ERITREA, Storia della Scuola Italiana

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©Antonio Politano, Asmara, una lezione all'interno  di una classe della scuola  italiana

©Antonio Politano, Asmara, una lezione all’interno di una classe della scuola italiana

A Piacenza, lo scorso 17 gennaio, presso la Biblioteca Passerini-Landi, per la rassegna “Piacenza che Scrive” EritreaLive ha intervistato Gian Paolo Carini preside dal 2003 al 2012 del Liceo “G. Marconi” di Asmara. L’occasione è stata la presentazione del suo libro “Storia della scuola italiana in Eritrea”, (editore Giorgio Pozzi) scritto con Roberto La Cordara che insegna ancora ad Asmara.

“Storia della Scuola Italiana in Eritrea” è un libro molto interessante, un saggio che si legge come un romanzo, che raccontando vicende poco conosciute aiuta a capire meglio il presente.

È anche un libro “profondamente eritreo” come ha scritto nella premessa il Prof. Massimo Zaccaria, nonostante lingua, autori e luogo di pubblicazione perché, aggiungerei, da un lato narra un pezzo di storia comune, i motivi di un legame ancora esistente, dall’altro fornisce al lettore indizi preziosi per comprendere quale, a dispetto del colonialismo, sia stato il lascito delle scuole italiane.

L’Eritrea, cui Carlo Dossi darà il nome “rosso” dal colore del mare, diventa colonia italiana il 1 gennaio 1890, con Francesco Crispi. Qualche anno prima il Lazzarista Giuseppe Sapeto aveva acquistato, formalmente per conto della Società di Navigazione Raffaele Rubattino, la Baia di Assab, issando poco dopo su Massawa, prima capitale, la bandiera italiana.

Sono anche gli anni (1884-1885) in cui le grandi potenze europee, non l’Italia, si spartiscono l’Africa durante la Conferenza di Berlino, stabilendo che ogni territorio occupato solo da nativi potesse essere rivendicato dagli europei, poi si sarebbe pensato a tracciarne i confini…

Primo governatore della colonia Eritrea è il generale Oreste Baratieri che si dimetterà dopo la sconfitta di Adua (1896) nella quale le forze del negus Menelik travolgono una colonna italiana di 15 mila uomini, moltissimi gli ascari, eritrei assoldati fin dall’inizio nell’esercito italiano.

Con il nuovo governatore Ferdinando Martini (1897-1907) la colonia si avvia a cambiamenti radicali; l’amministrazione da militare diventa civile, la capitale si sposta dalla torrida Massawa ad Asmara sull’altopiano. Una capitale ancora tutta da costruire, unendo i quattro villaggi esistenti. Sono questi gli anni dei grandi lavori, si fanno case, strade, scuole, ospedali, iniziano i lavori per la prima tratta della ferrovia.

Il mandato di Martini è ampio, soprattutto deve riparare agli errori dell’amministrazione militare, senza gravare sui conti delle stato italiano. Gli scrive il presidente del Consiglio: rispettare gli impegni con Menelik, dare la prevalenza all’impegno civile, spendere poco.

E certamente le scuole rientrano in quest’ultima voce.

Prof.Carini, prima della colonizzazione italiana qual è la situazione scolastica, esistono scuole in Eritrea?

Sì, in un certo senso, ci sono scuole religiose, copte e coraniche.  In seguito i missionari faranno scuole ma non come le conosciamo noi oggi. Le prime sono quelle dei Lazzaristi e delle Figlie della Carità allontanate dal governatore Oreste Baratieri perché, essendo un ordine francese, si temeva che potessero imporre la loro lingua e aiutare politicamente la Francia.  Ricordiamo che nel periodo coloniale il paese dominante imponeva la propria lingua.

