I pastelli dei bambini rashaida

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© Antonio Politano, Massawa, bambini rashaida

L’Eritrea è un paese giovane (indipendente dal 1993) con nove etnie dalla storia antica e differente. I rashaida appartengono all’etnia che per ultima, a metà Ottocento, è emigrata in Eritrea dall’Arabia Saudita occupando la costa del Mar Rosso da Massawa fino a Port Sudan.

È un popolo nomade, il suo nome significa “rifugiato,” organizzato in clan, che attraversa confini di stati di cui solo parzialmente riconosce diritto e supremazia. I rashaida sono affini ai beduini arabi, di religione islamica, mantengono contatti con gli altri gruppi in Egitto, nella regione del Sinai, nel Sudan Orientale, in Libia.

© Antonio Politano, Mar Rosso, costa lungo Massawa

In Eritrea rappresentano una  piccola minoranza: su quattro milioni e mezzo di abitanti, i rashaida sono circa settantamila.

Il loro stile di vita e l’assoluta separazione dal resto della società è, per capirsi, simile a quella dei rom.

Libertà di movimento e presenza di gruppi rashaida sparsi in paesi confinanti hanno, storicamente, agevolato commerici leciti e traffici illeciti come il contrabbando.

In questi ultimi anni alcuni di loro hanno passato il segno, arricchendosi non più con il contrabbando di merci ma con il traffico di esseri umani, come denunciato molte volte dalle ong di diversi Paesi.

In Italia, la stampa cattolica, comprensibilmente addolorata per il destino di uomini e donne innocenti, ha incolpato di ciò il governo di Asmara, identificandolo con la minoranza rashaida e,  ascoltando il khamsin, cioè il vento, ha affermato che, proprio tra i rashaida eritrei, si annidano i protagonisti di questa brutta storia di arcaiche sopraffazioni e moderni arricchimenti.

Gli eritrei in questa triste vicenda hanno un ruolo preciso, quello di vittime.

Spesso chi esce legalmente dal Paese non ha avvenire, non riesce a procurarsi un permesso di soggiorno e un lavoro, invece espatriando ”via cammello,” può raggiungere Kassala, in Sudan, entrare nei campi profughi UNCHR (United Nation High Commissioner for Refugees), richiedere asilo e, come rifugiato, raggiungere un paese vicino dove vivere e lavorare.

© Antonio Politano, Massawa

L’Eritrea, per la conflittualità con l’Etiopia, (ultimo scontro 1998-2000) ha istituito una leva obbligatoria, come del resto Israele, e un servizio nazionale per ricostruire, con le proprie forze, quanto distrutto con le armi e, prima ancora, a causa delle nazionalizzazioni imposte dal Derg.

Vivere in un paese povero non piace ai ragazzi eritrei più di quanto piaccia a quelli occidentali. La generazione più giovane non ha combattuto per liberare il paese, non «ha sposato la sofferenza» come dicono gli ex combattenti, vuole (giustamente) un destino migliore qui e ora.

Il dramma dei profughi nella zona del Sinai è, senza dubbio, un problema politico, la spia del malessere di una minoranza di giovani eritrei.

Emancipazione dallo status di colonia, conquista della sicurezza alimentare, ricostruzione delle infrastrutture di base, della scuola, della sanità non sono stati obiettivi sufficienti per accettare il sacrificio di lavorare con forza e determinazione per la difficile e ancora incompiuta ripresa del paese.

Molte però sono le responsabilità esterne che hanno permesso questa vendita di uomini con lugubri trattative. Per i rashaida l’unica patria è il clan, quindi quelli tra loro che vivono tra Eritrea, Sudan, Libia, Yemen, considerano le persone in fuga un business, “merce” da rivendere ai beduini egiziani. L’Egitto di Morsi, in questo momento, ha altre piazze di cui occuparsi e non interviene nella zona del Sinai, lasciata da molto tempo al proprio destino, mentre Israele, meta delle tragiche emigrazioni, protegge se stesso, respingendo con un muro l’arrivo di una (non desiderata) manodopera a basso prezzo.

© Reuters, Israele, muro

Proprio la chiusura di Israele, ha determinato un orrendo crimine ulteriore: la richiesta ai familiari delle vittime di un “riscatto,” perché queste persone, dopo il rapimento, non potendo raggiungere nessun paese, avevano perso “valore”.

