EritreaLive intervista Erminia Dell’Oro: Asmara addio

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Erminia Dell’Oro, scrittrice, durante un incontro in una scuola italiana per  parlare  dei suoi libri sull’Eritrea 

PARLIAMO CON Erminia Dell’Oro, scrittrice italiana vissuta a lungo in Eritrea, della sua amata seconda, o forse prima, patria.  Cominciamo dalla fine, da quando lei lascia l’Eritrea come scrive in Asmara Addio, il bel libro pubblicato nel 1988, una biografia romanzata, il racconto di un paese narrato attraverso la storia famigliare che s’intreccia con quella del primo colonialismo italiano.

“Viveva a Lecco in una vecchia e bella casa su una collina che guardava il lago”, con queste parole il romanzo introduce il nonno della scrittrice in partenza per l’Africa, non per l’Eritrea ma per il più grande e famoso Congo Belga. Lui “era convinto che il Congo fosse il paese più affascinante del continente nero”, bello dal punto di vista naturalistico e soprattutto ricco per le miniere e l’avorio, un posto dove poter vivere e lavorare.

Il nonno, perciò, come molti altri italiani, decide di emigrare? 

Sì a ventiquattro anni decise di andare in Africa.

Veramente è una storia che non mi hanno raccontato né lui né mio papà ma alcuni parenti di Lecco che mi hanno detto che aveva deciso di andare in Congo perché a quel tempo, chissà come mai, nel Congo Belga c’era una piccola comunità di lecchesi che lui aveva pensato di raggiungere.

Però, come scrivo nel libro, arrivato a Massawa la nave viene messa in quarantena per un’epidemia di febbre gialla. Quando finalmente potrà scendere, deciderà di restare nella colonia italiana Eritrea.

“E così Filippo”, nome del nonno nel romanzo, “comprò un mulo” per salire verso l’altopiano e raggiungere un “paese abitato da un’eterna primavera in cui sarebbe sorta una piccola città vicino al cielo”. Asmara.

Una storia affascinante… 

Che incrocerà quella di mia nonna, partita dall’Emilia con sua mamma per andare a trovare il fratello che lavorava alla costruzione della ferrovia eritrea.  Uno di quei viaggi che duravano due mesi per andare e due per tornare, non certo come oggi. Lì ha conosciuto mio nonno ed è rimasta.

Negli anni in cui suo nonno arriva ad Asmara la città non esiste e ancora non era capitale…

Sì, in quegli anni la capitale è Massawa, nel 1890 Asmara era ancora un villaggio.

I miei nonni hanno fatto una vita da pionieri, non sapevano la lingua, non potevano comunicare, non conoscevano i luoghi. Ben diverso il destino e i benefici che hanno avuto i loro figli e nipoti.

Quando esce, Asmara Addio, ha un grande successo. Racconta la storia dell’Eritrea, incredibilmente poco conosciuta in Italia. Lei nasce in Eritrea dove già vivevano i suoi genitori, però a un certo punto della sua vita abbandonerà Asmara, come mai?

A vent’anni lascio l’Eritrea per studiare e vedere l’Italia che non conoscevo.

Come molti altri miei coetanei mi stacco dalla famiglia che invece resta ad Asmara.

I miei genitori hanno sempre vissuto e sono morti ad Asmara.

Mio padre si sentiva eritreo, era nato ad Asmara dal nonno arrivato a fine Ottocento. Il papà mi ha sempre detto: «ricordati che questa è la tua terra», un’affermazione non colonialista ma fatta da parte di chi l’Italia non la conosceva avendola visitata poche volte, da turista.

Lui non sarebbe mai venuto a vivere in Italia, aveva tutto lì, la famiglia, le sorelle, quella era la sua terra.  La famosa notte in cui tutti gli italiani sono stati rimpatriati, (ndr, durante il Derg di Menghistu) i miei genitori decidono di restare, vivendo in modo difficile, senza luce, acqua, con poco cibo.

Mia madre, che leggeva moltissimo, illuminava le pagine con il lume a petrolio, ma non hanno mai pensato di lasciare Asmara. Oggi sono sepolti entrambi nel cimitero di Asmara, dove ci sono anche i nonni, la mia sorellina morta a due anni e mezzo, gli zii, alcuni cugini. Un cimitero che amo, che mi piace e che frequento perché lì ci sono tanti amici, anche amici giovani, compagni di scuola morti in incidenti, uno in moto, l’altro in macchina, amici che avevo da ragazza.