L’Italia coloniale si occupa subito di scuola; il comando superiore di Massawa nel 1889 scriverà che “le scuole municipali saranno riaperte nei nuovi locali dei palazzi coloniali…che potranno essere frequentate da tutti, senza distinzione di nazionalità e religione, purché abbiano compiuto l’età di quattro anni e non abbiano superata quella di anni venti”.
Ma queste scuole chi le avrebbe frequentate, con quali insegnati, quali programmi e non ultimo, con quali soldi? 

A quel tempo la capitale era Massawa e la prima scuola missionaria è affidata a cappellani militari incaricati di seguire la formazione degli allievi. Militari saranno anche padre Luigi Bonomi e Vittorio Bottego, cui sarà intitolata la scuola di “Arti e Mestieri” di Asmara.
In queste scuole non si faranno distinzioni di nazionalità e religioni, stabilendo che tutti, dai quattro ai vent’anni possono frequentarle. In questo modo, quasi involontario, per lunghissimo tempo si accolgono insieme nativi e occidentali. Le scuole, già in questo periodo sono sussidiate, cioè ricevono un aiuto economico da parte dell’amministrazione e questo è un passo importante, vuol dire che lo Stato italiano riconosce l’obbligo della formazione. Obbligo in senso lato, però importante come strumento per la diffusione delle lingua italiana e, naturalmente, come strumento di controllo sociale.
Lo Stato, pur riconoscendo le scuole missionarie, toglie loro il monopolio e alle missioni è dato il compito di rinforzare l’opera dello stato italiano colonizzatore.

Lei ha detto che il Governatore Oreste Baratieri espelle i padri Lazzaristi e le suore della Carità perché temeva che potessero diventare un pericolo per l’Italia, però non li sostituisce con maestri laici ma con altri missionari, i Cappuccini e le suore di Sant’Anna. Cosa si studiava, com’erano organizzate le scuole missionarie?

Le suore di Sant’Anna, tra l’altro molto importanti per noi piacentini, saranno un ulteriore forte legame con l’Eritrea.
Chi frequenta queste scuole? Innanzi tutto i cosiddetti “derelitti abbandonati” e le bambine che poi sarebbero diventate monache.
La scuola dobbiamo pensare che fosse un modo per compensare esigenze molto diverse. Le classi non erano miste e i programmi erano molto diversi, a seconda dei bambini. Si andava da una formazione generale a programmi per classi femminili. Quella proposta è una formazione basata su esigenze pratiche con l’obiettivo principale di togliere i bambini dalla strada. Non dimentichiamo che alla base, anche tra i missionari, c’era un pregiudizio razziale.

Durante il suo mandato il governatore Ferdinando Martini stabilisce che nelle scuole governative e sussidiate si devono separare le classi di bambini europei e nativi e scrive nel “Diario Eritreo” dopo la visita alle scuole esistenti: “Non ne parliamo. Quelle suore di Sant’Anna sono idiote: quel loro istituto è, né altro potrebbe essere che un vivaio di madame. Già quella miscela di bianchi e neri nelle scuola stessa non va; secondo me i neri sono più pronti di noi e la superiorità del bianco, su cui si fonda ogni regime coloniale, nelle scuole è smentita”…
Aveva visto bene?

Questa è considerata una frase centrale per capire la storia del colonialismo italiano. Il mandato di Martini (1898-1907) sarà di fare un cambiamento sociale, si occuperà di costruire la capitale e le infrastrutture, le strade e la ferrovia. Prima di diventare governatore però, nel 1891, Ferdinando Martini era già stato in Eritrea e si era fatto un’idea della situazione. La scuola non è il suo primo pensiero, però Martini aveva capito subito che le scuole dovevano essere organizzate dai colonizzatori. Cosa vuol dire fondare scuole in un paese colonizzato? Voleva dire confermare la subalternità, pur dando strumenti per crescere.
Nei “Diari” che sono molti e interessanti, il linguaggio di Martini, come abbiamo visto, è esplicito, diretto. Per rispondere alla domanda, sì aveva visto che la scuola avrebbe avuto un futuro, infatti ne stiamo ancora parlando.

