PARLARE DI ERITREA: Ginevra una manifestazione per difendere il paese

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Ginevra 22 giugno undici

Ginevra, gli eritrei manifestano davanti al palazzo delle Nazioni Unite contro la presentazione del rapporto della Commissione d’Inchiesta sui Diritti Umani

Lo scorso 8 giugno la Commissione d’Inchiesta sui Diritti Umani (Commission of Inquiry) ha reso pubblico un report presentato successivamente a Ginevra, alle Nazioni Unite, il 23 giugno.

Nel rapporto l’Eritrea è accusata di gravi violazioni e si chiede che si prendano provvedimenti contro un governo che, per citare Human Rights Watch, ha trasformato il paese in una “prigione a cielo aperto”.

Durante la conferenza stampa Sheila Kheetharuth, uno dei tre commissari, ha spiegato che 550 testimonianze orali e 160 scritte, raccolte in paesi terzi, hanno raccontato crimini compiuti dal governo eritreo, dal partito unico, da vari ministeri, dall’esercito e dalla polizia.

La gente scappa dal paese per paura, per mancanza di futuro. I giovani mettono in conto la morte pur di allontanarsi dall’inferno in cui sono caduti: Sawa e il servizio nazionale.

Mettono in conto di morire, prima ancora di passare la frontiera, perché l’ordine è di sparare a vista. Una volta superato il confine, invece, la morte può arrivare nel deserto o in mare, in balia dei trafficanti di uomini. La disperazione di questi ragazzi, spiega il rapporto, non ha a che vedere con la povertà ma con i diritti umani; vogliono evitare una vita scandita da torture, rapimenti, arresti, delazioni, stupri, schiavitù. Nel paese non esiste la legge.

La commissione raccomanda perciò ai governi occidentali di non stipulare accordi bilaterali per il rimpatrio di richiedenti asilo perché queste persone sarebbero condannate a morte.

In realtà chi rientra non è condannato a morte anche se l’Eritrea non accetta rimpatri forzati, come quelli decisi da Israele. Chi rientra volontariamente, se non ha commesso reati, non subisce né ritorsioni né condanne.

Le numerose testimonianze raccolte dalla commissione sono state fornite da eritrei che vivono nei campi profughi oppure all’estero, richiedenti asilo che, formulario alla mano, devono barrare da cosa scappano, specificandone il pericolo di vita. Ai migranti economici, infatti, non si riconosce nessuno status. Un rifugio si garantisce solo a chi scappa da guerre, persecuzioni e regimi che ne mettono in pericolo la vita, non a chi cerca lavoro.

La Commissione d’Inchiesta non ha ascoltato nessun rappresentante della società civile eritrea, associazioni delle donne, dei giovani, dei disabili, dei lavoratori, comunità della diaspora, presenti in molti paesi europei, in America e in Canada perchè tutte sono state ricondotte, a priori, sotto l’ala del PFDJ e ritenute perciò non attendibili.

Eppure chiunque abbia parlato con loro sa bene che differenti opinioni sul paese e sul modo di raggiungere gli obiettivi per lo sviluppo ci sono, eccome.

Difficile incontrare eritrei che non esprimano un parere, fuori o dentro il paese, persino con i giornalisti. Quando non rispondono alle domande non è per paura, ma perché si accorgono che è una perdita di tempo, che la storia è già costruita, con o senza il loro contributo.

Forse Asmara nei pochi anni tranquilli subito dopo l’indipendenza, non è riuscita a costruire la bella democrazia liberale che l’Occidente avrebbe voluto, però ha risistemato le strade distrutte da trent’anni di lotte sul campo, costruito ponti, piantato alberi, creato micro dighe, ciascuna delle quali, dati ONU 2014, sfama 1200 famiglie, circa 6000 persone.

E ha fatto tutto questo da sola, evitando un aiuto “caritatevole” che nonostante si sia riconosciuto che facesse meglio a chi dava, le ha inimicato agenzie internazionali e potenti ong, destituite dal ruolo cardine di controllo e indirizzo.

Visitando l’Eritrea salta agli occhi la capacità di «fare molto con poco» per citare il giudizio della signora Christine Umutoni, rappresentante UNDP (United Nations Development Programme) ad Asmara.

Non si costruiscono solo ospedali, si creano piccole strutture, a volte mobili, per arrivare nei villaggi più lontani dalla capitale. Ogni soldo investito nei progetti si sa dove va, non prende strade diverse, spiega in una recente intervista la signora Umutoni.

Commentando il rapporto sui diritti umani il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha detto di considerarlo senza fondamento, anzi un dèjà vu, un insieme di «interessi strategici», simili a quelli che, alla fine del colonialismo italiano, hanno negato all’Eritrea il diritto all’indipendenza.

Diversamente dai commissari delle Nazioni Unite, alcuni mesi fa, a novembre 2014, il Danish Immigration Service (DIS) l’ente per l’immigrazione danese, è andato in Eritrea per vedere la situazione del paese da cui arrivano molti profughi. Viaggiando e osservando la vita del paese, i danesi hanno raccolto testimonianze occidentali di ambasciate, organizzazioni internazionali e ong, per poi pubblicare un report molto preciso.

In Eritrea, scrive il DIS, non esistono più check-point, si circola liberamente, Sawa non è il luogo di terrore nel quale s’impara a uccidere, ma una scuola dove i giovani sostengono l’esame finale, prima di accedere al college o cominciare a lavorare.  Il servizio militare, se le condizioni internazionali lo permetteranno, ritornerà a 18 mesi.

