Lettera aperta all’Eritrea

Pubblicato da

di Derres Araia

Il settimanale l’Espresso (25 luglio) con l’articolo “Eritrea Connection”jpg_2211410 accusa l’Italia di armare l’Eritrea, raccontando un Paese che costringe le persone a fuggire, per rotte pericolose, braccandole all’estero per estorcere loro denaro.

EritreaLive riceve e volentieri pubblica una “lettera all’Eritrea” di Derres Araia, cittadino eritreo, residente da molti anni in Italia, indignato, come molti altri, per la violenza dell’attacco contro il proprio Paese.

Cara Eritrea, mia madre patria amata, ti scrivo questa lettera aperta dall’Italia per manifestarti l’amore e la solidarietà mia e di tutti quelli che ti amano e condividono con te la sorte di gioia e dolori.

Per collocazione geografica sei importante e strategica sia militarmente sia per il commercio. Sei ricca di risorse naturali.

Non vuoi assumere una posizione di sudditanza nei confronti dei potenti, perché non hai debiti di riconoscenza nei loro confronti.

Anzi, dopo la seconda guerra mondiale, ti hanno legata all’impero etiopico. Hai protestato e chiesto giustizia al mondo, ma non sei stata ascoltata da nessuno e hai dovuto per forza prendere le armi per liberare la tua terra, pagando un alto prezzo in vite umane.

I tuoi figli sono morti per veder sventolare la tua bandiera e liberare il mondo dal colonialismo etiopico.

I potenti della terra, America, Unione Sovietica, Europa e altri ancora si sono schierati dalla parte del più forte, dalla parte del Golia etiopico che, per quasi quarant’anni, ha torturato e ucciso i tuoi figli, anche con armi chimiche.

Finalmente hai liberato la tua terra dai padroni etiopici, il 24 maggio 1991.

Hai perdonato tutti quelli che hanno ucciso e torturato i tuoi figli, hai voluto ricominciare a lavorare la tua terra e sfruttare le tue risorse naturali per vivere in pace.

No, non vogliono lasciarti in pace i potenti.

Hanno pagato, armato i tuoi vicini e ti hanno dichiarato guerra unilateralmente nel 1998.

074 Eritrea zanzottera

© Bruno Zanzottera, Asmara, Caravanserraglio, Medeber 

Ancora due anni di guerra e la morte di 20.000 giovani figlioli.

Non sono riusciti a occupare nuovamente la tua terra.

Sono partiti, come sempre, dall’Etiopia e si sono schierati lungo tutto il confine, quasi ottocento chilometri ma tu, piccola terra benedetta, sei riuscita a difendere la tua sovranità.

Il territorio di Baddimé che era il pretesto, secondo il tribunale internazionale, è stato giudicato sotto la tua sovranità nel 2002, ma ancora è sotto l’occupazione militare etiopica, con la benedizione degli americani.

Hai molta calma e stai continuamente chiedendo il rispetto della legalità internazionale.

Non hai usato le armi per liberare la tua terra occupata illegalmente dal vicino etiopico.

Da tredici anni continuano a denigrarti con tutti i mezzi, anche attraverso la stampa, per giustificare il loro obiettivo, occuparti ancora.

Hanno utilizzato diverse strategie per dividere i tuoi figli. Tentano di frantumare il popolo eritreo per motivi religiosi, etnici. Cercano di dividere il popolo dal governo, fingendosi paladini dei diseredati.

Anche i giornali italiani, al servizio dei potenti del mondo, da dieci anni ci bombardano con notizie sensazionali, colpi di stato, gravi malattie e, perfino, morte del nostro amato presidente Issaias Afewerki.

Notizie false, mai rettificate.

Così la spy story, l’intrigo internazionale continua.

Stai tranquilla nostra madre patria Eritrea. Ci hanno ingannato sessant’anni fa ma non potranno ingannarci più.

Il due per cento continueremo a pagarlo con l’orgoglio di cittadini eritrei, come è stato deciso con la risoluzione popolare durante il Festival Italiano d’Eritrea a Milano (5-7 Luglio 2013). Cercheremo di far sentire la nostra voce, perché il popolo italiano sappia  che governo e popolo in Eritrea sono un solo corpo.

Un nostro proverbio dice che se viene colpito il naso, lacrimano gli occhi.

Ci faremo sentire con tutti i mezzi, per  essere vicini alla nostra madre patria, per difenderla.

Cara madre patria ti amiamo e ti siamo vicini.

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