MILANO, L’ERITREA a BOOKCITY

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BOOKCITY MILANO 2013

Milano, BOOKCITY 2013 Manifestazione milanese per promuovere la lettura e l’incontro tra autori e lettori.

Per un weekend allungato (21-24 novembre), libri, autori, lettori hanno avuto a Milano, nell’ambito della manifestazione BOOKCITY molti spazi e occasioni per ritrovarsi. I numeri conclusivi indicano una manifestazione importante: 650 eventi, 1.200 ospiti, 182 sedi, 200 case editrici e, all’interno di queste cifre, l’angolo d’Eritrea, Isole Dahlak, Arcipelago del Mar Rosso, Africa.

Un viaggio virtuale verso posti dalla bellezza austera, interessante, esotica ma non di un esotismo addomesticato come in molti arcipelaghi & atolli.

A parlarne, nell’aula magna del Museo di Storia Naturale, sabato scorso alle 16, il professor Giuseppe De Marchi, che di Dahlak se ne intende, avendo insegnato per oltre dieci anni al liceo della Scuola Italiana di Asmara e Giorgio Chiozzi ornitologo del Museo, dunque padrone di casa.

In sala amici, parenti, ex allievi, addetti ai lavori, non molti, ed è un peccato perché forse questa è l’unica occasione per acquistare il bellissimo libro fotografico “Isole Dahlak, un Arcipelago del Mar Rosso Eritreo” introvabile in città, nonostante sia appena uscito (Erga Edizioni, 2013), speriamo che BOOKCITY gli dia una mano.Cover Dalhak

Il libro racconta le Dahlak dal punto di vista geografico, naturalistico, storico, etnografico lasciando sullo sfondo, forse per i suoi molti problemi attuali, l’Eritrea, paese cui politicamente appartengono.

Le Dahlak, si legge nella prefazione,«fortunatamente non hanno villaggi turistici»,«non c’è luce elettrica, l’acqua dei pozzi scarseggia e il clima è quasi sempre torrido». Allora perché andarci? La risposta arriva dal mare, incontaminato, uno dei più belli al mondo, e dal cielo, tra i più stellati…

Per vederle le Dahlak, bisogna arrivarci vicino perché sono isole che poco affiorano rispetto al livello del mare, alcune sono semplici strisce sabbiose che cambiano “forma” secondo lo spirar del vento, come la bellissima Madote, mai uguale a sé stessa.

Tutte coralline, tranne Dessei, una “finta” Dahlak, vulcanica per natura.

Partire dalla costa di Massawa per un giro in barca, avendo prima chiesto i permessi perché non tutte le isole si possono visitare, vuol dire scoprire un mondo.

E portarsi a bordo il libro oltre a essere consigliabile, forse è propiziatorio per vedere le gazzelle che attraversano Dahlak Kabir. Da dove vengono?  Nessuna certezza, diverse le ipotesi, che siano autoctone, oppure arrivate con i commercianti ottomani o, più recentemente, con il colonialismo italiano. Sono più piccole di quelle del continente, forse per questo in grado di resistere nonostante il difficile clima. Rispettate dagli abitanti dell’isola che non hanno mai praticato la caccia, protette per legge, l’unico problema che può minarne la sopravvivenza è una prolungata mancanza di pioggia.

Niccolò Lanfranchi Dahlak

© Nicolò Lanfranchi, Isole Dahlak, i colori del mare

Euforbie, pesci dai nomi fantasiosi, uccelli che utilizzano le Dahlak come sosta durante le migrazioni, oppure stanziali, saltellanti sulle spiagge, con lunghi becchi e piume color sabbia, tutto ciò è la natura delle isole, accessibile a tutti.

La pesca termina di solito con le prime luci dell’alba ed è una risorsa importante per l’arcipelago che ha fatto di sambuchi e reti gli arnesi da lavoro. Fino a poco tempo fa il pesce era destinato soprattutto all’esportazione perché, pur essendo buonissimo, non rientrava nelle abitudini alimentari eritree. Solo ultimamente, grazie all’ottimo prezzo, si è cominciato a cucinarlo anche sull’altopiano.

