VIAGGIO in Eritrea

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EritreaLive ha ricevuto e volentieri pubblica il racconto di viaggio di un lettore.

L’invito, rivolto a tutti gli amici di EritreaLive, è d’ inviare i racconti di viaggio in Eritrea, per condividere esperienze e impressioni.

DIARIO DI VIAGGIO  di Massimiliano Roncucci

Il viaggio avventura in Eritrea si è rivelato più affascinante del previsto.

ASMARA, Casa degli Italiani

© Massimiliano Roncucci, Asmara, Casa degli Italiani

L’idea della visita nella ex-colonia italiana è legata a una sorta di “pellegrinaggio” nel luogo di nascita di mia madre: Asmara, 1939.

La capitale, un tempo, aveva una folta comunità italiana della quale anche la mia famiglia ha fatto parte. L’organizzazione del viaggio, molto collaudata, è romana e il gruppo con il quale ho viaggiato si è dimostrato ottimo e interessato, come me, al giovane stato africano.

Il primo giorno del tour comincia con la visita della mitica Asmara, la capitale.   Buona parte del giro in città lo facciamo con la guida di un’insegnante italiana, Anna, che lavora alla Scuola Italiana. Prima tappa, uno dei molti bar pasticceria, dove ci siamo sentiti accolti come fratelli, per non dire delle ottime paste eritree e del buon caffè espresso: che impressione!

È molto bello vedere che tanta della nostra cultura è rimasta in questa parte del continente africano. Ma è solo l’inizio della favola eritrea. Girando per la città abbiamo visitato numerosi luoghi dove le tracce del passaggio degli italiani, nonostante i decenni passati, sono ancora evidenti.

Impressionante vedere da vicino ed entrare al Cinema Impero o al Cinema Roma, visitare la Cattedrale, vedere il mercato del ferro battuto dove gli artigiani lavorano con impegno.

Le emozioni non finiscono. Durante le escursioni mi porto caramelle e penne  da regalare ai bambini che le accettano volentieri, sono contento di farli felici, anzi mi sarebbe piaciuto fare di più…

I cittadini asmarini, incuriositi, si avvicinano educatamente, con sorrisi e saluti. I giovani parlano bene inglese, i più anziani sono lieti di far conversazione in italiano. Uno di loro, nel pomeriggio, ci fa da guida al cimitero degli Italiani visto che Anna si era dovuta assentare.

Al termine mangiamo un pasto buono e leggero alla famosa Casa degli Italiani, dove il titolare ci accoglie con calore. Nel locale un gruppo di appassionati gioca a biliardo, altri giocano a carte, con concentrazione. Al termine del pasto, purtroppo, salteremo il caffè perché manca l’elettricità, un blackout che, ci dicono, capita spesso

Al calar del sole Asmara si accende di tante luci, compresi gli addobbi natalizi.

Dopo una tipica cena eritrea con “enjera”, ci diamo alla movida in uno dei locali dell’Expo

Tappa successiva del nostro viaggio, dopo un “piccolo” sonno ristoratore, Keren, una delle più belle città eritree.

La strada segue il percorso bellissimo tracciato dagli italiani in epoca coloniale.

Quella che percorriamo noi, in parte “nuova”, rifatta in epoca recente, è un continuo susseguirsi di tornanti a picco sulla vallata. Arriviamo in tempo per visitare il famoso mercato del lunedì, indescrivibile, una sorta di agorà, anche se non è una piazza ma il letto del fiume in secca.

Keren-mercato-03

© Massimiliano Roncucci, Keren, mercato del lunedì

Qui il tempo sembra si sia fermato; si tratta e si compra di tutto, capre, cammelli, legna, oggetti d’artigianato: indimenticabile!

Nelle vicinanze il famoso baobab con al suo interno la Madonna, il tutto circondato da un bel parco dove abbiamo incontrato adulti e bambini.

Domani saremo a Massawa, la famosa città portuale.

Le sue strade, i suoi vicoli, la sua gente a passeggio, nascondono l’essenza di questo popolo provato ma fiero, dove raramente si chiede l’elemosina. C’è un’ammirevole dignità.

Purtroppo alcuni edifici di Massawa portano ancora i segni della guerra. Vi sono fori di pallottole nei muri e quello che un tempo era il palazzo dell’Imperatore ha la cupola sventrata dalle bombe.

Noi però non ci siamo persi d’animo, la sera una buona cena a base di pesce da “Sallam” indirizzo perfetto, ci ha rimesso di buonumore.

Dahlak-01

© Massimiliano Roncucci, Arcipelago Isole Dahlak

Massawa per noi è anche il trampolino di lancio per l’ultima grande meta del viaggio: l’Arcipelago delle Isole Dahlak,  un paradiso, un luogo magico, lontano dal turismo di massa, dove non esistono strutture, cemento, deturpazione, solo natura, pace, tranquillità, coralli meravigliosi che non hanno nulla da invidiare alle Maldive o Sharm.

Ma questo è un segreto, non vogliamo si sparga la voce, altrimenti potrebbe venire l’idea di investire (e sfasciare) anche quest’ultima oasi. Le Dahlak sono “parco nazionale” dove colonie di pellicani regnano sovrani incuranti della nostra presenza.

Con la nostra barca, con la cucina da campo, scorte di acqua e viveri, abbiamo navigato a piacere, vagando da un’isola all’altra, da uno scoglio all’altro alla ricerca dei fondali più affascinanti.

Un viaggio breve ma intenso, avrei voluto raccontarvi tutto, dettagli ed emozioni comprese,  ma per questo ci vorrebbe un libro…chissà… mai dire mai.

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Un commento

  1. Immagino che tutti coloro che abbiano avuto una “esperienza” Eritrea, siano stati dolcemente contagiati da quella non patologia chiamata “mal d’Africa”. Non sono una eccezione ed ho un’aggravante: quella di aver avuto in quella Terra il mio natale ed aver vissuto diciotto anni. Tutti, o quasi, vissuti intensamente: tra i viali (viale Italia, viale Regina, corso del Re), e le stradine (via col. Carchidio, via F.Martini ecc.) tutte piene di “storie italiane”. Posso, sottolineando forse, dimenticare ciò che mi è successo la settimana scorsa, ma non certamente la mia vita in Eritrea.
    I profumi, i colori, i sapori, l’ospitalità sono difficilmente descrivibili: bisogna viverli.
    Bisogna anche vivere certe situazioni con la consapevolezza che quel popolo, per ben due generazioni, ha subito una guerra impari, per la propria indipendenza.
    Un breve racconto per dare un’idea dell’Eritrea. Pochi anni or sono, mi trovavo sulla spiaggia di Gurgussum, nei pressi di Massaua (che in tigrignà, lingua eritrea, si chiama Baz’), quando m’accorgo che, sotto un gazzebo, c’è una persona. Incuriosito, mi avvicino e noto che ha i gomiti appoggiati su un tavolo imbandito: papaie, limoni e zucchero. Si tiene la testa tra le mani. Intuisco che si tratta di un italiano e, quindi, mi avvicino ulteriormente… per socializzare. Appena vicino, mi accorgo che sta piangendo. Forse, per dolore. Al che, gli chiedo se abbia bisogno di un medico, o di qualsiasi altro soccorso.
    Mi risponde cordialmente con un: “No! Grazie, grazie!.” Poi, mi spiega che stava vivendo come presumeva si vivesse in paradiso e che, il giorno dopo, sarebbe dovuto partire per Roma: “E’ per me come lasciare il paradiso ed essere costretto ad andare all’inferno…”
    Un calorosissimo “selam”.
    Walter

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