Lo scrittore inglese Evelyn Waugh nel libro Abissinia scrive che gli italiani erano gli unici ad andare in Africa per lavorare e portare lavoro, succedeva anche durante il primo colonialismo? 

Sì, i coloni italiani lavoravano per vivere.

Pensiamo alla pasticceria siciliana dove si facevano i cannoli, al pastificio emiliano che faceva le tagliatelle. Ancora adesso se ad Asmara vai al “Sicomoro”, tradizionale ristorante, puoi mangiarle, oppure gustare un ottimo piatto di lasagne, ricetta imparata in quegli anni.  Bar e ristoranti hanno ancora nomi italiani, Bar Vittoria, Bar Dolce Vita, luoghi dove ti servono cornetto e cappuccino, l’espresso…

Gli italiani esportavano i mestieri che sapevano fare?

Oppure improvvisavano…

Ancora oggi gli eritrei hanno un senso di affetto verso gli italiani e, nonostante non si possa difendere nessun colonialismo, quello liberale di cui hanno fatto parte i suoi nonni e genitori non si è macchiato dell’approvazione delle leggi razziali… 

Mio padre che era del 1910 però mi raccontava che, anche allora, nei vecchi coloni c’era un senso di superiorità, che esisteva un’apartheid: gli eritrei non camminavano sui marciapiedi e non entravano nei locali pubblici. Questa cosa non l’ho mai capita bene perché mio padre era molto legato agli eritrei. A casa mia il clima era diverso, però anche mio padre aveva nei confronti degli eritrei un atteggiamento paternalista. Mi raccontava che gli italiani, pur senza violenza, si sentivano superiori. Dunque c’era già un’apartheid, anche se non violenta.

Il Circolo degli Italiani è stato un esempio di apartheid?

Sì, lì andava l’élite. Non potevano andarci gli eritrei ma neppure gli italiani poveri, perché non dimentichiamo che c’erano anche loro. Lì andavano solo professionisti, industriali, medici, architetti, ingegneri, persone bravissime nel loro campo. Andavano al Circolo Italiano e la sera, soprattutto le donne, giocavano a canasta. C’erano feste bellissime…

Una vita invidiabile…

Sì, però non era la vita dei miei genitori. Ci accompagnavano al Circolo per le bellissime feste di Capodanno e Carnevale, però quella non era la loro vita. Mia madre ha sempre lavorato in Consolato e Ambasciata (ndr Ambasciata e Consolato italiani) ha sempre avuto molti interessi, figurarsi se giocava a canasta…dipingeva, leggeva ma non partecipava alle feste, caso mai mi accompagnava.

Torniamo al libro. Le descrizioni sono bellissime, così come i dettagli, zembil, il nome della borsa della spesa, un modo per far capire meglio vita e consuetudini. I personaggi, soprattutto le donne, prendono vita mentre si legge il romanzo…

Ancora oggi quando vado ad Asmara e dormo all’Amba Soira, quando al mattino arrivano le solite due anziane signore che mi rifanno la stanza, provo un senso di affetto (e di colpa, per il mio benessere) e penso a tutte le donne eritree cui ho voluto molto bene, Rigbè, Mafrash, penso ai loro nomi…

Amo molto l’Hotel Amba Soira, la mia camera, sempre la stessa, con fuori il nido delle rondini, una vista bellissima, gente che va e che viene. Alcune cose dovrebbero essere risistemate, ma la bellezza ripaga e la gentilezza è grandissima. Poi il sabato ci sono sempre matrimoni. Una volta con la mamma e il papà si andava lì a mangiare, era bellissimo.  E poi è nel centro di Asmara. Da lì puoi avere tutta la città per te!

Gli uomini italiani s’innamoravano delle donne eritree, lei descrive soprattutto la bellezza delle donne bilene… 

Le donne bilene… gli uomini italiani perdevano la testa non solo per la loro bellezza, anche per il portamento, per il modo elegante, aristocratico di camminare…

Però non accadeva il contrario, le donne italiane non s’innamoravano degli uomini eritrei? 

Altri tempi. Una volta però è successo e ha fatto scalpore. Una giovane donna figlia di Angelo Barbieri, direttore del Giornale d’Eritrea, è diventata la compagna di Tedla Bairu, primo ministro dell’Eritrea. Una storia che ha destato scalpore…

Fino agli anni Sessanta le donne europee non avrebbero potuto mettersi con un uomo africano, c’era una barriera sociale che non lo permetteva. Allora si vedevano molte donne eritree belle, di più rispetto agli uomini; non è come oggi che i ragazzi eritrei, grazie anche all’alimentazione, sono bellissimi e sani. Allora, tranne eccezioni, non li vedevamo belli.

