Eritrea, storia recente e attuale

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Panomama intervista il Presidente Isaias Afwerki

Nel 2010 Giovanni Porzio, allora inviato del settimanale italiano Panorama ha intervistato in Eritrea il presidente Isaias Afwerki. L’intervista ad Asmara, nel palazzo costruito a suo tempo dagli italiani per il governatore Ferdinando Martini (1841-1928), è durata a lungo, più di due ore, motivo per cui Il giornale, per ragioni di spazio, non l’ha potuta riportare interamente.

Rileggendola oggi, molte risposte sono ancora attuali: l’Eritrea è un paese povero? Perché non riesce a sfamare i suoi figli? I giovani che scappano sono spaventati da una leva infinita? Perché c’è un solo partito? Perché non c’è stampa libera? Che fine ha fatto il gruppo “G15”? Motivo per cui ritengo interessante pubblicarne nuovamente alcuni stralci, soprattutto le parti inedite.

Non è facile capire l’Eritrea dall’esterno. È un paese giovane, indipendente dal 1991, con un lungo passato coloniale e una complicata storia recente, raccontata spesso da voci che urlano facili e trancianti soluzioni “geopolitiche” .

Per comprenderne la storia e l’attualità è importante, invece, ascoltare le testimonianze di tutti, persino quelle ufficiali, abbandonando per un attimo il sospetto. Questo per evitare sbrigativi e sommari giudizi,  come quelli di chi scrive, riferendosi al vertice del governo eritreo: “sono comandanti militari che si sono formati nelle trincee e nelle caverne dell’acrocoro abissino e non sono avvezzi alle procedure democratiche”.

L’Eritrea ha un regime monopartitico e non ci sono libere elezioni. Come descriverebbe il sistema politico del suo Paese?

Non è uno stato a partito unico. È un prolungamento del processo di costruzione della nazione. I trent’anni di guerra di liberazione (ndr 1961-1991) erano parte del processo: per costruire una nazione bisogna essere prima di tutto liberi. Come si costruisce una nazione dopo aver conquistato l’indipendenza e la sovranità? Ci vuole molto, molto tempo. A causa delle interferenze e degli interventi esterni questo processo non è stato per niente semplice.

Come può affermare che non ci sia un regime a partito unico? Non esistono partiti di opposizione

Intendo dire che per ovvie ragioni, oggi non ci sono alternative.

Ma pensa in futuro d’introdurre un sistema multipartitico e libere elezioni o no?

Anche questo è un argomento che richiede di essere approfondito.
Sistema multipartitico, pluralismo, democrazia.
La costruzione della nazione è per noi il principale obiettivo.

Il sistema politico è un veicolo, un mezzo non un fine in sé. Gli sviluppi del processo di costruzione della nazione sono molteplici. Ora noi siamo nello stadio iniziale di questo processo, fra venti, cinquanta, cent’ anni le cose saranno senza dubbio differenti. Ma noi dobbiamo mantenere la rotta della costruzione della nazione. Oggi non abbiamo scelta, con tutte le interferenze esterne. Ma anche se queste non ci fossero noi dobbiamo costruire un ambiente favorevole alla partecipazione di tutti all’edificazione nazionale, una partecipazione che è un mezzo, non un fine.

Non ci interessa parlare di multipartitismo e di pluralismo, dovremmo innanzitutto concordare sulla definizione di questi termini.
È più importante la costruzione dello stato o il multipartitismo?
E poi siamo realisti, ci sono forse Paesi in Africa che sono riusciti a edificare uno Stato? Sono tutti divisi, frammentati, in preda a continue crisi a causa del multipartitismo, un sistema che alla lunga polarizza la società verticalmente, con partiti religiosi, partiti tribali, partiti nazionalisti, partiti basati su ogni genere di divisioni.
Il pluralismo, senza una profonda trasformazione sociale, conduce alla frammentazione della società e a continue crisi interne. Non vogliamo ripetere questi stessi errori sotto la bandiera del pluralismo. Dobbiamo costruire la nazione e trasformare la struttura verticale che vediamo nelle società. Come? Come trasformare la società in modo che ampi strati trasversali della società condividano gli stessi valori e gli stessi ideali relativi ai cambiamenti in corso? Dobbiamo organizzare una larga partecipazione della gente al processo di trasformazione della società. E questo non avviene in nessuna parte dell’Africa.