L’aria che si respira in Eritrea, si legge in questo rapporto, non è quella di un paese che ha paura e scuola e sanità sono a un buon livello.

Un’ambasciata occidentale dice al DIS che il 99% dei giovani che fuggono verso l’Europa è migrante economico, pochissimi scappano per motivi politici. Nel paese si vedono canali televisivi internazionali, c’è internet e i cellulari sono diffusissimi.  Esiste un solo partito e non ci sono elezioni dal 1993 ma il paese è unito, le nove etnie vivono tranquillamente, non ci sono persecuzioni religiose, situazione che ha evitato il formarsi di gruppi terroristici o di fiancheggiatori del terrorismo in una zona, sotto questo profilo, estremamente calda.

Sulla “questione elezioni” l’Occidente esprime giudizi trancianti contro l’Eritrea, dimenticando che la linea della storia non permette sconti e che un paese dall’indipendenza recentissima non può bruciare tappe che si conquistano lentamente, a meno di non preferire una democrazia formale dove chi si presenta alle elezioni vince con il 100% dei voti.

Il 22 giugno gli eritrei residenti in Europa, si sono trovati a Ginevra per manifestare davanti al Palazzo delle Nazioni Unite, per sostenere il proprio paese, per difenderlo dall’accusa di violare i diritti umani, dimostrando di non credere al rapporto della commissione.

Ancora una volta gli eritrei hanno ricordato alla comunità internazionale che l’Etiopia sta occupando, dopo l’attacco del 1998, il loro territorio, senza rispettare l’Accordo di Algeri del 2002, «definitivo e vincolante».

«Un pretesto», così definisce i confini violati il rapporto della commissione sui diritti umani, ritenendo evidentemente il confine geografico un diritto secondario e inserendo nelle pagine del report una cartina dai confini precisi, con l’avvertenza però che non sono ancora riconosciuti.

L’Eritrea, a Ginevra, ha chiesto la revoca delle sanzioni, votate dal Consiglio di Sicurezza ONU nel 2009 e 2011, ritenendole senza fondamento perché basate sull’accusa, mai provata, di appoggiare Al Shabaab.

In piazza a scandire slogan a favore del paese c’erano quasi diecimila persone, molti giovani, uomini e donne che hanno combattuto per avere una bandiera, seconde generazioni che conoscono il paese come beles, per le vacanze. Non c’era chi è arrivato nelle nostre città per chiedere asilo, sperando che il Trattato di Dublino, non identificandolo, lo faccia proseguire per il Nord Europa, o altre mete, con parenti e un welfare migliore del nostro.

C’era invece lo spirito di Bologna, della festa che lo scorso luglio ha riempito la città emiliana di eritrei arrivati da tutto il mondo, per ritrovarsi e festeggiare l’indipendenza conquistata tanti anni prima, grazie all’aiuto della diaspora e di Bologna.

A Ginevra l’Eritrea ha voluto mostrare l’orgoglio e la fierezza di chi ha combattuto e continua a combattere per avere una nazione, di chi in quella nazione indipendente ha potuto studiare più dei nonni e, qualche volta, dei padri, di chi non parla tigrino ma nel tempo libero lo studia, perché l’Eritrea è la sua terra.

A Ginevra hanno sfilato l’orgoglio e la fierezza di conoscere la storia, non solo quella coloniale, di andare a Sawa in estate per partecipare alla vita del campus, di pagare il 2% per sostenere, con le rimesse, un paese che molti vorrebbero ancora federato o annesso.

Chi conosce gli eritrei sa che hanno coraggio, che non si fanno intimidire dagli “avvertimenti” di qualcuno che, avendoli visti, riconosciuti e schedati a Bologna come richiedenti asilo, aspetta che manifestino a favore del proprio paese per ricattarli, nel caso abbiano lo stato di rifugiati.

È vero, un rifugiato politico non dovrebbe essere in piazza a favore del governo da cui è scappato, a meno che, come il 99% di loro, non sia un migrante economico, con l’unico status riconosciuto dall’Europa, quello di rifugiato.

Una rivista cattolica ha scritto, a proposito di questa manifestazione che non c’erano giovani, solo anziani da tempo «ben sistemati» all’estero, gente che appoggia il governo «per convenienza», qualche volta accompagnati dai figli che rappresentano quel «sentimento di ipernazionalismo rilevato comunemente dagli studiosi di scienze sociali (corsivo mio) nelle comunità della diaspora in genere».

Il sentimento di Ginevra, per i moltissimi ragazzi presenti è stato quello di sfilare con l’orgoglio della propria bandiera, una bandiera conquistata dai padri. Nessun eccesso, nessun nazionalismo pericoloso anzi a sfilare, come sempre, è stata anche l’educazione, quella sì un po’ vecchio stile, dei giovani eritrei.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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Un commento

  1. Enrico Sebastiani says:

    Alla manifestazione di Ginevra c’ero anche io. Una manifestazione di rabbia ma anche di orgoglio. Bambini , giovani, adulti, anziani di tutte le età con una sola voce che suonava Bugie al rapporto del COI.
    Gent.ma Dott.ssa, ringrazio per il Suo continuo interessamento e La prego di accompagnarci nelle ns. lotte.

    Grazie di cuore.
    Enrico Sebastiani

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