Però lo stesso Martini riconoscerà i meriti delle scuole missionarie, per esempio elogerà quella comboniana di padre Luigi Bonomi…

Padre Bonomi è stato un grande educatore. Ha creato una scuola per accoglie eritrei e italiani, in classi diverse come ormai era d’obbligo ma per insegnare a tutti. Quella fondata da Bonomi è la prima scuola europea. Si studia all’interno di un edificio non più all’aperto, con frequenza obbligatoria, ci sono orari per le lezioni e non si insegna religione, anche se c’è una forte attenzione per la morale. Per la prima volta l’istruzione è organizzata. La scuola di Bonomi è stata vincente sul piano della qualità rispetto a scuole con più risorse, come per esempio quella della Missione Svedese oppure altre con maggiori contributi statali. I ragazzi usciti dalla sua scuola erano molto ben preparati. Bonomi è stato un uomo di scuola anche se la sua formazione era militare.

Scrive Evelyn Waugh, scrittore e giornalista inglese, in “Abissinia” libro del 1936, riferendosi agli italiani in Africa Orientale che era un fatto nuovo in Africa vedere uomini bianchi svolgere semplici lavori manuali con impegno e fatica, questo era, secondo lui, il segnale di un nuovo genere di conquista. 
E questo genere di conquista ha lasciato un segno o ha creato una distanza tra nativi e coloni?

Una limitazione per l’arrivo degli italiani nella colonia eritrea è stata anche la mancanza di scuole. Quella coloniale italiana è un’esperienza diversa rispetto a quella delle altre potenze europee. Gli italiani che arrivano in Eritrea non portano grandi esperienze commerciali o industriali, vanno lì per lavorare e il loro tratto distintivo è stato quello di mescolarsi alla popolazione, di lavorare con i locali. Il collegamento tra il piccolo imprenditore, il padroncino, l’artigiano e i lavoratori eritrei è stretto perché la struttura è semplice. Chi esegue lavora al fianco di chi comanda. Questo è il tratto tipico del colonialismo italiano, diversamente dal colonialismo inglese o dall’attuale presenza cinese che sta colonizzando l’Africa in modo chiuso, senza mischiarsi.
Cos’è rimasto del know-how?
In Eritrea sono arrivati durante il nostro colonialismo personaggi senza grande fama che però hanno fondato imprese e dato lavoro: Melotti della Birra, una delle prime in Africa negli anni’50, il cotonificio Barattolo, l’azienda agricola di Elaberet.  Vorrei ricordare che gli inglesi quando avevano problemi ai motori da Aden andavano a Massawa, per farli aggiustare. La costruzione della ferrovia da Massawa ad Asmara è stato un capolavoro d’ingegneria e le locomotive degli anni Trenta funzionano ancora.
Il problema è capire cosa ha lasciato la nostra colonizzazione che storicamente è stata un fenomeno di conquista.

Fino agli anni Venti le scuole governative e missionarie sono frequentate da allievi di religione diversa, nel 1924 invece diventa obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica e l’esposizione del crocifisso nelle aule, termina una laicità di fatto?

Sì, i missionari e le prime scuole governative erano aperte a tutte le religioni.
L’Eritrea, infatti, non ha mai avuto episodi di contrasto religioso, pur avendo etnie con differenti fedi. Se girate per Asmara, nel raggio di duecento metri, trovate la cattedrale cattolica, la chiesa copta Enda Mariam, la sinagoga, la grande moschea (ndr, costruita dagli italiani) e la chiesa di rito greco, tutte ancora in piedi, niente è stato distrutto.
Nelle scuole i missionari insegnavano italiano e arabo, alcune scuole erano rivolte espressamente ai musulmani.  Però va detto che anche durante il periodo del fascismo i musulmani che volevano andare alla Mecca, che si trova dall’altra parte del Mar Rosso, partivano aiutati dall’amministrazione italiana che si occupava del loro viaggio, in modo che arrivassero, trovassero alloggio, eccetera.
Si riconosceva l’importanza della religione che andava però organizzata per essere controllata dallo Stato.