Ma come può la gente partecipare alla costruzione nazionale se non esistono partiti? In che modo la gente può esprimersi?

La gente ha partecipato durante la guerra di liberazione che è il periodo più difficile nella storia di una nazione. C’era un solo obiettivo comune, la liberazione del Paese. Non c’erano divergenze politiche, ma un unico obiettivo comune. Potevo avere le mie opinioni personali, mio fratello pure o il vicino di casa, ma tutti avevano un obiettivo comune. E non c’erano opzioni, se vuoi combattere una guerra di liberazione devi avere un’unica strategia, un unico piano e tutti devono metterlo in pratica. Bisogna fare quello che dev’essere fatto. E questa è stata la prima fase. Dopo la liberazione e l’indipendenza siamo entrati in una fase diversa, nella quale abbiamo dovuto preparare e consolidare il terreno per la fase successiva. Non possiamo d’un tratto introdurre il multipartitismo rischiando di spaccare la società e di entrare in crisi.

È ciò che è avvenuto in Somalia, Etiopia, Sudan, Kenya, Nigeria. Non faremo gli stessi errori solo per poter dire che siamo molto democratici e che consentiamo una larga partecipazione che poi si traduce in partecipazione su basi tribali, religiose o nazionali, gruppi che poi finiscono per combattere tra loro. Non abbiamo paura dei conflitti, non li temiamo, ma pensiamo che sia meglio creare una situazione adatta perché ognuno possa esprimere le proprie idee.

Del resto è così anche nel resto del mondo. Un tempo ci si poteva definire socialisti, socialdemocratici, cristiano-democratici ma ora si parla sempre più di segmenti trasversali della società, classi, inter-gruppi, strati sociali che rappresentano segmenti della società e che si organizzano per raggiungere determinati obiettivi, difendere i diritti di un determinato segmento sociale. Non mi riferisco alla lotta di classe o a partiti con un riferimento di classe. Penso che ci si debba organizzare in modo trasversale. Interessi politici, economici, sociali e culturali devono unire persone di diversi strati sociali e di diversa estrazione, gente che non proviene da un singolo clan, da una singola tribù, da una singola religione, ma che si aggrega in modo trasversale, sulla base di valori e ideali condivisi.

Per raggiungere questo livello non si può plasmare o gestire in piccolo la società. Bisogna trasformare l’intera società per raggiungere un simile livello di sviluppo. Allora sì che si potrà parlare di politica e di partecipazione. La partecipazione è una forma di aggregazione che muta quando la trasformazione della società raggiunge un determinato livello. E non è la fine della storia, il processo di trasformazione delle società è infinito, dinamico.

Ma il risultato finale sarà un sistema democratico?

Quanto alla democrazia, in Kenya c’è democrazia? La definizione di democrazia è importante. Non si possono avere dubbi filosofici in proposito. La democrazia ha un significato in relazione al livello di sviluppo della società. In Europa ci sono livelli diversi di democrazia, in Italia, Spagna, Germania, Francia, Paesi nordici. Gli Usa e la Gran Bretagna hanno le loro tradizioni. Il livello di sviluppo di queste società nelle differenti fasi storiche hanno determinato le modalità della partecipazione. Non si può dire che ci sia una forma di democrazia adatta a tutte le società. La cittadinanza è un diritto primario su cui tutti concordiamo e i diritti di ogni cittadino devono essere protetti. Quando i cittadini si organizzano in un partito politico o in altro modo per esprimere le loro opinioni, questo dev’essere un mezzo per migliorare le loro condizioni di vita, per partecipare alla costruzione di quella nazione in quella particolare fase storica. Questa è la natura della storia e della società. Non si può distorcere, cercando d’importare dall’esterno ideologie o forme che alla fine producono il caos. Si può parlare di partecipazione della gente in Italia perché l’Italia ha attraversato un lunghissimo processo storico, oppure si può parlare del Sud Africa, del Kenya o della Nigeria nel contesto delle trasformazioni che sono avvenute all’interno di quelle società.

Non esiste una democrazia valida per tutti.

D’accordo, ma lei è il presidente dell’Eritrea. Che forma di sistema politico immagina per il futuro nel suo paese?