Le donne eritree hanno partecipato alla lotta (1961-1991) per la liberazione del paese dal dominio etiope…

Certo, ho conosciuto molte ex guerrigliere. Ricordo una donna bellissima, una guerrigliera leggendaria che poi ha sposato un colonnello e ancora vive ad Asmara.

Sa cos’era incredibile? Che combattessero tutte insieme, tutte unite, musulmane e cattoliche, studentesse e contadine. Le contadine insegnavano a legare la legna, le studentesse a leggere e scrivere, tutte lavoravano insieme.

La loro lotta è stata unica. Penso anche alla città sotterranea. In quegli anni andavo e venivo dall’Italia, ero angosciata, pensavo che non ce l’avrebbero fatta. Un giorno ho telefonato a un amico, un combattente, e gli ho detto: «il giorno in cui libereranno l’Eritrea sarà una favola». Poi la favola è arrivata e l’abbiamo vissuta come una meraviglia, ballando tutti insieme, giorno e notte.

Quelli della liberazione dell’Eritrea sono stati i giorni più belli della mia vita. È stata una lotta incredibile, lunghissima, durata trent’anni. Tutti hanno partecipato, anche chi viveva in città: le donne nascondevano i guerriglieri, preparavano il cibo, tutti partecipavano aiutando chi combatteva.

Chi ha dato l’avvio alla lotta?

A iniziare sono stati, negli anni Sessanta, i giovani eritrei, gli studenti, i liceali. Quando l’Eritrea è diventata libera ho intervistato un uomo veramente grande, il primo sindaco di Asmara che mi ha raccontato che quello di Agordat, l’attentato che aveva dato l’avvio alla lotta per l’indipendenza,l’aveva fatto con un gruppo di compagni di scuola, ragazzi del liceo scientifico.

Com’era la situazione in quegli anni?

In Eritrea c’è sempre stata unione. Non esistevano discriminazioni razziali. Ho amici musulmani che hanno sposato donne copte. Non ci sono mai state situazioni drammatiche, come in altri paesi dell’Africa.  Sono cresciuta tra religioni e persone diverse che convivevano pacificamente, una fortuna che ho capito in seguito.

Ancora oggi le persone che visitano l’Eritrea, pur avendo girato il mondo, ne restano affascinate: Asmara, Massawa, Keren, Koiato, luoghi bellissimi.Pensiamo alla Valle dei sicomori o alle Isole Dahlak, molti s’innamorano dell’Eritrea e ritornano più volte.

Quando si arriva ad Asmara il risveglio spesso è accompagnato dal richiamo del muezzin, dal suono delle campane, dal canto del gallo…

Sì, Asmara, la sua luce bellissima, il tramonto…

E le stelle eritree…

…di Asmara e delle Dahlak. Durante il regime di Menghistu che aveva imposto il coprifuoco non si poteva più uscire la sera. Mia mamma che amava molto passeggiare e guardare le stelle mi scrisse: «esco in giardino per guardare queste stelle che nessuno ci potrà togliere».

Torniamo alla storia. Nel 1974 le nazionalizzazioni del Derg, del governo etiope, uccidono l’economia dell’Eritrea…

Anni terribili. Sono tornata diverse volte, nel 1976, nel 1977, poi nel 1980. Alle sei di sera c’era il coprifuoco, si sparava nelle strade. Mio padre si preoccupava che fossi a casa entro le 17. I militari rapivano le ragazze davanti a scuola, una cosa tremenda. Non era più l’Eritrea. Non ho voluto più tornarci fino al 1991, stavo troppo male.

Sentivi le urla dal carcere dove le persone venivano torturate, avevi la sensazione che Asmara fosse vuota, senza gente per strada, nei bar. Dappertutto regnava la paura.

Adesso quando qualcuno dice che a quel tempo c’era più lavoro, io dico che c’era solo terrore. Sono cose che ho scritto nei miei reportage dopo l’indipendenza. I bambini morivano perché non c’era latte, neanche le suore l’avevano. Non parlo solo degli ultimi giorni. Asmara è stata a lungo assediata, la gente non aveva più niente, si moriva.