Nel 1924 però termina questa laicità di fatto… 

Fino a quel momento non c’era il crocifisso nelle scuole, poi anche la colonia eritrea si dovrà adeguare e, dopo i Patti Lateranensi, in Italia e nelle colonie, il fascismo imporrà la religione cattolica come religione di Stato.
Però è importante distinguere la colonia Eritrea prima e dopo il fascismo, c’è un pezzo di storia coloniale importante che non coincide con quella dell’Africa Orientale Italiana.

Al temine della guerra nel 1941-42 gli inglesi decidono di togliere le scuole all’Italia e organizzano un Education Department; retrocedono però da questa decisione per le insistenti richieste dei genitori eritrei che volevano mandare ancora i figli nelle scuole italiane… 

Agli inglesi non importava molto dell’Eritrea. Gli inglesi sconfiggono gli italiani nel 1941 nella battaglia di Keren che rappresenta la fine del colonialismo, però gli italiani non se ne andranno dall’Eritrea.
L’Italia perde la colonia ma decide di rimanere abbandonando lo spirito coloniale, al contrario di quanto faranno altrove Francia, Inghilterra, Belgio.
Per gli inglesi era importante bloccare l’Italia. In quel momento arriveranno in Eritrea, anche dall’Etiopia, moltissimi prigionieri, deportati italiani che riempiranno i campi di concentramento sotto il controllo inglese, per esempio a Decamerè dove c’erano un centinaio di persone.
Gli inglesi s’interessano di scuola e riorganizzano l’istruzione lasciando però all’Italia la gestione di molte scuole anche per l’insistenza dei genitori eritrei che vogliono continuare a mandare i figli nelle scuole italiane che preparano bene e danno lavoro. Così il filo rosso italiano prosegue, anche se con maggior difficoltà.
La dominazione inglese avrà un carattere differente, tra l’altro tolgono i binari della ferrovia e distruggono la teleferica più bella del mondo, da Massawa ad Asmara, con l’intento di portarla in India.
E poi emarginano la lingua italiana a favore dell’inglese, però fino al 1970 in Eritrea si parla italiano, gli atti, le volture, il catasto sono ancora in lingua italiana come italiana era stata la burocrazia.
L’anno della cesura sarà il 1977 con il Derg.

Nel 1950 l’ONU dichiara l’Eritrea federata all’Etiopia: in questi anni diminuisce il numero di bambini eritrei nelle scuole italiane, però l’Istituto Tecnico “Vittorio Bottego”, per geometri e ragionieri, non perde allievi, innanzi tutto chi è Vittorio Bottego? 

Finora abbiamo parlato di scuole primarie, in realtà in Eritrea c’era anche l’istruzione secondaria e una di queste scuole era la scuola tecnica “Bottego”
Aver dichiarato (ndr, 1950, dichiarazione ONU) l’Eritrea federata all’Etiopia è stato un colpo basso, perché l’Eritrea mirava all’indipendenza. Questo ha creato molto malcontento. La frase di John Foster Dulles, (ndr, in quegli anni segretario di stato americano) che riporto nel libro è questa: “gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso impongono che il Paese venga legato al nostro alleato Etiopia”.
Torniamo a Bottego, chi era? Anche lui era un militare arrivato ad Asmara che, grazie alla Società Geografica Italiana, seguirà la sua passione e andrà in missione in Dancalia, la regione più a sud dell’Eritrea, zona caldissima che confina con l’Etiopia. Bottego farà scoperte interessanti per le sue ricerche sulla fauna locale, morirà tragicamente a 36 anni dopo aver dedicato la vita alla ricerca.
Il “Bottego” è una delle scuole più importanti in Africa e i suoi diplomati, geometri e ragionieri, sono richiesti in tutta l’area: Sudan, Tanganika, Tanzania, Zambia, perché hanno un’ottima preparazione. Ecco perché per le famiglie italiane ed eritree è importante che la scuola continui.
Nel 1958 nasce anche la prima Università, a quel punto esisteva un segmento di qualità per l’istruzione superiore.
Nel libro, pieno di dati, si vede che il numero di italiani e eritrei è a fisarmonica, varia a seconda delle vicissitudini, si parte con una maggioranza eritrea e pochi italiani, poi arrivano gli italiani. Il trend porterà al costante aumento degli eritrei rispetto agli italiani. Negli anni’50 la presenza italiana è ancora alta.