Una più larga e più significativa forma di partecipazione, in conformità alla fase che arriverà. Il mio lavoro consiste nell’occuparmi della fase attuale, fino in fondo.
Non posso lanciarmi in previsioni sulla fase successiva. Posso avere le mie idee, ma penso di concentrarmi sulla fase attuale. Posso fare errori, imparare dalla mia esperienza, ma la rotta è molto chiara e non voglio ripetere gli errori di altri.
La gente parla di democrazia, in Europa si parla di democrazia. Ma come giudicate le monarchie in questa regione del mondo? Come giudicate la situazione in Cina? Perché ci attaccate e volete trasformarci in cavie per le vostre fantasie sulla democrazia e il multipartitismo? Quando parlate di libertà religiosa allora andate in Cina e dite ai cinesi di adottare il cristianesimo o l’islam o un’altra religione! È sbagliato e ingiusto pensare che solo voi abbiate ragione, che solo voi abbiate idee giuste, che gli altri abbiano idee sbagliate e che dobbiate imporre agli altri la vostra visione della vita. Lasciate che la gente faccia le proprie scelte e faccia un percorso di trasformazione per arrivare a un livello in cui sia possibile scegliere le forme politiche che si adattano alla loro realtà.

È un gioco rischioso, specialmente in Africa, dove le crisi si ripetono e invece di assistere a un progresso della storia vediamo le comunità tornare al medioevo, invece di proseguire lungo il corso naturale delle trasformazioni sociali. Non voglio generalizzare, ma prendiamo ad esempio la Somalia: la Somalia dovrà attraversare un periodo di trasformazione, ma se sono prescritti certi modelli di democrazia per la Somalia questi sono destinati a fallire. L’Iraq e l’Afghanistan sono situazioni diverse. Ma bisogna sempre rispettare i sentimenti e i diritti degli altri. La gente deve poter fare le cose in modo tale che portino stabilità, benessere e miglioramenti nella qualità della vita, senza scartare l’idea di una partecipazione popolare. Se c’è un piccolo gruppo che controlla tutto, le risorse, la ricchezza e la politica di un Paese, magari esistono dei partiti politici ma sono gruppi che dispensano favori attraverso sistemi e pratiche corrotte.

Ma come può la gente, adesso, in Eritrea partecipare al dibattito politico?

Attraverso le organizzazioni di base. Ci sono organizzazioni dei giovani, delle donne, sindacati dei lavoratori e il Fronte è presente in tutto il tessuto sociale. Ma ci sono altri strumenti di rappresentatività a tutti i livelli: regioni, province, villaggi, comunità. La gente partecipa a tutte le imprese economiche, alle manifestazioni sociali e culturali.

In Eritrea ci sono organizzazioni sindacali delle donne, dei giovani, l’istruzione è garantita a tutti, così come la sanità.

Come? È un processo di trasformazione. Noi non diciamo di fare questo o quello. Nemmeno nel settore culturale. Prendiamo ad esempio la questione della terra. Da noi c’è una regola: un villaggio ha la propria legge consuetudinaria. La terra è censita dagli anziani o da un organismo eletto e la dividono in tre o quattro categorie, ogni cittadino ha il diritto di utilizzare una parte di queste terre, senza alcuna interferenza. Se nel tempo la popolazione di quel villaggio aumenta la terra viene ridistribuita sulla base delle nuove esigenze. Questo è un esempio di partecipazione all’economia di una piccola comunità, dove la terra viene usata senza fare discriminazioni. È un piccolo sistema che però può essere applicato anche all’agricoltura industriale senza introdurre nuove tecnologie. Questa è una forma di partecipazione nel settore economico. Lo stesso avviene nel settore dei servizi.

Il governo fornisce i servizi sanitari e l’istruzione, che devono essere gratuiti. Ogni cittadino ha diritto all’istruzione, può fallire o riuscire, ma tutti hanno diritto, è un’opportunità. Non deve darsi il caso che una famiglia o una comunità mandino i figli a scuola perché hanno i soldi mentre alla maggioranza che non ne ha la possibilità l’istruzione sia negata. È una responsabilità del governo offrire a tutti l’istruzione.
E non si tratta di altruismo o buona volontà, tutti devono avere l’opportunità di mandare i figli a scuola per apprendere qualche cosa di utile, per essere in grado di mantenersi e rendersi indipendenti.