Quanto alle nazionalizzazioni, sono state fatte da Menghistu non dall’Eritrea indipendente. Il governo italiano le ha riconosciute, però tutti, non solo i grandi industriali, sono stati abbondantemente ripagati per quanto hanno perso, non sono stati abbandonati.

Alcuni italiani però accusano l’Eritrea di aver tolto loro le proprietà, di non poter lasciare niente in eredità ai figli… 

Sono singole storie.

Noi, per esempio, abbiamo una casa intestata a noi fratelli, se volessimo venderla nessuno ce lo impedirebbe.

L’attuale governo ce l’ha lasciata, riconoscendo l’eredità di mio padre. Ci sono però case che sono state abbandonate dalle persone che sono venute via dall’Eritrea e che poi non sono state restituite. La complicazione burocratica è stata grande: passaggio dalle nazionalizzazioni etiopi, mancanza di documenti di proprietà…una storia complicata, proprietari che sono andati via…

E poi, sempre negli anni del Derg ci sono state razzie nelle biblioteche. Molto materiale storico si è perso, un po’ è stato raccolto da Fratel Ezio per la sua biblioteca…

Sì Fratel Ezio all’inizio non aveva niente, ho visto mentre allestiva la tenda dove sarebbe nata la biblioteca.

Ha cominciato mettendo in salvo i libri rimasti, poi chi moriva e aveva belle biblioteche lasciava a lui i libri, a volte erano raccolte di grande pregio.

Chi lasciva il paese  gli regalava i libri. Così ha fatto il miracolo. Non so come sia riuscito perché non c’era tanta gente che leggesse fra gli italiani di Asmara. La gran parte pensavano ad altro. Però avevano i libri. Poi c’erano i libri nelle scuole, così lui ha fatto “razzia” per creare una bella e grande biblioteca.

Una biblioteca aperta agli studiosi ma soprattutto ai ragazzi eritrei, molto interessati alla lettura e allo studio.

Un’isola felice…

Fratel Ezio è un uomo molto colto, conosce bene anche il ghez’ (ndr una sorta di latino, la lingua originaria da cui nascono tigrino e amarico). Quando non ci sarò più i pochi libri importanti che ho ereditato da mio padre, per esempio i “Diari” di Ferdinando Martini (ndr governatore dell’Eritrea dal 1897 al 1907) li lascerò a Fratel Ezio. È un patrimonio che è giusto abbia lui.

Finora abbiamo parlato della sua famiglia, del colonialismo liberale, poi però con la fondazione dell’Africa Orientale Italiana arriverà un altro colonialismo…

Arrivano quelli di “un posto al sole”…

Anche loro aprono negozi, spesso sono professionisti, però la mentalità è diversa.

Personalmente ci ho sempre tenuto a dire di aver fatto parte del vecchio colonialismo, il colonialismo che sapeva com’era l’Eritrea, con gente come mio padre che c’era nata.

I nuovi arrivati avevano una diversa mentalità, erano tutti legati al fascismo, mio padre invece era antifascista. Loro si trovarono in una posizione scomoda quando arrivarono gli inglesi (ndr, nel 1941).

Quando incontro vecchi asmarini che chiamo gli “ultimi dinosauri”,  vedo che hanno mantenuto una mentalità fascista:« noi abbiamo costruito ponti, strade, scuole », dicono.

Tanti anni fa una frase di questo genere me l’ha detta anche il direttore del Messaggero. Un punto va chiarito, noi abbiamo costruito ponti, scuole, strade perché volevamo vivere e lavorare lì, non l’abbiamo fatto per gli eritrei. I colonizzatori non costruivano certo per la popolazione.

Però scuole e ferrovie sono state costruite…

Certo e la ferrovia era un’eccellente struttura, anche le molte scuole. Ricordiamo che l’Italia era semianalfabeta, negli anni Sessanta seguiva in televisione le lezioni del maestro Manzi.

Le scuole però in Eritrea avevano classi separate per bianchi e per eritrei, io non andavo a scuola con loro.

Oggi in Eritrea esiste ancora la scuola italiana, frequentata al 90% da eritrei, secondo lei è un’istituzione che ha ancora senso?

È una domanda che mi sono fatta molte volte. Certo agli eritrei piace mandare i figli alla scuola italiana, cosa rappresenta però? Mah. Forse è il legame che ci ha uniti che rende bella la presenza di una nostra scuola nel paese, perché certamente non apre più nessuna porta. Non ci vanno però i figli dei più poveri, i bambini che ci vanno sono vestiti bene, hanno lo zainetto bello…

Cosa pensa degli insegnanti italiani?

