Quale Eritrea per l’onorevole Cécile Kyenge?

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© Ufficio Stampa Cècile Kyenge, il giorno delle elezioni Europee 2014

Cècile Kyenge, il giorno delle elezioni Europee 2014

L’onorevole Cécile Kyenge, oggi parlamentare europeo, eletta con i voti PD della circoscrizione nord-est è stata, per un breve periodo, da aprile 2013 a febbraio 2014, durante il governo di Enrico Letta, ministro dell’Integrazione.

Con il suo lavoro l’integrazione avrebbe dovuto rinforzarsi, in realtà non è mai successo e lo stesso ministero è stato abolito nel dopo Letta da Matteo Renzi che ha stabilito che l’integrazione fosse un compito per più ministeri.

Tuttavia, prima di essere eliminato, il ministero della Kyenge si è trovato coinvolto nella tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Trecentosessanta migranti eritrei che, con la loro morte, hanno mostrato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, un dramma lontano da ogni sperata “integrazione”.

L’Europa tra muri alzati e frontiere chiuse, diventa per i migranti, la meta dell’unico viaggio possibile. Un viaggio terribile, organizzato da trafficanti di uomini, criminali assortiti, passatori e, naturalmente, scafisti.

Così, mentre l’Italia e il ministro Kyenge, mettono in agenda i “corridoi umanitari”, l’unica “umanità” per chi non ha speranze, se non d’imbarcarsi su gommoni mezzi sgonfi, pagando come per una crociera di lusso, è qualche numero di satellitare e l’imbeccata  di sottrarsi all’identificazione e ai centri di accoglienza, per poi poter continuare il viaggio verso nord.
I dati di Amnesty International dicono che l’operazione italiana “Mare Nostrum”, stabilita dopo le bare di Lampedusa, immagini che hanno fatto il giro del mondo, ha salvato, nel 2014, 150 mila persone, perdendone, comunque, tremila.

Da guerra, povertà, fame si continua a scappare.

L’Organizzazione Internazionale dei Migranti, OIM, nel periodo gennaio-marzo 2015 mette al primo posto, per arrivi via mare, il Gambia 1.413, poi Senegal 1.187, Somalia 1.107, Siria 1.056, Mali 991, Eritrea 906, Nigeria 873.

L’Eritrea non è il primo paese per numero di migranti verso l’Europa, però è sempre il primo paese per numero di titoli di giornali che spiegano al mondo una loro verità: “La fuga dall’inferno”.

Quando la stampa internazionale scrive qualcosa sull’Eritrea non è mai per constatare che i bambini dal 1993, anno dell’indipendenza, a oggi sono stati tutti vaccinati, neppure per ricordare che ci sono moltissimi ambulatori che aiutano le gravidanze delle donne che non muoiono più per complicanze o per parto, come accadeva fino agli anni ’90, men che meno per dire che i giovani che scappano sono istruiti, quando invece i loro nonni avevano al massimo la seconda elementare, perché agli italiani, ex coloni fino al 1941, interessava solo che sapessero leggere e scrivere per svolgere i lavori più semplici.

Che i giovani eritrei se ne vadano, correndo il rischio di morire, è un dato ma sul perché l’Occidente si è costruito una storia fragile, mischiando cause ed effetti.

L’Eritrea è un paese giovane, che ha combattuto trent’anni (1961-1991), raggiungendo un’indipendenza (24 maggio 1993) cui nessuno stato occidentale credeva e che l’Etiopia non ha accettato, non volendo rinunciare allo sbocco al mare e a un’unione habesha, abissina, con la parte dell’altopiano simile a quella etiopica per cultura e religione.

A questa visione politica, sostenuta dall’America, è chiaro l’interesse  dell’Etiopia, meno il ruolo dell’Eritrea che, probabilmente, perderebbe la bandiera, il simbolo per cui ogni famiglia ha combattuto versando sangue e lacrime.

L’Eritrea è stata accusata di armare i terroristi somali di Al Shabab quindi sono state stabilite sanzioni nel 2009 e nel 2011. Dell’aiuto ai fondamentalisti somali non sono emerse prove, tuttavia le sanzioni sono rimaste.

Nel 2000 l’Onu ha elencato gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG’s) che l’Eritrea ha raggiunto pienamente in campo sanitario, avvicinandosi agli altri, sicurezza alimentare, pari opportunità, buona scolarizzazione

La responsabile Undp di Asmara, Christine Umutoni, quando intervistata, spiega sempre che nel paese non c’è corruzione, che si lavora per gli obiettivi, che ogni soldo che s’investe si vede dove va a finire. Dichiarazioni però che cadono nel vuoto, presto dimenticate per far posto “alla prigione” da cui è necessario fuggire.

Domandiamoci ancora: “Perché i giovani eritrei scappano?”.

