molti dei futuri insegnanti stanno uscendo proprio in questi anni dai college.

Tornando alle cifre, gli insegnanti indiani non sono pagati 2.000 dollari, stipendio che sarebbe alto anche in Italia. Così come gli insegnanti eritrei non sono pagati 500 Nakfa. Per loro, a seconda del grado della scuola in cui insegnano, si va da 3.000 a 6.000 Nakfa.

Parlando di sé don Mussie spiega, “Io sono cresciuto ad Asmara, fino a 16 anni (ndr,1975 anno di nascita) a scuola ho avuto insegnanti eritrei non etiopici, pur studiando nelle scuole pubbliche. Erano molto competenti e insegnavano in amarico”.

Come vedremo il suo, però, è un caso isolato. Negli anni ’80 il colonnello Menghistu, capo dell’Etiopia, fa tabula rasa in Eritrea di insegnati, alunni, libri e perfino arredo.

Per capire meglio la situazione delle scuole in Eritrea e il lavoro, dopo l’indipendenza, per riavviarle bisogna fare un passo indietro.

È il colonialismo italiano ad aprire a Otulmo, nei pressi di Massawa, le prime scuole missionarie per ragazzi eritrei. In seguito, aumentando il numero dei coloni italiani, padre Daniele Comboni apre nella nuova capitale Asmara, una scuola di tipo “europeo”. Anche in questo caso la scuola accoglie studenti italiani ed eritrei.

Nel 1905 la frequentano 150 alunni eritrei, 20 italiani e qualche altro straniero. Nel 1913 il numero sale a 270 e nel 1930 supera i 300.

Nel frattempo sbarca a Massawa il designato governatore della colonia d’Eritrea, Ferdinando Martini, ex ministro della Pubblica Istruzione.

Nessuno meglio di lui conosceva l’importanza della scuola ma anche la difficoltà e il costo dell’istruzione. Negli anni post unità d’Italia, la legge Coppino garantiva infatti un obbligo scolastico di soli due anni, “sufficienti per apprendere l’alfabeto”. Giusto l’indispensabile.

Martini era, dunque, il primo a sapere che per la colonia non ci sarebbero stati molti soldi, né per le scuole né per gli insegnanti.

Quindi decide che la soluzione migliore è lasciare che all’insegnamento si dedichino i missionari purché, possibilmente, seguendo programmi laici e, soprattutto, senza escludere i giovani eritrei. Con questi limiti, l’istruzione ai giovani eritrei, in quegli anni, è in qualche modo garantita.

Nel suo “Diario Eritreo” Martini, in visita alle scuole, annota: ”i neri sono più pronti di noi. La superiorità del bianco su cui si fonda ogni regime coloniale è smentita”.

Nel 1941 in Eritrea cessa l’occupazione italiana e, a seguito della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, s’insedia l’amministrazione inglese che toglie alla sovrintendenza scolastica italiana tutte le scuole per eritrei, organizzandole in un Education Department.

Il 29 gennaio 1952, a Parigi, l’Onu decide che il destino dell’Eritrea è la federazione con l’Etiopia, come chiesto da Heilè Selassiè.  Così il 15 settembre di quello stesso anno gli inglesi lasciano Asmara.

In un primo momento per le scuole la situazione resta uguale.

Il governo eritreo si attiene all’impostazione della British Administration. Nell’organico scolastico sono presenti tre insegnanti europei e 400 locali. Le scuole italiane ancora in funzione registrano un calo d’iscritti eritrei. Probabilmente per la convinzione dei genitori che studiare in una scuola italiana e impararne la lingua sia poco utile, visto che ora negli uffici pubblici la lingua richiesta è l’inglese.

Tuttavia, in tutto il paese, le scuole italiane, laiche e missionarie, restano e continuano a formare i giovani eritrei.

Si inaugura anche, ad Asmara, la prima università cattolica, la “Sacra Famiglia”.

Il 12 novembre 1962, però, un altro cambiamento attende l’Eritrea.

Il negus Heilè Selassiè abolisce unilateralmente la federazione e annette l’Eritrea, che diventa la 14ma provincia dell’Impero etiopico.

La visione del negus verso l’istruzione non è esattamente illuminata. Per la formazione dei giovani non costruisce nuove scuole e università, manda invece i rampolli delle migliori famiglie etiopiche a studiare all’estero. Senza occuparsi dell’ignoranza degli altri.