Con gli insegnanti della scuola italiana, tranne rari casi, mantengo le distanze.  Hanno un atteggiamento neocolonialista, pur  guadagnando un sacco di soldi.

Persino mia mamma che lavorava in Ambasciata era scandalizzata da quanto guadagnassero gli insegnanti italiani.  Io non li capisco; vivono bene, hanno la cuoca, il venerdì vanno alle Dahlak, ma l’Eritrea a loro fa schifo. Allora perché ci vengono? Torno a dire, persino mia mamma era furibonda contro gli insegnanti italiani.
Sono arroganti. Si sentono superiori agli studenti, non come adulti e insegnanti ma come bianchi nei confronti dei neri…
È insopportabile. Non li frequento.

Mi è anche capitato che alle Isole Dahlak ci dicessero che in una certa isola non si potesse andare perché nel weekend di solito ci va un professore italiano cui dà fastidio la gente, così raccontava il capitano del nostro sambuco. «L’ha comprata l’isola?» ho chiesto ridendo.  Poi ci siamo andati perché fortuna ha voluto che lui non ci fosse…

Cosa succede quando l’Italia perde guerra e colonie e l’Eritrea è federata all’Etiopia? 

L’Eritrea quando rientrò Heilè Selassiè era un paese più evoluto rispetto all’Etiopia, così ad Asmara, come scrivo nel libro, non brillarono i fuochi.

Nessun fuoco brillò sulle colline di Asmara la sera in cui Heilè Selassiè riprese il suo posto sul trono di re Salomone

Come ricorda l’arrivo degli inglesi?

Gli inglesi non erano interessati a conoscere la gente. Li ho visti per dieci anni, non legavano con nessuno, né con gli eritrei né con noi italiani, a parte mio padre che giocava a scacchi con un maggiore dell’esercito inglese. Lui non era contro gli inglesi perché era antifascista.

E gli americani?

Gli americani non spendevano niente in città, tutto arrivava da casa loro.
Mio fratello è stato molto amico degli americani, usciva con loro la sera per bere e divertirsi anche perché, diversamente dagli italiani, avendo fatto la scuola inglese, parlava bene la lingua. La nostra famiglia era invitata alla festa del Thanksgiving…

Che segni lasciano gli americani in Eritrea?

Il bowling e il bingo.

Noi del circolo universitario ci andavamo tutti i giovedì sera. Si andava a giocare a bingo, ricordo ancora la volta che ho vinto un lampadario…E anche al bowling. Per noi ragazzi era un grande divertimento. Ora ci giocano i cinesi.
Anche il mercato di Keren è stato conquistato dai cinesi, belli i colori, bello il fiume in secca ma la mercanzia è “made in Cina”.
Dove non ci sono “cineserie” invece è a Medeber, al Caravanserraglio di Asmara, dove veramente tutto si ricicla.
Per me era un luogo magico, ricordo quando mio padre ci andava per trovare qualche attrezzo necessario.

Dopo la liberazione, nel 2001 succedono fatti gravi di cui esistono molte versioni e di cui ancora oggi si parla, lei cosa pensa sia successo? 

Un amico eritreo mi ha detto che Isaias (ndr Isaias Afwerki, attuale presidente dell’Eritrea, eletto dopo l’indipendenza) ha messo in prigione per non fucilarle persone colpevoli di alto tradimento. Io ero amica di una di queste, Solomon Petros, però non so che fine abbia fatto. Su questa vicenda tutto l’Occidente è contro l’Eritrea, però stando alle leggi militari che vigevano allora se questo gruppo voleva fare un patto con l’Etiopia…Isaias era legatissimo a loro, erano compagni di lotta, persone notevoli…

Dopo trent’anni di lotta l’Eritrea ha scelto l’autodeterminazione, obiettivo o condanna?

Certo va sempre peggio, c’è l’embargo per le accuse sull’assenza di diritti umani; non c’è luce, acqua, una situazione terribile, che andrebbe risolta. Il taff costa, (ndr cereale tipico con cui si fa l’injera) la gente è stanca.

La generazione che ha combattuto ha più di 50 anni, i loro figli nati negli anni Novanta, oggi ne hanno più di venti. Prima tutti erano uniti, ora i figli vogliono un futuro migliore, però sul paese grava un conflitto irrisolto, le sanzioni… 

Gli eritrei sono critici ma stanno con il governo. Però io mi chiedo, possono permettersi l’autodeterminazione? Davvero possono fare a meno degli aiuti?