Nell’Isola di Dessei, in quello che un tempo era un villaggio romano, è stata trovata una moneta coniata sotto l’Imperatore Adriano, testimonianza di antichi commerci con il porto di Adulis. Dessei è un piccolo villaggio dove vivono famiglie di pescatori, bambini che vanno a scuola a Massawa, donne che, se arrivano turisti, preparano collane di conchiglie.

Sono molto cortesi con gli stranieri e, purché si rispettino le loro usanze, sono pronti a riceverli nelle case, parlare, offrire il tipico caffè.

Superfluo spiegare le Dahlak a chi deciderà di prendere le bombole ed esplorare i fondali e la barriera corallina. Per quelli, invece, che si accontenteranno di maschera e boccaglio, tra una nuotata e l’altra a incantare sarà l’approdo su piccole isole sabbiose da un lato, nodose sull’altro, dove la vegetazione non è assente, anzi svetta contorcendosi come gli ossuti alberi della mirra, le acacie, le numerose euforbie o le mangrovie che hanno imparato a crescere nell’acqua salata.interno Copertina Dahlak jpg copia

Sempre che non capiti una pioggia, allora si può assistere alla nascita di un verde praticello.

Un mare ricco di suggestioni nel quale vive il famoso dugongo, grande mammifero marino lungo circa tre metri, che ha incarnato il mito della sirena, certo in modo meno attraente di quanto la Disney ci abbia fatto credere.

Sulle isole si parlano molte lingue, ufficialmente l’arabo è la più diffusa ma si parlano anche  afar e dahlik e non è difficile incontrare chi  sa qualche parola di italiano, mentre i più giovani  si esprimono nell’inglese imparato a scuola.

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© Michele Pignataro, Isole Dahlak, Dessei, l’interno di una casa arredata con legno, pietra e tessuto colorato.

I villaggi delle Dahlak hanno case di sassi e pietre con interni lindi, colorati con disegni e tessuti appesi alle pareti. Assomigliano a  “fattorie” con animali da cortile che razzolano a pochi metri dal mare, all’interno di  recinzione realizzate con rami secchi.

Un viaggio alle Dahlak, premesso un certo spirito di adattamento, non comporta rischi. Le isole sono sicure, come del resto tutta l’Eritrea: non ci sono praticamente zanzare e certamente sono assenti quelle pericolose che possono trasmettere la malaria, peraltro ormai debellata in tutto il paese.

Fuori dall’arcipelago c’è Sheik Said, l’isola più vicina alla costa di Massawa.

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© Michele Pignataro, Isola Verde, striscia di sabbia con “ombrelloni”naturali, per riparasi dal sole

La sua spiaggia sabbiosa e molto bella è attrezzata con tucul per riparasi dal sole, ormai purtroppo un po’ rovinati dalle mareggiate. Anche qui ci sono segni della storia, residuati bellici italiani e un’antica moschea eretta in onore di un religioso musulmano, lo Sheik Said.

Il nome inglese dell’isola, Green Island, si deve al verde che la ricopre: un  bosco di mangrovie che fa da casetta a molte specie di uccelli, pellicani, ibis, martin pescatori e, purtroppo, cornacchie che possono rendere l’ambiente una buona parodia degli “Uccelli” di Hitchcock.

Non ho menzionato i relitti che i subacquei potranno scoprire prima leggendo il libro, poi con le immersioni perché questa è una storia scritta solo in parte, molto ancora da raccontare.

Arrivati a Massawa, se stanchi di mare si pensa di dormire sulla terraferma qualche notte, un buon consiglio è il Grande Hotel Dahlak, nuovo, pulito, con aria condizionata e buona cucina, altrimenti, più semplice ma altrettanto pulito, a Taulud, il Seghen Hotel.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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