L’Eritrea nel Festival del Cinema Africano, Asia, America Latina

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Per vedere il film: calendario proiezioni

Milano, la 22esima edizione del Festival che si è svolta la scorsa settimana (19-25 marzo) ha premiato sabato 24, per la sezione Extr’a, (film sull’Africa di registi italiani) il film “Mare Chiuso” di Andrea Segre e Stefano Liberti che ha vinto il premio ACRA (ong, Cooperazione Rurale in Africa e America Latina) e il premio “Razzismo brutta storia” della casa editrice Feltrinelli.

Il film è un atto d’accusa contro la tragedia dei respingimenti in mare effettuati nel 2009 dalla Marina Italiana in base agli accordi bilaterali del trattato di amicizia italo-libico siglato dal governo Berlusconi e condannato lo scorso primo marzo dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Il 6 maggio 2009 a trentacinque miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato un’imbarcazione con a bordo molte persone che, senza essere identificate, sono state ricacciate a Tripoli da cui provenivano.

Ventiquattro tra loro sono stati rintracciati in Libia e assistiti dal Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati) che ha incaricato gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani, di presentare ricorso alla corte di Strasburgo contro i respingimenti.

Alcuni volontari hanno parlato con gli emigranti respinti per raccogliere le loro storie e, corrompendo le guardie, entrare con le procure nei centri per prendere firme, impronte digitali e preparare la documentazione da presentare a Strasburgo.

La Corte di Strasburgo ha riconosciuto la violazione dei diritti di ventidue su ventiquattro degli emigranti africani che hanno presentato ricorso e che, a causa del respingimento in Libia, si sono trovati in situazioni di massimo pericolo, privi di protezione e a rischio rimpatrio.
L’Italia è stata condannata a versare, a ciascuno di loro, un risarcimento di quindicimila euro più le spese.

La Convenzione di Ginevra (1951) definisce rifugiato chi “teme di essere perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche” e che, per questi motivi, si trovi fuori dallo stato di cui possiede la cittadinanza.

Ora la questione, in seguito alla “primavera araba”, al crollo del regime di Gheddafi e alle richieste di cambiamento in molti paesi del Nord Africa è diventata spinosa.

L’Unione europea che si trova a fronteggiare un massiccio flusso migratorio ha introdotto con il Trattato di Lisbona il principio del burden sharing (ripartizione degli oneri) che afferma (art.80) che “ le politiche relative ai controlli alle frontiere, all’immigrazione e all’asilo sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli stati membri, anche sul piano finanziario”. Principio importante che però fatica a trovare applicazione.

Fermiamoci alla situazione degli eritrei e alla storia che il film racconta.

Semere Kahsay, un giovane eritreo che stava a bordo della barca intercettata è intervistato mentre si trova nelle tende del campo profughi UNCHR in Tunisia.

Lui, spiega, ha abbandonato l’Eritrea, “un paese completamente militarizzato” dove non è possibile avere una vita tranquilla o pensare di mettere al mondo figli, per lavorare in Libia e poter vivere serenamente con la propria famiglia. Infatti, al termine delle tristi vicende, vedrà la sua piccola, nata in Italia e le regalerà, con il lieto fine, un primo abbraccio e un chupa chups, simbolo dolce di normalità raggiunta. E’ evidente che non è “scappato” ma è emigrato da un paese povero verso uno più ricco.
Però nessuno ha speso una parola per spiegare come mai si emigra dall’Eritrea e qual è la sua situazione attuale.

Nell’articolo che Gian Antonio Stella dedica a “Mare Chiuso” sul Corriere della Sera, si legge “eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d’asilo”.

Ma in Eritrea non c’è la guerra, anche se il 15 marzo (mentre in Italia era presentato il film) subiva un attacco da parte dell’Etiopia però di questo i media nazionali e internazionali non hanno quasi parlato. Questo stato di cose spiega perché, pur non essendo il paese in guerra, non possa permettersi di non avere un esercito proprio per evitare che “la fuga dalla guerra” che al momento non c’è possa diventare una realtà.

Alcune date: 1941 fine del colonialismo italiano in Eritrea, 1993 indipendenza dall’Etiopia, 1998-2000 conflitto con l’Etiopia per un problema di confine ancora non risolto. Nel frattempo il paese cerca di crescere, riprestinando infrastrutture e creando condizioni di sviluppo, senza aiuti dall’esterno, per non perdere un’autonomia che, molti, non vorrebbero avesse.

Per la generazione nata a cavallo dell’indipendenza o subito dopo, la storia attuale è un momento difficile: le risorse interne sono modeste, il lavoro richiesto dallo stato (come servizio civile) impegnativo e poco pagato mentre la realtà del mondo occidentale offre un benessere immediato, conosciuto da tutti anche online e attraverso i social network.

Tutto ciò è semplice da capire, perciò le cose devono essere chiamate con il loro nome, si scappa dalla povertà, non dalla guerra che non c’è.

Un altro aspetto interessante è l’utilizzo dell’aggettivo “cristiano”, si scrive “eritrei e cristiani”.
Gli eritrei sono cristiani ortodossi (copti) oppure musulmani, il documetario non dà modo di capire a quale religione appartenga Semere, ma non sarebbe neppure significativo. Emigrano di più i copti o i musulmani? Sicuramente non si lascia il paese per persecuzioni religiose, perché chiunque sia stato nella capitale Asmara, ha sentito le campane, visto la Moschea e percepito la mancanza di discriminazione religiosa.

Allora va bene togliere al Festival il tappeto rosso e aprirlo alle “finestre sul mondo”, però lo sguardo non dovrebbe fermarsi al “mare nostrum”, stigmatizzandone giustamente la chiusura perché, per comprendere le migrazioni è indispensabile conoscere la storia del paese di cui si parla anche quando si tratta di piccoli stati africani disattenti alla logica della comunicazione, altrimenti le finestre resteranno ancora chiuse.

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