Heilè Selassiè aiutava gli industriali italiani, per esempio i Melotti sono stati aiutati perché potessero arricchire l’Etiopia  ma anche l’Eritrea. È il Derg che ha massacrato il paese, spazzando via tutto. Non c’erano più neanche gli animali. Le gazzelle erano morte o scappate, non c’erano nemmeno le scimmie, gli alberi abbattuti perché serviva la legna. Ora stanno facendo un’importante opera di rimboschimento per far tornare anche gli animali. Hanno piantato milioni di alberi per ridare la natura al paese che l’aveva persa.

Prima parlavamo di scuola. In Eritrea oggi ci sono scuole, dovunque. Anche a Koaito, dove i bambini quando ci hanno visti hanno cantato “Fra Martino” perché avevano capito che eravamo italiani e forse avevano avuto un maestro che sapeva l’italiano. Nei villaggi più isolati possono mancare le biro perché i pullman che le portano arrivano raramente ma non mancano le aule

Come vede il rapporto Eritrea- Etiopia e il modo in cui la stampa italiana ne parla? Si aspettavano una Svizzera d’Africa e invece…

Si parla meglio dell’Etiopia anche se non ho mai visto tanta povertà come in Etiopia, un paese grande ma poverissimo pur se appoggiato dagli Stati Uniti. In Etiopia si vede davvero la gente che muore per la fame. Chi visita l’Etiopia dovrebbe provare a uscire dalle zone residenziali, dalle zone dove ci sono le ambasciate, fuori Addis la situazione è drammatica.

Perché secondo lei l’Eritrea ha cacciato molte ong?

Guardi ho sempre pensato che abbiano fatto bene. Ci saranno state quelle meglio, non saranno state tutte uguali, però ricordo ancora i festini al Continental (ndr oggi Hotel Asmara Palace).
Le loro grandi macchine…che le onlus aiutassero più loro stessi che l’Eritrea, gli eritrei l’hanno capito immediatamente.
Figurarsi.
Era chiaro anche guardando dall’esterno.  Sono cose che mi ha detto anche un amico carabiniere, tra l’altro sposato con un’eritrea, lì si andava per fare la bella vita, senza combinare molto.

Vorrei fare un esempio, ero amica della direttrice di Mani Tese, organizzazione che faceva fare molte cose soprattutto nel bassopiano.  Una volta l’ho accompagnata a Tessenei dove avevano commissionato a un gruppo di donne la confezione di bomboniere, con uno studente che le dirigeva. Lei ha fatto una scenata, urlando contro le donne. In seguito è stata cacciata. Si dirà che era un caso. No, era un atteggiamento. Tra l’altro questa persona aveva dieci gatti e diversi cani e il suo autista andava nelle macellerie di Asmara a comperare la carne per loro.  Anche questa è una cosa che non si può fare.
Sono cose che vanno dette.

Come vedono l’Eritrea le persone che viaggiano con lei? 

Tutti pensano che ci sia la peggiore dittatura del mondo.
Invece ci sono cose negative ma anche positive, bisogna saperle vedere. Io le vedo. Continuo a considerarmi italo eritrea e ad amare l’Eritrea.
Non c’è uno stato militare, neanche si vedono militari in giro…in Corea del Nord ci sono i militari, in Eritrea non li vedi.
I checkpoint sono simbolici. Il presidente lo incontri nei locali pubblici, anche se dicono da anni che stia molto male. Però lo dicevano anche di Berlusconi quando è entrato in politica che avesse i giorni contati…

La vera tragedia in questo momento è l’esodo dei ragazzi. Io ero ad Asmara il 3 ottobre…

Com’è oggi Asmara? 

In Italia ci s’immagina che Asmara sia morta, invece è piena di vita, allegra. Avrà difficoltà, precarietà, ma non c’è il piombo della dittatura…la cortesia è sempre diffusissima.
C’è vita mondana, la sera nei ristoranti come il Blue Night fatichi a trovare posto, i bar e i caffè sono pieni di gente.
Gente ospitale che fa sentire i viaggiatori a casa loro.

Le racconto qualche aneddoto. Durante un viaggio un intellettuale, un filosofo, il secondo giorno ad Asmara incontra in un negozio d’argentieri alcune persone con cui parla e una di queste lo invita a casa sua, così lo trovo mentre, da vero asmarino, sta andando in pasticceria a prendere un vassoio di dolci da portare in dono… dove lo trovi un paese così, dove la gente ti invita a mangiare a casa propria?

