Shalom, Samy, ultimo ebreo di Asmara

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Vincenzo Meleca, Asmara, Sinagoga

© Vincenzo Meleca, Asmara, Sinagoga

di Vincenzo Meleca 

Da anni desideravo visitare la sinagoga di Asmara, ma i tempi ristretti dei miei viaggi in questo lembo del Corno d’Africa e la difficoltà di rintracciare qualche fedele che mi facesse entrare non me l’avevano consentito.

Ero invece riuscito più volte ad ammirare la cattedrale copta di N’da Mariam e ad assistere ad alcuni commoventi e lunghi riti religiosi, così come più volte avevo visitato la cattedrale cattolica (in puro stile lombardo!) dedicata alla Madonna del Rosario, assistendo alla messa cantata. Anche se soltanto in un’occasione, ero riuscito ad entrare persino nella grande moschea di Kulafah Al Rashidin.

Questa volta, però, la fortuna mi ha aiutato, facendomi passare davanti al luogo di culto mentre arrivava Samy Cohen, l’ultimo ebreo rimasto ad Asmara (a parte, ovviamente quelli dell’ambasciata israeliana…).

La sinagoga, costruita nel 1905, si trova in una trasversale di Harnet Boulevard ,la strada principale di Asmara, quella che qualche anziano si ostina ancora a chiamare “Viale delle Palme”, per la precisione al n. 34 di Seraè Street.

Sinagoga-Nicchia con candelabro

© Vincenzo Meleca, Asmara, Sinagoga, una delle nicchie della facciata

La facciata, rivestita con tessere di mosaico di ceramica bianca, è simmetrica, con un rosone centrale in cui spicca la stella di Davide. Nella parte inferiore, a fianco dell’entrata principale, presenta due nicchie: in una, la raffigurazione della Menorah (il candelabro a sette bracci) e, nell’altra, la Torah (le tavole della legge).

Con una gentilezza fuori del comune, dopo aver aperto il lucchetto che chiude il cancello di ferro battuto decorato con motivi d’ispirazione religiosa ebraica, Samy mi ha fatto da cicerone, facendomi vedere l’interno della sinagoga ma anche i due locali dove sono conservate centinaia di foto e di documenti che ricordano la storia della comunità ebraica asmarina.

Sessantasei anni, di media altezza, un volto aperto che ispira simpatia, Samy (Samuele) Cohen è l’ultimo ebreo rimasto ad Asmara. In un buon italiano ci tiene a rimarcare la sua nazionalità britannica: «Sì, sono suddito di Sua Maestà Queen Elizabeth II, come era del resto la maggior parte dei membri della comunità ebraica di Asmara».

Del suo curriculum scolastico (ha studiato alle locali scuole italiane, laureandosi poi in Economia e Commercio a Bologna nel 1972) dà questo sintetico commento: «Kol hakavod, tutto l’onore al Governo italiano».

La presenza ebraica in Eritrea risale agli ultimi due decenni dell’Ottocento, quando un certo numero di ebrei, forse qualche centinaio, provenienti per lo più dalla penisola araba ed in particolare dallo Yemen e dal possedimento britannico di Aden, vi giunsero, attirati dalle prospettive di crescita economica legata all’impresa coloniale italiana.

Alla mia osservazione che forse molti di loro scappavano dalla penisola araba e dallo Yemen a causa delle persecuzioni cui erano soggetti in quelle zone, Samy mi corregge, smentendo che a quell’epoca ci fossero persecuzioni.

In realtà gli ultimi ebrei presenti in Yemen, circa 1600, furono evacuati, previo pagamento alle autorità yemenite di un congruo compenso, con un ponte aereo nel 1992 (Operazione “Tappeto volante”).

Samy Cohen e foto

© Vincenzo Meleca, Asmara, Samy Cohen mostra le foto  di alcuni momenti della vita della comunità ebraica

Fra essi, molti erano agricoltori, artigiani, in particolare orafi, e commercianti, questi ultimi stabilirono importanti rapporti di import-export con l’Italia.

Punto d’ingresso fu ovviamente Massaua, ma dopo il devastante terremoto del 1921, il loro insediamento principale divenne Asmara.

La piccola ed operosa comunità si accrebbe nella seconda metà degli anni’30 del secolo scorso, quando le leggi razziali promulgate in Italia costrinsero molti ebrei a fuggire, abbandonando quella che era stata comunque la loro patria.

In Eritrea, in effetti, le discriminazioni razziali, pur esistenti, persero il posto di lavoro insegnanti ed impiegati di banca, furono meno pressanti di quanto avvenne in Italia, per non parlare delle altre nazioni europee occupate dai nazisti.

All’arrivo degli inglesi che, si dice, rimasero alquanto stupiti della loro presenza e del loro tranquillo inserimento nel contesto sociale locale, la comunità ebraica della capitale sembra fosse di circa cinquecento persone, cifra destinata ben presto a diminuire drasticamente nell’immediato dopoguerra, quando, con la nascita dello stato di Israele, nel 1948, un nutrito gruppo decise di trasferirsi in quello che è definito alyià o, secondo varie versioni del termine, aliyah, aliyá, aliá, in ebraico עליה, cioè il fenomeno dell’immigrazione in terra di Israele.