L’istruzione è un diritto e bisogna creare le condizioni adatte per assicurarla a tutti. Così la sanità. Ci possono essere diversi modi per garantire i servizi sanitari ma anche questo è un diritto di tutti, non si può negare l’assistenza sanitaria a chi non ha i mezzi per potersela permettere. Ogni tipo di cura è garantita a tutti. Questi sono diritti fondamentali. Come la gente partecipa a questo? Ogni cittadino ha l’obbligo di pagare le tasse, secondo il reddito o le leggi vigenti nel paese. La sfida più importante è proprio quella di progettare politiche adeguate, in grado di preservare i diritti dei cittadini e la loro partecipazione in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Non è una scelta, è un diritto dei cittadini di qualsiasi nazione. È responsabilità del governo assicurare i servizi sanitari non solo nelle grandi città ma anche nelle aree più remote. È responsabilità del governo assicurare l’istruzione a tutti i cittadini, dando la priorità ai più svantaggiati.

E la libertà di stampa? La libertà di espressione? La possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni? Qui non c’è libertà di stampa.

Io penso che la libertà di stampa non esista. Purtroppo con la globalizzazione siamo diventati schiavi dei grandi gruppi che controllano i media, le nostre menti e le nostre vite. Con tutti i progressi della tecnologia informatica e l’accesso generalizzato alle informazioni, chi controlla questi mezzi controlla anche noi. E poi ci dicono che c’è libertà di stampa. Questo è un insulto all’intelligenza di tutti noi.

Tutti i media sono controllati da alcuni gruppi ristretti. All’inizio c’erano spazi di libertà per molti soggetti, giornalisti, gruppi editoriali impegnati a diffondere le informazioni. Poi non è una sorpresa se alcuni gruppi ristretti si sono accorti che potevano utilizzare i media per i loro fini e manipolare l’informazione. Posso fare i nomi di queste corporazioni che in forza del loro potere economico hanno conquistato il controllo dei media.
A molta gente negli Usa è negata la libertà di esprimersi nel senso che sono manipolati in continuazione, giorno dopo giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo da queste grandi corporazioni dell’informazione. E poi ci dicono che c’è libertà di stampa! Solo perché si può insultare qualcuno, senza neppure avere i requisiti di base per poter informare in libertà, non vuol dire essere liberi! Libertà di stampa significa permettere a tutti di esprimere liberamente le proprie opinioni al di fuori delle manipolazioni e del controllo di chi possiede i media. C’è una chiara distinzione tra chi li possiede e chi non li possiede. Oggi chi li possiede controlla tutto ciò che è disponibile nel cosiddetto mondo dell’informazione. Qui noi abbiamo quelle che chiamiamo organizzazioni di base, non si fa informazione solo con i giornali, i programmi tv o radiofonici.

I mezzi d’informazione più efficaci, nella realtà eritrea, sono le riunioni di villaggio.

Ci sono riunioni a livello di villaggio in cui la gente dice quello che pensa La gente è libera di esprimersi, di parlare dei propri problemi. È una cultura che noi coltiviamo.

Quindi lei afferma che in Eritrea c’è libertà di espressione, libertà di protestare e di criticare il governo.

Non poniamo limiti alla libertà di espressione. Non solo qui, anche nella diaspora. Si dice che poiché siamo un Paese piccolo, con polizia e apparati di controllo, alla gente non è permesso esprimere le proprie opinioni. Che dire allora delle centinaia di migliaia di eritrei che vivono negli Usa, in Europa, in Medio Oriente e altrove?

In Eritrea la libertà non è soffocata da uno stato di polizia.

Tra i cittadini e nelle comunità eritree noi coltiviamo questa cultura che lascia liberi di esprimere i propri punti di vista. Come può un governo o un’istituzione funzionare senza la partecipazione della gente? Quando prepari un programma educativo, sanitario, agricolo, come fai? Formuli idee che non tengono conto e non riflettono i desideri della gente? E come i cittadini esprimono le proprie volontà rispetto a questi progetti? Nell’economia, nell’istruzione, nei servizi sociali, nella cultura, in tutto devono potersi esprimere, è la loro vita, e per partecipare non devono essere autorizzati perché è un loro diritto poter dire come vogliono che le cose siano fatte. I media, come sempre, distorcono i fatti, sono in mano a gruppi sempre più ristretti ed è molto difficile parlare di libertà di stampa.