Mi è capitato anche d’incontrare alla stazione di Asmara un viaggiatore cecoslovacco, zaino in spalla. Lui, seduto su una panchina in attesa, vedendomi arrivare, mi ha chiesto l’orario dei treni…Gli ho risposto che non c’era un “orario dei treni” perché erano organizzati su richiesta, per i turisti. Ma lui ha insistito, spiegando che veniva da un po’ di giorni perché il custode gli aveva detto che «il giorno dopo sarebbe partito il treno», non per prenderlo in giro ma perché quello è il suo lavoro.

Abbiamo parlato un po’ e mi ha detto che era più di un mese che girava l’Eritrea da solo, chiedendo i permessi necessari

Quand’era partito tutti gli avevano detto che era matto. Avrebbe trovato criminalità, guerra…invece l’Eritrea era friendly.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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8 Commenti

  1. Husamuddin AMIJI says:

    Brava Erminia,

    una splendida e veriteria storia di Eritrea e Eritrei….anche mia famiglia ha presenxa in Eritrea dal 1885 e abbiamo vissuto per quattro generazioni a Massawa prima e Asmara dopo.Penso che che conoscevi mio padre chiamato anche Nazmuddin “sei dita”…

    Husamuddin Amiji

  2. GINO Paolo Vaccani says:

    La sig. ra Dell’Oro dovrebbe imparare a non generalizzare: sono un docente della scuola italiana di Asmara e non mi sento ne arrogante ne superiore ai miei studenti.
    Può esserci qualche docente imbecille,così come può esserci qualche scrittore imbecille ma la maggior parte dei colleghi qui lavora seriamente e non corrisponde affatto alla descrizione fatta dalla signora.

  3. Bruno Sulli- Trieste says:

    Che intervista ! Brava Marilena. Si legge in un fiato.

  4. Vorrei ribadire che nonostante la presenza di una dittatura il popolo eritreo ha mantenuto la sua innata propensione alla serenità, questo è vero, ma è altrettanto vero che la dittatura esiste. Il Derg aveva intaccato l’istruzione, vero. Il governo eritreo favorisce la scolarizzazione, dipende. In Eritrea si studia fino ai 18 anni, dopo si resta a completa disposizione del governo eritreo per svolgere una famigerata leva militare la cui durata è infinita. Vessazioni, umiliazioni e violenza sono ciò che viene riservato ai cittadini, uomini e donne, che espletano il servizio militare. Questo costringe migliaia di giovani ad imbarcarsi per raggiungere l’Europa, trovando spesso la morte nel Mediterraneo. L’embargo imposto al paese ha fatto schizzare i prezzi alle stelle, mangiare un tozzo di pane è un’impresa per molte famiglie. Nel 2011 il dittatore fece svanire nel nulla i ministri rei di aver chiesto una costituzione e libere elezioni per il paese, nessuna congiura pro Etiopia. Molti giornalisti ne hanno seguito il triste destino.
    Gli italiani sono stati toccati sul piano economico tanto dal Derg quanto dall’attuale dittatura. Il Derg espropriava, la dittatura requisisce allo stesso modo. Non fu il governo eritreo a risarcire gli italiani intaccati dal Derg, ma quello italiano. Oggigiorno un italiano in Eritrea non può ereditare i beni della sua famiglia, molte case di proprietà privata sono state requisite dal dittatore senza alcuna spiegazione o giustificazione. Gli italiani che parlano male del governo, così come gli eritrei, vanno incontro a problemi molto seri. Questo è il quadro reale della dittatura che abbiamo oggi in Eritrea. Poi è chiaro che la bellezza del paese, la gioia di vivere degli eritrei sopravvivono e resistono stoicamente a tutto.
    In quanto ai professori delle scuole italiane ritengo che il giudizio sia alquanto azzardato. Molti professori si sono prodigati per fare ottenere delle borse di studio per i loro studenti quando ancora questo permetteva di evitare la leva militare a vita. In molti si sono distinti non solo per professionalità, ma anche per compassione e solidarietà. L’espulsione delle ong non è stata dettata dal desiderio di tagliare le spese e i costi dei loro operatori, quanto piuttosto dall’esigenza del governo di annientare e distruggere il paese lontano da occhi indiscreti. Per quel che concerne l’operatrice che sfamava gatti e cani ritengo sia più opportuno discernere la sfera professionale da quella privata, un conto è giudicarne il comportamento negativo nei confronti delle donne che lavoravano alle bomboniere, mentre il fatto che lei amasse gli animali è un discorso completamente distinto da tutto il resto.
    La signora Dell’Oro aiuterebbe di più il popolo eritreo denunciando i soprusi che questo subisce a causa dell’attuale dittatura piuttosto che mascherare la triste situazione in cui versa il paese sotto la coltre di una nazione felice e spensierata nonostante i problemi che deve quotidianamente affrontare. Se per lei gli anni più belli sono stati quelli della liberazione del paese dal giogo etiopico probabilmente per gli eritrei quelli più belli arriveranno con la caduta dell’attuale regime dittatoriale.
    Mantengo l’anonimato proprio perché siamo sotto una dittatura e basta un piccolo scritto come questo per andare incontro a conseguenze molto dure.

