EritreaLive intervista Lisa Corti stilista milanese nata ad Asmara

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©EritreaLive Home Textile Emporium, Milano

Un grande spazio, un ex convento a due passi dai luoghi manzoniani, in un quartiere centrale, glocal, da sempre uno spicchio d’Africa, soprattutto d’Eritrea.

I colori circondano gli attrezzi del mestiere, i tavoli da lavoro, le macchine da cucire, i computer utilizzati per creare oggetti che custodiscono nell’Emporio segreti d’ispirazioni lontane.

Cominciamo dalle origini

Nasco ad Asmara, in Eritrea, durante la guerra, sotto i bombardamenti del 1940, perché mio padre si era trasferito lì nel 1936, raggiunto poco dopo da mia mamma.

I miei genitori si stabiliscono prima ad Asmara poi a Keren. Come molti altri, mio padre era  emigrato in cerca di fortuna, di lavoro. Ha cominciato prima con piccole piantagioni di arachidi e tabacco, poi aprendo un negozio dove c’era un po’ di tutto quindi un piccolo albergo con un’altra persona.

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© Home Textile Emporium, Lisa Corti

La mia è stata un’infanzia bellissima. Keren era un paradiso, un eterno giugno, un luogo pieno di giardini fioriti, di viti, manghi, agrumi, aranceti. A undici anni però, dopo le scuole elementari, per studiare ho dovuto andare ad Asmara e lì tutto è cambiato. Sono rimasta molti anni in collegio, con il grembiule nero, prima dalle Suore di Sant’Anna poi, dopo i tredici anni, dalle suore missionarie della Nigrizia

In Eritrea le scuole erano tenute da religiosi?

Ad Asmara c’erano molte scuole religiose, tutte ben organizzate. Il collegio Sant’Anna, tenuto dalle suore italiane, poi le missionarie della Nigrizia, un collegio femminile e il “La Salle” per ragazzi. Il liceo “Martini” invece era laico ci si andava dopo la terza media credo fosse liceo classico, era nel centro di Asmara e i professori arrivavano dall’Italia.

Lei ha vissuto a Keren, una città dove si parlano molte lingue, dove ancora oggi sono rimaste la vecchia scuola elementare italiana, la stazione ferroviaria, la pensione Sicilia, segni di un passato italiano che resta nell’anima?

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© EritreaLive, Keren, strada per la Madonna del Baobab

Rimane molto nell’animo. Anche Asmara era bella ma, per me a Keren tutto era bellissimo; la luce, le stagioni, la vita che si poteva fare. C’era una piccola colonia di italiani che vivevano molto bene, almeno fino a quando non sono cominciati i disordini interni, verso il 1953, 1954, fino a quando non è diventato pericoloso viaggiare a causa degli shifta, allora questa bellezza si è persa. (ndr dice Rita Di Meglio, figlia del medico Vincenzo Di Meglio che con il padre ha vissuto a lungo in Eritrea, che le scorribande degli shifta erano tollerate dagli inglesi come mezzo per convincere gli italiani a lasciare l’Eritrea).

La mia famiglia non era ricca ma in quegli anni, con poco, si viveva molto bene. Avevamo due o tre persone di servizio per aiutarci in casa. Una vita così sarebbe stata impossibile in Italia.

Io sono cresciuta molto privilegiata.

Che rapporto c’era con la gente?

Con la gente c’è stata una naturale integrazione. Tornando in Eritrea trent’anni dopo, trovavo incredibile che nel menù del ristorante dove mi era fermata ci fossero ancora scaloppine, pasta al forno, patate fritte. In un ristorante “abissino”!

Cucina, lingua, architettura, insegne, negozi, molte consuetudini italiane hanno influenzato gli eritrei, si è creato un legame? 

L’architettura italiana ha reso Asmara una città unica al mondo, purtroppo poco conosciuta proprio in Italia. Viaggiando molto in India, dove gli inglesi sono stati a lungo, posso dire che lì davvero si sente il loro imprinting. L’Italia in Eritrea ha lasciato le strutture, la ferrovia, per esempio, che è stata un patrimonio grandissimo.

Il legame però si è creato perché l’italiano non è razzista…

Forse quello italiano è stato, nei fatti, un razzismo “attenuato”…  

Più paternalismo che razzismo. Mio padre certo distingueva tra “noi” e “loro” questo era inevitabile… (ndr 1936 divisione dei cittadini in coloni e sudditi, 1938 leggi razziali, 1939 sanzioni penali contro l’offesa della razza)

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© Michele Pignataro, Keren, lavoro di cucito

Assolutamente, anche come coltivare è stato un insegnamento italiano. Non so quanto di questi insegnamenti siano rimasti, la mia vita ha preso un’altra direzione. Non conosco più bene la situazione eritrea.

Quando ha lasciato il paese?

Ho lasciato il paese, per caso, proprio il giorno del colpo di stato contro Heilè Selassie (ndr nel 1975 l’Etiopia di Heilè Selassie diventa repubblica). Dopo la sua deposizione, la fine del suo impero, che sicuramente era un sistema medioevale ma comunque aveva creato una civiltà, si sono avute solo tragedie. Distruzione e accaparramento, perché un conto è rovesciare, ben diverso costruire. Etiopia ed Eritrea sono state preda di forze che ne hanno massacrato i paesi, senza costruire niente. A lungo non sono riusciti a farcela con le proprie forze.

Menghistu al potere dal 1977 al 1991 distrugge lo sviluppo e l’economia dell’Eritrea, fino a quando la lotta per l’indipendenza non porta il paese alla liberazione…

I miei genitori sono venuti via nel 1975, non erano tra i ricchi ma avevano la casa e le concessioni dei terreni, perché le piantagioni non erano nostre. Dopo quarant’anni di lavoro in Eritrea sono venuti via così, con una valigia.