Samy mi fa vedere una bella foto di Hezi Ovadia, un ex asmarino in divisa da ufficiale dell’appena nato Tzahal, l’esercito israeliano e mi racconta come gli fu affidato il compito di istruttore delle reclute.

Negli anni’50 la vita degli ebrei in Eritrea scorreva comunque in modo normale, con gite a Massaua per qualche bagno e battute di pesca, come mostrano altre foto ingiallite dal tempo.

L’annessione dell’Eritrea da parte dell’Etiopia, avvenuta nel 1962, non cambiò sostanzialmente le cose, anzi vi fu la possibilità di maggiori scambi culturali ed economici con il Paese di Hailè Selassiè, dove vi era una numerosa comunità ebraica locale, in prevalenza falasha.

Secondo il Jerusalem Post, furono circa 8.500 gli ebrei falasha (Beta Israel) che riuscirono a raggiungere Israele dai malsani e pericolosi campi profughi sudanesi. Non è certo, ma sembra che alcune centinaia di falasha raggiunsero Israele anche a bordo di aerei statunitensi (“Operazione Saba”).

Quando, nel 1974, l’Imperatore d’Etiopia fu scalzato dal potere da un colpo di stato militare e tre anni dopo, eliminati gli altri ufficiali, il potere fu assunto da Hailè Mariàm Mènghistu, che instaurò una dittatura di stampo marxista, le cose cambiarono. Cominciarono le persecuzioni degli ebrei, soprattutto di quelli in Etiopia, tanto da spingere molte migliaia di loro, tra il 1984 e il 1985 a fuggire cercando di raggiungere il Sudan e da qui, con aerei militari israeliani, Israele, in quella che è chiamata “Operazione Mosè”.

È un episodio che non conoscevo e che Samy mi racconta per sommi capi.

Samy mi corregge anche quando racconto dell’altro esodo, quello dell’incredibile ponte aereo che, nel 1991, portò in Israele oltre 14.000 falasha; secondo il Jerusalem Post (1 giugno 1991) la cifra esatta fu di 14.400, secondo altre fonti 18.000.

Ricordavo (sbagliando) che questo nuovo esodo, noto come “Operazione Salomone”, fosse da imputare ad un ricatto vero e proprio di Menghistu, che minacciando di sterminare la comunità ebraica, aveva chiesto una sorta di riscatto.

Come dicevo, mi sbagliavo, perché l’Operazione Salomone si svolse sì nel 1991, ma non ad aprile bensì a maggio, quando oramai Menghistù era fuggito. E Samy vi assistette, come mi racconta, perché era proprio ad Addis Abeba.

Gli chiedo se è possibile entrare nella sinagoga e lui mi risponde un po’ sorpreso che certo, è possibile. Prima però mi pone sulla testa la kippah, il copricapo rituale usato dagli ebrei osservanti maschi nei luoghi di culto.

Sinagoga-interno

© Vincenzo Meleca, Asmara, Interno della Sinagoga, la sala delle preghiere

L’interno della sinagoga è un locale grosso modo a pianta quadrata, con un soppalco.

Tante panche, tutte vuote.

Mi siedo e gli chiedo se durante le cerimonie erano tutte occupate.

Samy mi risponde con una nota d’emozione: «tutte occupate? Certo, tutte occupate. Ed io ricordo ancora bene il posto dove si sedeva ciascuno dei fedeli…».

Domando se è vero che la sinagoga non è più luogo di culto, perché le cerimonie necessitano di almeno una decina di fedeli ed ancora una volta Samy mi corregge: «La sinagoga è un luogo di preghiera, ed io vengo qui tutti i giorni a pregare. È vero però che per effettuare le preghiere complete leggendo i rotoli della Bibbia -Sefer Torah- conservati normalmente nell’Aron Kodesh ed alcune cerimonie, come quella del Bar-Mitzvah, è necessario che vi sia una comunità di almeno dieci fedeli, il Minyan. Ma è da tanto tempo che qui ad Asmara non ci sono più bambini».

Usciamo e rientriamo nel locale dove sono conservate le foto.

Me ne mostra alcune più recenti, una scattata all’ambasciata israeliana, il 4 maggio 1995, giorno dell’indipendenza dello Stato d’Israele, con il Presidente Afworki che versa del the all’ambasciatore israeliano Ariel Kerem, al muftì ed ai prelati copto ortodosso, evangelico e cattolico di Asmara, altre che mostrano alcune immagini della festa che si è tenuta nel giugno 2005, in occasione del centenario dell’inaugurazione della sinagoga.

Ad una parete un grande manifesto ed alcune foto di Perlasca, l’ex-fascista che salvò oltre 5000 ebrei ungheresi. Vorrei chiedere a Samy il motivo di quelle immagini, ma commetto un errore, chiedo a Peppino, che con Antonio e Flavia mi ha accompagnato nella visita, che ore sono: incredibile, mi pareva di essere appena arrivato ed invece sono passate quasi due ore!

È tempo di andare.

Ci congediamo da Samy, non prima di aver lasciato un nostro commento sul libro degli ospiti.

Una stretta di mano, non un addio, forse un arrivederci.

Shalom, Samy, ultimo ebreo di Asmara

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