Ma i dissidenti del movimento G15 sono stati arrestati. E perché sono da quasi 10 anni in carcere senza processo?

Questa vicenda è ancora una volta il prodotto di un intervento esterno.
Che cosa avremmo dovuto fare, poiché la sicurezza nazionale del paese e la sua stessa esistenza erano minacciate da individui che, dall’interno del proprio paese, cercavano di distruggerlo?
La vicenda si è verificata in tempo di guerra, una guerra provocata, ed è il risultato di un intervento esterno. Non è il risultato di una normale dinamica politica all’interno del paese. C’è stata istigazione, correlata alla guerra di confine con l’Etiopia.
Non è una vicenda politica. Si è trattato di un intervento esterno durante la guerra di confine e ha messo in pericolo l’esistenza della nazione. E la guerra di confine era un’aggressione esterna.
Non abbiamo mai pensato che quella guerra di confine avesse alcuna giustificazione.

Coloro che oggi ci accusano di violare i diritti umani sono gli stessi che hanno istigato la guerra di confine, per i loro fini nella regione e in Eritrea. E, accade ovunque, hanno reclutato individui disposti a promuovere i loro fini, indebolire e distruggere la nostra nazione. Noi abbiamo il diritto di difendere il paese, non si tratta di politica.

Lei dunque sostiene che quei dissidenti sono stati arrestati perché rappresentavano una minaccia per la sicurezza nazionale?

Assolutamente sì.

Niente a che vedere con la politica, con la manifestazione di idee diverse dalle sue?

Sarebbe un controsenso. Non abbiamo paura delle idee. Non abbiamo paura delle idee di nessuno.

Allora si è trattato di un vero e proprio complotto, di una minaccia molto seria?

Certamente era una cosa molto seria.
E come avremmo dovuto risolverla? Con il plotone di esecuzione? Abbiamo cercato di contenere la minaccia, di limitare i danni alla sicurezza nazionale. È un obbligo non solo per il governo e le sue istituzioni ma anche per la popolazione di un paese, è la sua sopravvivenza, la sua stabilità, il suo sviluppo che sono minacciati. Dal 1998 (ndr, 1998-2000, guerra Eritrea-Etiopia per la regione intorno al confine di Badme) a oggi abbiamo assistito a vari tentativi d’ interferenza esterna allo scopo di indebolire e distruggere questa nazione.
Abbiamo il diritto di combattere per difendere la nostra esistenza, la nostra stabilità, è il diritto alla nostra autodifesa. La politica non c’entra. Lo può chiedere a chi ci ha aggredito. […] Ripeto, si è trattato di autodifesa, non di un fatto politico.

Ma gli arrestati saranno giudicati un giorno o resteranno per sempre in carcere?

Non ha importanza. Perché come ho già detto si è trattato di una manovra esterna che ha minacciato la nostra sicurezza nazionale. Ci siamo limitati a contenere il danno. Questo fa parte del nostro diritto all’autodifesa e continueremo a farlo finché ci sarà minaccia. Ora non crediamo per niente che ci sia il pericolo di una guerra, la guerra per noi ormai è storia, ma ci sono continue interferenze esterne e minacce alla nostra esistenza e sicurezza nazionale. Abbiamo tutto il diritto di difenderci.

Alcuni degli arrestati erano suoi amici, suoi compagni per molti anni durante la guerra di liberazione, come Petros Solomon, ex ministro della Difesa e degli Esteri. Cosa ha provato quando li ha fatti arrestare?

È qualcosa che può sorprenderti la prima volta che ti capita nella vita. Ma per me non è una novità. Abbiamo combattuto una guerra di liberazione lunga trent’anni. Molti compagni d’armi hanno disertato e sono passati al nemico, combattendo contro di noi. Erano pronti a ucciderti, a uccidere la tua gente. Non è una novità. Succede nelle società, succede nella storia. È una questione di sopravvivenza fare ciò che bisogna fare. In quei trent’anni abbiamo vissuto molte e complesse evoluzioni politiche.

Ma non prova alcuna tristezza, alcun dolore per la sorte dei suoi ex compagni?