Ma i rashaida non sono solo criminali.

Molti, pur vivendo un tempo lontano dal nostro, campano commerciando in bestiame, capre, pecore e, soprattutto, cammelli, anche da corsa, di cui sono grandi conoscitori. Parlano quasi esclusivamente arabo, sono una società nella società, e non condividono con l’Eritrea usi e costumi, se non per lo stretto necessario.

Sono esentati dal servizio militare e nazionale, spesso sono analfabeti, si tramandano a memoria, di generazione in generazione, il patrimonio del gregge.

Le donne, fin da piccole, sono velate con un pesantissimo telo nero, a volte ricamato che lascia scoperti gli occhi ma oscura il volto, in modo che nessuno lo veda fino al matrimonio.

© Paolo Pernigotti, ragazza rashaida, spiaggia di Gurgussum, Massawa

Abitano zone costiere suggestive e isolate, senza “servizi” (acqua, luce), sotto tende pesanti, scure e basse, fissate con paletti alla sabbia coperta con un tappeto sul quale si dorme e si mangia.

Gli uomini lavorano, si occupano delle bestie. Le donne curano i figli, ornano con perline colorate e conchiglie il velo e gli abiti con disegni geometrici rossi e neri, creano gioielli d’argento con pietre dure.

© Michele Pignataro, Foro

I ragazzi rashaida frequentano Gurgussum, la lunga spiaggia di Massawa, in attesa di turisti cui chiedere soldi in cambio di una “foto ricordo” con cammello (parcheggiato con una delle zampe ripiegata e legata), o di alcune belle collane di cipree.

© Antonio Politano, Massawa, foto ricordo

Gli uomini, vestiti di bianco, con gilet e turbante, non sempre vogliono estranei nella loro zona, però, se accompagnati da una persona del luogo, possono offrire una tazza di chay, il tè, sotto la loro tenda. I bambini e le donne contrattano

© Eritrea Live, Gurgussum, Massawa

immediatamente e, sapendo che “il tempo è denaro,” chiedono “money” per essere fotografati, per rispondere, tramite interprete, alle domande e, immagino, anche per il tè.

I piccoli hanno imparato che i bianchi, soprattutto i turisti, sono anime generose, così chiedono, con insistenza e in italiano, “caramelle” oppure “chupa,” prelibatezza d’esportazione.

© Antonio Politano, ragazza rashaida

Io avevo portato figurine e piccoli giochi che, generalmente, conquistano, evitando proprio quei “chupa” per tanti anni negati ai miei figli. Così, mentre la capretta dietro di me partecipa al rito del tè mangiandosi un pezzettino di tazza, prendo dalla borse alcuni pastelli a cera sperando che siano una sufficiente alternativa ai golosi “chupa.”

Il gradimento dei pastelli tra i piccoli d’Eritrea, fino a quel momento era stato buono e, in effetti, anche i bimbi rashaida li accettano incuriositi, mostrandoseli tra loro.

Passato lo stupore iniziale, però, mi chiedono come si possano usare e i più intraprendenti provano a colorarsi la pelle. Allora stacco dalla “moleskine” un po’ di fogli bianchi e, con i colori che mi passano, disegno fiori, erba, sole.

È una festa.

Stringono forte i pastelli, improvvisano disegni e a me dispiace non averne portati di più.

Forse lo scambio, senza “money,” questa volta non li ha rattristati.

Dopo averli lasciati, ripromettendomi di tornare, chiedo della loro vita sociale e se frequentano la scuola.

In Eritrea la scuola ha raggiunto i villaggi più sperduti e per strade e sentieri s’ incontrano bambini con divise colorate che vanno a scuola anziché ad accudire le pecore.

© Michele Pignataro, Massawa, ragazza rashaida

 

I rashaida, invece, non permettono ai loro bambini di frequentare le scuole con gli altri, però il governo ha organizzato “mobile school” affidate a insegnanti rashaida che, pur faticando a seguirne gli spostamenti, cercano di garantire una scolarità di base.

Forse questa è la strada perché non si sentano più “rifugiati” e diventino parte del loro stesso paese smettendo di essere complici dei peggiori delitti.

© Michele Pignataro, Adulis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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