Lo scorso ottobre a Khartoum, capitale del Sudan, l’Italia, presente Lapo Pistelli, allora vice ministro degli Affari Esteri, area PD, ha partecipato a una prima riunione, continuata a Roma a novembre, durante il semestre italiano di presidenza Ue, che ha messo all’ordine del giorno la “questione migrazioni”, discutendone con i paesi da cui i migranti partono e dai cui transitano, compreso il difficile nodo libico.

Un “processo di Khartoum”, nome dato a questi incontri, necessario per l’Africa e per l’Europa, perché l’Africa non poteva essere esclusa da un problema che coinvolge molti dei suoi 54 stati, mentre l’Europa era necessario sapesse cosa accade nei campi profughi, per decidere dove, come e se allestirli, in che modo organizzare l’accoglienza e l’identificazione, per evitare di fornire strumenti ai criminali che tirano le fila di questo sporco traffico.

Per capire l’emigrazione eritrea bisogna ricordare che moltissimi sono gli eritrei della diaspora, persone che vivono e lavorano in Europa, Canada, America, perfettamente integrate, dalla metà degli anni Settanta, quando hanno dovuto scappare dalla loro terra, stravolta dal potere violento del colonnello Menghistu Heilé Mariam.

Una diaspora che in Italia conta quindicimila persone che hanno aiutato dall’estero il proprio paese, sostenendone la lotta per l’indipendenza, con l’invio di medicinali e soldi, poi mandando ai parenti le rimesse, infine pagando l’imposta sul reddito del 2%, non un’estorsione, piuttosto un modo per sostenere l’amministrazione pubblica di un paese povero.

Subito dopo la tragedia di Lampedusa la comunità eritrea, sconvolta per la morte dei molti giovanissimi figli di amici, parenti, conoscenti ha chiesto al governo italiano, attraverso la propria ambasciata, di poter riportare le salme in Eritrea.

Ora sappiamo che questo non è avvenuto e non avverrà mai, per la difficoltà e i costi troppo alti del riconoscimento.
Così, purtroppo, in Eritrea molte famiglie piangeranno per un lutto senza fine.

Il Ministro Kyenge, dopo Lampedusa, ha ricevuto una rappresentanza della comunità eritrea in Italia che le chiedeva il rimpatrio delle salme, spiegandole la situazione nel proprio paese.

SEL (Sinistra Ecologia e Libertà) subito dopo farà un’interpellanza parlamentare definendo l’incontro Kyenge-Comunità Eritrea un errore politico del ministro, una gaffe o, peggio, un’operazione per sostenere la dittatura da cui i giovani eritrei morti a Lampedusa stavano scappando.

La linea di pensiero espressa in Parlamento da Celeste Costantino (SEL) ricalca le parole di Mussie Zerai, sacerdote fondatore dell’organizzazione Habesha, ostile all’attuale governo eritreo.

L’onorevole Costantino, riferendosi agli eritrei che sono andati a Lampedusa per aiutare i connazionali, parla di finti mediatori inviati per schedare i morti e mandare un rapporto ad Asmara, “Corea del Nord africana”, dice.

In realtà, a Lampedusa, oltre all’allora Ambasciatore eritreo Zemedè Tekle in rappresentanza del paese, sono andati, come volontari, moltissimi giovani eritrei, seconde generazioni che studiano tigrino nel tempo libero. Ragazzi che non militano in organizzazioni filo governative, semplicemente amano il proprio paese d’origine.

Loro mi avevano parlato di Lampedusa e Agrigento descrivendomi l’orrore del destino di molti conoscenti, qualche amico ritrovato, la gentilezza della gente del luogo, la somiglianza geografica con la costa eritrea, l’ipocrisia dei giornalisti, disinteressati ad ascoltare le storie, perché tanto sapevano già cosa avrebbero scritto.

Prima di parlarmene però chiedono l’anonimato, per paura di esporsi, perché a parlar bene dell’Eritrea si fa peccato, ci si mette dalla parte sbagliata.

“Il giorno 15 ottobre 2013”, dice il ministro Kyenge, rispondendo in Parlamento all’interpellanza di SEL,“ho ricevuto il Signor Derres Araia e il 25 ottobre don Mussie Zerai, ambedue accompagnati da gruppi di cittadini eritrei in netta contrapposizione” tra loro. “Ritengo”, continua il ministro, “che un’istituzione debba saper ascoltare […]. In quei giorni convulsi gli incontri sono stati utili per capire meglio la situazione, dai differenti punti di vista”.

Recentemente però i differenti punti di vista sull’Eritrea per l’ex ministro, non più tenuta a un atteggiamento equidistante, si sono fusi, diventando un solo punto di vista, quello di Mussie Zerai.

Lo scorso 24 giugno, infatti, durante un incontro su invito, organizzato dalle Acli di Roma, presente il sacerdote eritreo, l’onorevole Kyenge in collegamento video da Bruxelles, ha detto:  “all’origine di questi viaggi” verso l’Europa “ci sono regimi autoritari come in Eritrea, un paese che per tanto tempo non ha avuto elezioni libere” […] un paese per cui “un’alternanza al governo potrebbe essere una garanzia per molti giovani per sperare e iniziare una vita nel proprio paese”.