Scrive Kapuścinski, riportando testimonianze di chi lavorava nei palazzi governativi, che gli studenti sono queruli e protestatari, pronti a rattristare l’imperatore con richieste di “sviluppo”.

Dice un testimone, tale P.M, a Kapuścinski, e sembra vederlo mentre scuote la testa, che “una strana mania si era impossessata del mondo: la mania dello sviluppo”. Uno sviluppo non più retto dalla legge divina ma da quella fin troppo umana dei giovani studenti. I quali “anziché mostrarsi grati per i benefici derivanti dall’istruzione, preferivano rimestare nelle acque torbide e ingiuriose della calunnia e della sovversione”.

Se questo era il clima nella capitale, non ci si poteva aspettare granché per le scuole della 14ma provincia.

In effetti in Eritrea studenti, insegnanti e intellettuali entrano nel mirino dell’imperatore. L’obiettivo, dicono gli eritrei, è distruggerne identità, cultura e tradizione.

Nel 1963 ad Asmara nel forno industriale della fabbrica dei fiammiferi sono bruciati moltissimi libri in tigrino. Nelle scuole si impone, anziché il tigrino, la lingua ufficiale etiopica, l’amarico.

La scelta è di limitare, per gli eritrei, l’accesso all’istruzione, osteggiando sentimenti di appartenenza e incentivando l’adesione al nazionalismo etiopico.

Al negus non era passato inosservato il fatto che in Eritrea, grazie al lavoro delle scuole missionarie e governative italiane, il livello d’istruzione fosse più alto e, soprattutto, più diffuso che in Etiopia.

Per questo motivo radio e giornali si rivolgono agli studenti eritrei perché vadano in Etiopia, con la promessa di impieghi pubblici di buon livello nelle compagnie statali. L’Imperatore non vuole perdere i migliori ma neppure lasciarli in Eritrea.

La situazione però, di lì a poco sarebbe nuovamente cambiata.

Dopo la morte di Heilè Selassiè, il 25 agosto 1975, il Derg instaura in Eritrea un regime di paura che costringe i giovani eritrei ad abbandonare la scuola per unirsi ai combattenti, oppure fuggire all’estero.

Molti insegnanti e studenti scappano, soprattutto in Sudan.

Il numero delle scuole crolla, da 3.000 nel 1974 sono solo 1.200 nel 1980.

In un report del 1993 di Africa Watch si legge che nel 1990 gli insegnanti in Eritrea erano per il 62% non eritrei, mentre il 91% degli studenti è etiopico. Una situazione diversa da quella che ricorda don Mussie Zerai che lascia l’Eritrea, praticamente per non tornarci più, nel 1992.  

Nel 1996 Justin Hill, giovane professore inglese, va in Eritrea, a Keren, per insegnare. Nel suo libro “Ciao Asmara” scrive che uno dei problemi maggiori dopo l’indipendenza è la mancanza di docenti e scuole.

Dopo il referendum, infatti, gli insegnanti etiopici che erano la maggioranza, “non aspettano un attimo, per andarsene via. A sostituirli ci sono i soldati istruiti dall’EPLF e gli eritrei che rientrano dall’Etiopia, ma non bastano”.

“Per molti bambini dei villaggi” scrive Hill “non c’è la possibilità di andare a scuola, oppure le lezioni sono impartite ancora in lingua amarica, la lingua etiopica. Il numero degli studenti è ingente e il numero delle scuole esiguo”.

Per l’Eritrea indipendenza, perciò, significa occuparsi immediatamente di scuola e formazione. L’istruzione gratuita deve arrivare in tutti i villaggi. Nessun bambino deve rimanere escluso.

In questi anni si sono costruiti nuovi college per diplomare i giovani e formare anche i futuri insegnanti.

Vision through toil recita il motto per i 27 anni d’indipendenza. E uno dei lavori principali è proprio quello d’insegnare.

Un obiettivo non semplice, né scontato. Una sfida impegnativa, soprattutto ripercorrendo gli ostacoli che, anno dopo anno, scuole e insegnanti hanno dovuto affrontare per raggiungere il traguardo dell’indipendenza. Ma l’indipendenza eritrea racchiude in sé molte sfide, una di queste è proprio la scuola, una scuola per tutti. 

Marilena Dolce

@EritreaLive

 

 

 

 

 

 

 

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