Eritrea, Wedding Planner

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Le televisioni occidentali, da qualche anno, propongono format nuziali eleganti, non convenzionali, campagnoli, cittadini, gipsy, con mamme & suocere che si contendono il primato sulla scelta dell’abito, future nuore e figlie pronte alla lacrima in diretta, generi e suoceri rassegnati al ruolo di comparsa.

L’Eritrea, però, quanto a wedding planner potrebbe dare lezioni perché lo stratega del wedding è persona dalle molteplici doti, in grado di dirigere e coordinare l’evento che si protrae per giorni, con al centro la cerimonia religiosa.

Sull’altopiano si celebrano soprattutto matrimoni con rito religioso cristiano copto.

I preparativi cominciano una settimana prima della data stabilita per la cerimonia, con l’allestimento di tendoni par condicio, uno davanti alla casa dello sposo, uno davanti a quella della sposa. Tutte le zone della città sono attrezzate per noleggiare l’occorrente, però in caso di tutto esaurito, perché capita anche questo, è Medeber, la fucina di Asmara, a preparare, su commissione, paletti e tendoni.

Una volta allestite le tende, si canta, si balla, si festeggia con injera e zighinì per celebrare la nuova unione. In tutta l’Eritrea si festeggia così, non solo nella capitale.

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© Giovanni Porzio, Massawa, matrimoni

Oggi però i giovani asmarini hanno scoperto le location gli alberghi, l’Asmara Palace, i ristoranti, il Castello, il Sicomoro, l’Expo oppure, molto gettonato, il bar di fronte all’aeroporto, con un giardino che può essere interamente riservato.

In città, più che altrove, la tradizione è scalzata dall’originalità.

Oltre al noleggio di una lussuosa macchina, gli sposi, a volte, scelgono il vintage di una vecchia Fiat 500, oppure il romanticismo di carrozze e cavalli.

Mentre intervisto i giovani novelli o futuri sposi, penso che sguardi e commenti occidentali catalogherebbero il vintage, siccome non siamo a Parigi o Londra, alla voce “povertà”…

Molti sono i negozi di “abiti da cerimonia” per lo sposo, la sposa, gli invitati.

In realtà si noleggia, non si acquista perché, mi spiegano, non c’è l’usanza di conservare l’abito delle nozze. Lo compera solo chi vive all’estero, per sceglierlo in tempo. Ambìti acquisti esteri sono invece le scarpe, spesso made in Italy:  tacco 12, per un Sex and the City d’Eritrea

In chiesa, sopra l’abito tradizionale, oppure occidentale, gli sposi mettono una cappa leggermente diversa per uomini e donne, di velluto nero con ricami oro. In testa è posta una corona, qualche volta uguale al mantello, per simboleggiare la sovranità degli sposi e l’importanza della scelta di condividere il futuro.

Le cappe sono parte del rito religioso però, mentre ad Asmara e in genere nelle città si noleggiano, nelle chiese più isolate sono prestate agli sposi solo per la cerimonia.

Le corone, differenti da chiesa a chiesa, quelle di Ende Marian sono di colore rosso, uguali per tutte le coppie, vanno restituite dopo la funzione, se gli sposi desiderano rimanere incoronati per tutto il giorno dovranno utilizzarne altre.

Mese tradizionale per le nozze è gennaio, però l’estate, una volta evitata per le piogge, è il mese scelto quando gli invitati arrivano dall’estero, per una questione di vacanze.

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© Giovanni Porzio, Massawa, festa di matrimonio

Un tempo il giorno dei matrimoni era la domenica, ora non più, ci si sposa di sabato per evitare l’affollarsi di matrimoni e battesimi.

Prima del matrimonio, a casa della sposa (e a sue spese) si fa la “festa degli amici”, arki halifot durante la quale gli amici dello sposo “invadono” la casa della futura moglie, per “distruggerla” simbolicamente e dare inizio alla nuova vita.

La mattina delle nozze lo sposo passa a prendere la sposa per accompagnarla in chiesa, fanno colazione insieme e posano per il reportage fotografico.I professionisti sono almeno due (uno per famiglia), luce per gli occhi degli sposi, ben felici di concedersi agli scatti e alle riprese. Non mancano, per fermare l’attimo, neppure schiere di telefonini.

Ci si sposa di solito nella chiesa più vicina, quella di zona, non da soli ma insieme ad altre coppie.