  5. GIACINTO MATARAZZO says:

    Nessun commento circa l’opera dell’autrice. E’ una biografia di una famiglia di “vecchi coloniali”, cosi come potrebbe essere la biografia della mia famiglia che ha vissuto in Eritrea, Massaua e poi Assab, mio padre dal 1935, io e mia madre dal 1937 fino alla metà di maggio del 1961. Io ad Asmara dal ’47 al ’52 per le superiori, “Bottego”, Certo con la sig.ra Dell’Oro chissà quante volte ci saremmo incontrati per le strade di Asmara ! Credo che onguno di noi che ha vissuto in quella terra ne prova ancora oggi nostalgia. Mio padre ci fu mandato nel 1926 in quanto al comando di un mercantile che per conto del governo di allora, con base a Massaua, face la spola tra i porti del Mar Rosso. Tornò in Italia nel 1928 e navigò fino al 1935 anno in cui fu destinato a Massaua come pilota portuale con altri due suoi colleghi presso la Capitaneria di quel porto in vista delle note operazioni belliche contro l’Etiopia. In quanto ufficiale di complemento della R.M. nel 1940 fu richiamato e destinato al comando di una batteria nei pressi di Emberimi. La prima batteria a entrare in contatto a fuoco, dal 1 al 4/4/41, con le avanguardie inglesi che dopo lo sfondamento di Cheren si accinsero a valicare le pendici orientali per accerchiare Massaua che cadde l’8 aprile del 1941. Ovviamente fini in campo di concentramento da dove riusci ad evadere e rimanere in latitanza fino all’8/9/43. Nel 1944 dalla stessa amministrazione gli fu proposto di riprendere il suo posto di pilota a Massaua e fu incaricato di riaprire la Capitaneria al porto di Assab. Di nuovo a Massaua dal 1946 al1952 quando fu incaricato nuovamente ad Assab per il passaggio di consegne di quel porto al Governo Etiopico che volle averlo ancora alle proprie dipendenze . Il 26/1/1953, prima visita dell’Imperatore ad Assab lo volle conoscere personalmente e il loro colloquio durò circa mezz’ora, ovviamente su questioni pertinenti il porto. Nel 1956 fu inoltre incaricato ad organizzare ed aprire una scuola nautica per giovani allievi etiopici e lui ne fu il direttore, insegnando astronomia, navigazione e manovra, fino al 1961 quando capimmo che gli orizzonti iniziavano ad annuvolarsi, Come vedete ognuno che ha vissuto in quella terra ha una storia da raccontare. E’ ovvio che i nostri occhi erano colmi di lacrime e la tristezza ci stringeva il cuore sapendo che non avremmo più rivisto quelli che per lui erano i suoi collaboratori, uomini di mare come lui. Io non sono mai più voluto tornare in Eritrea, L’ho voluta sempre ricordare come l’ho vissuta sin dall’infanzia..

  6. Grazie Erminia, condivido in pieno la tua analisi storica di quello che e’ stato il passato, ma sopratutto il presente della nostra Eritrea. Nonostante tutte le avversita’, gli eritrei riusciranno comunque a riscattarsi da tutti i torti subiti. Chiunque li conosce sa benissimo che a loro non mancano di certo gli attributi, la volonta’ e sopratutto la dignita’ per migliorare le sorti del nostro paese. Riguardo le maestre italiane confermo quello che dici, sono superpagate in un paese dove dovrebbero essere loro a pagare per il livello di vita che conducono…
    Cordiali saluti.

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