Col tempo s’impara a convivere con questi sentimenti. Hai un obiettivo, uno scopo, vorresti vedere ognuno fare bene il proprio lavoro. L’episodio di cui abbiamo parlato è recente ed è stato facile superarlo. Durante la guerra di liberazione, quando i compagni disertavano, anche da posizioni di alta responsabilità, e passavano al nemico, compromettendo i tuoi segreti, e usavano la forza del tuo nemico per venire a ucciderti, a uccidere chiunque, a distruggere quello che avevamo costruito, era peggio. Era molto amaro. Ma con il tempo sviluppi un’immunità che ti permette di non distrarti e di continuare a combattere per la sopravvivenza e l’autodifesa. Ma succede. E hai pietà per chi cade in quella trappola, per una ragione o per l’altra, infliggono molti danni alla propria stessa gente. Non è un fatto isolato in Eritrea. Qui le madri, le donne sono molto forti, e ogni donna prega per non vedere i propri figli tradire la nazione. Se tradiscono, è molto triste, ma non c’è nulla che si possa fare, bisogna andare avanti e cercare di limitare i danni.

Non ha l’impressione che ci sia un gap crescente, una divaricazione, tra la generazione che ha fatto la guerra e chi è nato dopo la liberazione?

La società è cambiata, ma io vedo lo stesso patriottismo, adattato alla nuova realtà. La sostanza e gli ingredienti sono gli stessi. I giovani sono orgogliosi di essere eritrei e di difendere il loro paese, la loro famiglia, i loro vicini di casa, c’è ancora questo spirito, forse ancora più forte adesso. È una fortuna che si sia adattato alle nuove circostanze.
Certo non è come ai vecchi tempi, le cose sono cambiate. Si parla dei giovani che lasciano il Paese per andare altrove. Chiunque può sbagliare, farsi illusioni su certe cose ma qui restano le famiglie, le comunità, il nostro paese. Questo non può cambiare. E, in effetti, ogni volta che c’è una sfida, una minaccia alla nazione, la gente è sempre preparata a combattere in difesa della nazione. Quindi la sostanza è la stessa ma il tessuto connettivo è diverso. È un diverso tipo di patriottismo, un tempo significava partecipare alla guerra di liberazione, imbracciare le armi e combattere. Le cose erano o bianche o nere. Ora è più complicato, le sfide sono più complesse. Ci vuole tempo ed esperienza per comprenderlo, alcuni lo imparano facilmente, altri hanno bisogno di più tempo, ma la sostanza è la stessa.

Come lei diceva molti giovani lasciano il Paese. Il numero dei clandestini eritrei in Europa è in aumento. Anche nei campi profughi dello Yemen ci sono numerosi eritrei.

No, non nello Yemen. Vanno in Sudan, attraversano il Sudan.

Perché qui non trovano lavoro e non sono soddisfatti della loro situazione in patria?

Bisogna essere realisti. Se ne vanno perché non sono patriottici, perché odiano il loro governo, odiano il loro paese, il loro popolo, le loro famiglie? No. Cercano nuove opportunità di lavoro. E questa è una delle minacce che ci arrivano dall’estero, non è permesso condurre una vita normale, non ci lasciano in pace. Noi chiediamo di essere lasciati in pace per costruire la nostra economia, creare opportunità per la gente, lavoro, istruzione. Non lo permettono, cercano di soffocare la nostra società.

C’è una reazione spontanea quando la gente si sente soffocare vuole andarsene, cercare un’alternativa di vita.

La gente vuole avere una casa, acqua pulita, opportunità, un buon salario, costruire la propria famiglia, la propria vita. Se questo ti è negato e ci sono continui problemi e provocazioni, la gente cerca un’alternativa. L’errore è pensare che andando in Europa o in Medio Oriente si possa avere molto denaro, gratuitamente. Pensano di ottenere pasti gratis, una casa gratis, e tutto il resto. Hanno questa illusione. Soprattutto i giovani, che sono molto emotivi rispetto alle cose della vita, è un fatto ormonale, non è come per gli uomini più maturi che conoscono la vita e hanno visto molte cose e si sono formati le loro opinioni sulla base d’ informazioni e dell’esperienza.