La liturgia in ghee’z qualche volta è sostituita dalla lingua tigrina perché per la chiesa copta è importante la partecipazione dei fedeli e, come dice l’apostolo Paolo,«se parlate in una lingua straniera senza spiegarla, come si comprenderà ciò che dite?».

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© Michele Pignataro, Asmara, cerimonia di nozze, Enda Marian

Fondamentale durante la cerimonia è il canto: i fedeli pregano accompagnati dal coro, al suono di triangoli e cimbali. I preti, vestiti di bianco, durante la messa, danzano con lunghi bastoni, al suono di canti liturgici.

L’architettura delle chiese copte rispecchia, nella forma, l’importanza della partecipazione dei fedeli che occupano la navata di fronte all’altare maggiore, dedicato di solito al santo della chiesa, e al coro. La zona più distante dall’altare, dove un tempo stavano i penitenti, oggi è il punto dove ci si toglie le scarpe prima di entrare.

Gli “amici degli sposi” hanno un ruolo simile ai “testimoni” nel rito cattolico e, a fine cerimonia, firmano sul registro della chiesa. Non è detto che testimoni siano le damigelle o i loro compagni. Per consuetudine le donne non sono mai testimoni, anche se non esiste un esplicito divieto.

Le damigelle, ancelle della sposa che sceglie per loro colore e stile dell’abito, hanno il compito di aiutarla, animare la festa, condurre le danze.

Si riconoscono a colpo d’occhio, colorate, lustrissime, scollate anche a gennaio, svettanti su stiletti appuntiti, non perdono di vista la “loro” sposa, lo strascico, l’acconciatura, il velo.

I compagni, in genere s’identificano per l’identico richiamo di colore negli accessori o in un dettaglio dell’abito.

Le invitate si preparano con cura per la festa, scelta dell’abito, capelli, manicure, tutto dev’essere glamour, scintillante.

Il dorso delle mani è disegnato con tattoo colorati all’ hennè, non più solo con strisce tradizionali ma con arabeschi d’importazione. Palmo della mano e piedi possono dipingerli  solo le donne sposate, motivo per cui la sposa lo fa durante il festeggiamento.

Un tempo le unghie erano colorate con hennè, oggi sostituito da smalti acrilici cui si aggiungono piccoli motivi floreali, stelline, conchiglie, come mostrano le fotogallery nail art. 

Tradizionale, bellissima e impegnativa è la cura dei capelli, impreziositi da fili d’oro e pendenti, fermati da treccine e boccoli, mentre le donne, parenti dello sposo, per l’occasione, mettono nei capelli bionde extension. 

È usanza che lo sposo regali i gioielli che la futura moglie sfoggerà durante la festa.

Terminata la cerimonia, prima della honeymoon, magari al mare di Massawa, tradizione vuole che gli sposi restino per venticinque giorni a casa dello sposo, senza uscire e, soprattutto, senza abbandonare il talamo coniugale, protetto e separato da complici tende, ma non immune dal passaggio scherzoso di amici che se la ridono su destinazione e destino degli sposini.

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2 Commenti

  1. MILANI MICHELE says:

    Volevo fare solo una precisazione: il MEDEBER non è altri che il CARAVANSERRAGLIO (COSì CHIAMATO DAGLI ITALIANI QUANDO L’HANNO COSTRUITO) in questo posto si fa di tutto e si trovano dei ragazzini di 12 anni che potrebbero bagnare il naso a quelli di 18 anni qua in Italia: sanno fare di tutto

  2. Vorrei precisare che l’Eritrea e’ un paese di Pace e Solidarieta’, noi siamo orgogliosi di essere Eritrei. Caminiamo con i Ns propro forza, non amiamo le lemosina, l’atuale Governo minitare sta guidando il paese indicando che la forsa sta in ogni uno di noi.
    Cosi andra, non vogliamo che si tocchi il Ns governo, il popolo, nulla si tocchi che sia nostro!! L’Eritrea appartiene solamente algli Eritrrei. sara’ cosi. Diffendiamo con tutte le ns forze. Ora tutto il mondo parla per ci sono cosi tanti profughi Eritrei, loro vogliono andare via, e’ il Governo gli lasci andare punto e Stop.. Si parla della Dittatura, ogni uno di voi si occupi del suo paese, in Italia esiste Democrazia Waw che ridere.. Se rubare, uccidere, violentare, far fallire, imbrogliare, e Democrazia??
    Ben venga la Demovrazia Eritreana. Nessuno si deve permettere di nominare il mi PAESE. Viva L’Eritrea il Popolo Eritreo Awet Nihafash

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