Obiettivo dell’Unione Europea perciò dovrebbe essere, secondo l’onorevole, quello di “affiancare il paese nel processo di democratizzazione, per l’alternanza e la democrazia”.

Dei 314 milioni di euro, aiuti europei per Asmara, l’onorevole Kyenge vorrebbe che si occupassero le organizzazioni umanitarie, uniche garanti del bene comune e dello sviluppo.

Tornando un po’ indietro, guardando alla campagna elettorale per le Europee 2014, i 93 mila voti che hanno permesso all’onorevole Kyenge di avere un posto a Bruxelles sono anche un po’ eritrei, della comunità italiana che aveva creduto nel programma dell’onorevole, nella sua amicizia dimostrata durante incontri e cene.

In un’intervista rilasciata a EritreaLive, poco prima del voto, l’onorevole Kyenge diceva, infatti, di ritenere importante il ruolo delle comunità straniere presenti in Italia, perché da loro sarebbe potuto arrivare un aiuto concreto per l’integrazione dei migranti.

Gli eritrei che giungono in Europa, dopo il viaggio via mare sono, come ormai molti paesi europei stanno riconoscendo, migranti economici, non perseguitati politici, persone che s’integrerebbero meglio se aiutate dalle comunità già presenti.

Tra le recenti relazioni sull’Eritrea, quella stesa dalla Commissione d’Inchiesta sui Diritti Umani (Commission of Inquiry on Human Rights) però presenta un quadro fortemente critico.

Il paese, scrivono i relatori è soggetto alla repressione e a un servizio nazionale vessatorio, come testimoniato da oltre cinquecento intervistati. Il clima è poliziesco, la delazione diffusa, il servizio militare senza fine.
Le loro osservazioni, tuttavia, non sono l’esito di un viaggio in Eritrea. I commissari si sono limitati a raccogliere le testimonianze nei campi profughi o in paesi terzi, parlando con richiedenti asilo in attesa di regolarizzare la propria situazione, di vedersi concedere “rifugio” per motivi politici.

Se persino la Svizzera che accoglie molti migranti, nei giorni scorsi, ha espresso il dubbio che le richieste di rientro in patria, presentate in questi giorni dai rifugiati politici eritrei, siano per “vacanze” piuttosto che per “gravi motivi”, è chiaro come in Occidente ci sia una profonda confusione, forse un po’ strumentale.

La diaspora eritrea, dopo gli incontri in campagna elettorale, ha sperato che l’onorevole Kyenge potesse portare in Europa, tra gli altri punti del suo programma sull’immigrazione, anche la “questione eritrea”.

L’Europa che chiude i propri confini per non fare entrare chi emigra, dimentica che è il mancato riconoscimento da parte dell’Etiopia del Trattato di Algeri, (2002) a costringere l’Eritrea a presidiare con l’esercito il proprio confine. Confine giudicato dall’Occidente “un pretesto”, una scusa per tenere il paese in stato d’assedio permanente.

Forse gli eritrei speravano che l’onorevole Kyenge parlasse di questo e della situazione internazionale che ha spinto il loro paese verso una miseria dalla quale i giovani scappano.

Invece l’onorevole Cècile Kyenge, in questi mesi, parlando d’immigrazione e diritti umani ha condiviso un punto di vista diverso da quello espresso dai danesi e ora anche dagli inglesi, tornati dal recente viaggio in Eritrea. Ha condiviso il punto di vista di Mussie Zerai che chiede, da tempo, per l’Eritrea, un cambio di regime.

Non dimentichiamo che se è stata la lotta per l’indipendenza a unire persone diverse, il governo di Asmara è riuscito però a mantenere, anche nel dopo indipendenza, la coesione di nove differenti etnie: altopiano e bassopiano, nomadi e stanziali, commercianti e pescatori, agricoltori e impiegati, musulmani e copti. Oggi tutti accomunati dal desiderio di vivere meglio, guadagnare di più e non vedere i propri figli e nipoti andarsene.

Nel paese, però, non c’è terrorismo, né lotte fra clan rivali e tutte le feste religiose sono feste nazionali, con negozi e scuole chiuse.

In campagna elettorale l’onorevole Kyenge aveva promesso un aiuto concreto per gli immigrati, anche quelli eritrei, così aveva sperato la sua comunità.

Terminati però i siparietti propagandistici, bisogna riconoscere che “l’aiuto a casa propria” proposto dalla Lega di Matteo Salvini, ruspe a parte, sia più concreto rispetto agli aeriformi “progetti di accoglienza”, quasi sempre mancata, presentati a Bruxelles, dove i “corridoi” per ora, restano quelli per raggiungere i propri uffici.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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