È diverso per i giovani che hanno questa percezione della vita fuori dal loro Paese. Ma in Medio Oriente, se hai la fortuna di trovare un lavoro, ti pagano 400, 500, 1000 rials, non più di 200 dollari. Ma 200 dollari al mese, non sono niente, solo l’affitto di una stanza è almeno 1000 rials, e poi devi compare, il cibo e tutto il resto.
È davvero triste che abbiano questa immagine distorta della vita all’estero. Un’immagine che diventa un’attrattiva che spinge la gente all’errore. Ma è anche un vantaggio perché chi se ne va ha l’opportunità di rendersi conto di come stanno le cose e d’imparare nella pratica. Vorrei poter dire ai giovani che sbagliano, che fanno un grave errore e si mettono in una situazione rischiosa, ma nessuno mi ascolterebbe. Questo trend di emigrare in cerca di una vita facile è come un’ossessione.

I giovani che emigrano cercano nell’immediato il benessere che la nostra società sta cercando di costruire.
[…] Se la vita non è facile persino per un cittadino americano può immaginarsi le difficoltà che incontra un giovane eritreo, senza istruzione, senza specializzazione. Può pensare di trovare una vita facile? E la situazione non è diversa in Europa, dove la gente oggi ha difficoltà a trovare un lavoro, dove anche i lavoratori specializzati sono licenziati dalle grandi società in tutti i settori dell’economia.
Allora come può un emigrante che arriva dall’Africa, senza alcuna specializzazione e senza istruzione trovare un lavoro e una vita facile? È un fenomeno che non ha niente a che vedere con la situazione politica in Eritrea.

I giovani non se ne vanno anche per sfuggire al servizio militare obbligatorio?

No, si fa l’addestramento dopo la fine della scuola superiore e poi si va al college o all’università, non si è obbligati ad arruolarsi nell’esercito. È vero, i giovani restano coscritti, ma non sono obbligati a entrare nell’esercito. Se un giovane non ha le capacità per proseguire gli studi universitari andrà in un istituto tecnico-professionale. La maggioranza fa così. E quando sei stato addestrato per un lavoro non sei obbligato a entrare nell’esercito.

Ma il servizio militare è obbligatorio

Certo. Ma questo non significa che sei nell’esercito.

Però puoi essere richiamato in ogni momento.

Si.

Altrimenti continui a lavorare in fabbrica o in ufficio…

Si, se hai un lavoro. E questo è il problema, se non c’è lavoro non c’è salario. E questa è un’altra conseguenza dell’aggressione esterna e del tentativo di soffocarci. Avremmo potuto fare meglio se non avessimo dovuto impegnare tutte le nostre forze e dipendere dalle risorse del governo.

Allora molti giovani scelgono l’esercito perché non hanno alternative di impiego?

In minima parte. Non è saggio tenere tutti sotto le armi.

Ma qual è il livello dei salari in Eritrea?

Facciamo l’esempio del settore agricolo: ognuno cerca di guadagnare qualcosa impegnandosi in un progetto agricolo. Bisogna ancora raggiungere l’obiettivo che il salario sia compatibile con il livello di produzione raggiunto in quella determinata area. Prendiamo la pesca: non si è sviluppata in modo tale da poter impiegare il maggior numero di persone con un salario adeguato. Oppure guardiamo il turismo: l’industria non è decollata, ci sono piccoli alberghi qua e là ma non è decollata, non si è sviluppata in modo da poter generare un reddito sufficiente a pagare salari adeguati ai lavoratori di quel settore. Sono problemi economici.

Avete un problema di fame, di denutrizione in Eritrea?

Assolutamente no.

In questo settore abbiamo ottenuto importanti successi. Intendiamoci, fame e carestia causate dalle ricorrenti siccità sono sempre in agguato. Ma qui è una questione di distribuzione delle risorse disponibili. Una delle nostre priorità è la sicurezza alimentare. Abbiamo varato progetti agricoli che devono consentirci di essere autosufficienti. E vogliamo andare oltre.
Intanto, per qualsiasi raccolto agricolo e prodotto alimentare abbiamo un sistema di distribuzione molto efficiente. Aiutiamo chi non è stato in grado di produrre o non è in grado di acquistare cibo sul mercato.

Con la tessera alimentare e il razionamento?

Si. E fa parte delle responsabilità del governo. Nonostante le difficoltà siamo riusciti a mettere in piedi un efficiente sistema di distribuzione e di produzione alimentare. Ma non è sempre sufficiente. Dobbiamo importare, mobilitare risorse per comprare cibo e colmare il gap.

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