Questo è un aspetto che andrebbe chiarito. Il peggio per gli italiani non arriva dopo il 1940 con la perdita delle colonie e neppure con l’impero di Hailè Selassiè ma con la tabula rasa di Menghistu che azzera l’economia lasciando in Eritrea gusci vuoti.  È a quel punto gli italiani se ne vanno? 

Sì e  da allora non è stato fatto più niente.

L’Eritrea ha combattuto trent’anni per l’indipendenza conquistata nel 1993, da allora sta cercando di ricostruire ma non è semplice…

Molto è andato perso. Hanno perso Denadai, la meravigliosa concessione vicino a Keren, nella frazione di Elaberet, un sogno, un impero. Si era chiuso un fiume per fare una diga e creare i famosi agrumeti di Denadai. Poi tutto è stato minato. Quei giardini erano una risorsa importantissima, non vi crescevano fiorellini è andato perso “il giardino degli agrumi”. Elaberet riempiva con i suoi prodotti le navi che partivano da Massawa. Era una grande fattoria, all’interno c’erano le case per gli operai. Era stato fatto un grosso investimento e il risultato era eccellente. Alcune cose sono state gestite male: chiudere il “Cotonificio Barattolo,” (ndr ora ZaEr, Zambaiti Eritrea) perdere le piantagioni… erano magnifiche. Dall’estero era terribile  sapere della fine di piantagioni, come quella di De Ponti. Sono state tutte minate, non credo sia rimasto niente. Un tempo si temevano gli elefanti che arrivando potevano devastare le piantagioni poi la devastazione è arrivata con le mine…

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© Michele Pignataro, Keren

Oggi il territorio è stato bonificato, l’altopiano “terrazzato” per rendere coltivabili i campi e limitare le piante infestanti, come l’eucalipto, che non lascerebbe spazio ad altre colture.  Ci sono invasi e sistemi d’ irrigazione…

Perché però farlo in posti impervi e non cominciare dalla pianura?

Credo si sia voluto dimostrare che se irrigazione e terrazze funzionavano sull’altopiano, meno problemi si sarebbero incontrati scendendo. In effetti i mercati sono pieni di frutta e verdura…

Ma è pochissimo rispetto a ciò che c’era…

Dopo l’Eritrea, Milano. Qualcosa unisce Lisa Corti stilista alla bambina di Keren?

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©EritreaLive, vestiti Home Textile Emporium, Milano

La mia vita in Africa ha ispirato il mio lavoro.

E il mercato di Keren è stato premonitore.

Come dicevo per nove mesi all’anno stavo chiusa in collegio, poi tre mesi all’aperto, a Keren con i miei genitori, ma sola durante il giorno. Mi piaceva girare per il mercato, quello grande, sul greto del fiume in secca. (ndr il mercato del lunedì di Keren, ancora oggi è il più importante per la regione).

Ero affascinata dal suo colore.

Lì ho scoperto qualcosa che, allora non lo sapevo, sarebbe diventato parte del mio lavoro.

Un tessuto bellissimo, l’organza colorata di cui era pieno il mercato e che le donne bilene (etnia prevalente a Keren) usavano come abito per avvolgersi.

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© Michele Pignataro, Keren, mercato del lunedì sul greto secco del fiume

Balle di organza colorata che, a dorso di cammello, arrivavano dall’India attraverso lo Yemen. La prima cosa che ho cercato di fare, come stilista, è stata quella di unire i colori di queste organze formando quasi degli acquerelli.

Organza di provenienza indiana?

Sì, con una storia. Un giorno, lavoravo già a Milano, volevo usare questo materiale magico. I miei genitori erano ancora in Africa, ho chiesto loro ciò di cui avevo bisogno ma a Keren non avevano tutto quel tessuto. Me l’hanno ordinato, così  ne ho scoperto il viaggio dall’India attraverso lo Yemen.

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© Michele Pignataro, Asmara, Cooperativa “Sinit”(armonia) nezelah, sciarpe fatte a mano

Ho fatto una collezione con le “zurie” (ndr decorazione dell’abito con il ricamo della croce copta)

Il problema è che in Eritrea non esisteva un artigianato.

Ora c’è. Ci sono stilisti che creano e producono abiti ricamati per il mercato interno. Ci sono cooperative di donne. Una di queste si chiama “Sinit” (armonia), lavorano autonomamente, creano soprattutto “nezelah”, gli scialli che accompagnano l’abito tradizionale. Perché non tornare in Eritrea per conoscere l’artigianato?

Per me tornare è difficile, non può essere solo una vacanza, devo trovare la maniera, è un mondo interiorizzato, sacro. Sì, mi piacerebbe raccontarne la storia attraverso una collezione “made in Eritrea”. Cose belle, semplici, con finiture particolari

Lisa Corti for Eritrea?

Perché no? In fondo i bordi colorati tipici delle tradizionali “nezelah”, sono sempre presenti nelle mie sciarpe. Mi piacerebbe che chi viene all’Emporio trovasse anche una collezione della “mia Africa”.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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2 Commenti

  1. Ringrazio per il bellissimo articolo che da l’opportunità di tornare, col pensiero, a quella meravigliosa terra. A Keren, il Lunedì si svolge anche quello che è da considerarsi il più grande mercato al mondo di dromedari: uno spettacolo eccezionale.
    Auguro con tutto il cuore a Lisa di poter tornare in Eritrea per una meravigliosa vacanza.

  2. Merviglioso articolo, sono tornata a quell epoca di liceo Martin, tanti auguri per Lisa con sua meravigliosa sartoria, Gianni Baratolo mio compagno di classe, bei ricordi

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