Nel 1962 Heilè Selassiè annette l’Eritrea all’Etiopia che diventa 14° provincia. Per l’Eritrea comincia un periodo buio che culminerà nel 1977 con la presa di potere del Derg di Menghistu, cosa cambia nella vita degli eritrei e dei (pochi) italiani rimasti?

La lotta armata (1961-1991) inizia quando Heilè Selassiè annette l’Eritrea. Cominceranno trent’anni di lotta, un fenomeno che non ha riscontro in nessun altra parte dell’Africa, una delle guerre più lunghe e cruente, con un esito positivo per l’Eritrea cui nessuno credeva. Negli anni’80 ci sono le stragi. È la lotta di un paese piccolo contro un paese grande ma anche di un paese solo contro un paese appoggiato prima dagli occidentali poi dall’URSS e dai cubani. In questi anni gli italiani lasciano il paese, tutte le scuole straniere sono chiuse, sia quelle statali sia quelle religiose. Gli etiopi impongono nelle scuole l’amarico (ndr, la differenza tra amarico, lingua etiope, e tigrino, lingua eritrea parlata sull’altopiano, è simile alla differenza tra italiano e francese) unica lingua e vietano la religione, abolendo di fatto la convivenza raggiunta.

Oltre alle scuole in questi anni sono chiuse anche le biblioteche e tutte le istituzioni culturali; alcuni, come Fratel Ezio, nasconderanno i libri perché non siano distrutti, mettendo in salvo quanto gli lasciavano gli italiani prima di partire…

Tutto il materiale anni ’70 scompare, per trovare qualcosa bisogna andare ad Addis Abeba.

Nel 1993, però, l’Eritrea indipendente, dopo trent’anni di lotta, riprende i rapporti con l’Italia che riapre le scuole. Gli edifici però nel 1982, con l’accordo Palleschi erano stati ceduti al governo di Addis Abeba…

Sì questo è un accordo Italia-Etiopia, però oggi l’Eritrea, autonoma e indipendente, può riconoscerlo oppure no.

Torniamo al punto centrale: è importante che Asmara abbia ancora oggi una scuola italiana? Come mai questa scuola è ancora amata? Forse perché missionari prima, scuole sussidiate e governo dopo, hanno impostato un lavoro didattico che non era solo proselitismo. Si volevano preparare i soldati (scuole per ascari), gli impiegati amministrativi e in generale la popolazione che per lavorare avrebbe avuto bisogno di una lingua comune, conoscenze di base (non molto inferiori a quelle italiane), convivenza religiosa? 

Ritorniamo all’indipendenza e al referendum del 1993 nel quale l’Eritrea si esprime per l’indipendenza. A quel punto l’Italia vive una situazione difficile; è stato il paese colonizzatore che ha abbandonato l’Eritrea durante i trent’anni di guerra. Questo agli eritrei non è piaciuto, non solo ma con l’accordo Palleschi l’Italia cede tutto all’Etiopia.
Gli anni Novanta sono anni di grande entusiasmo in Eritrea, si pensa positivo, c’è una fioritura di attività. Le scuole italiane sono ancora valutate positivamente perché danno ottimi risultati.
C’è uno sforzo diplomatico da entrambe le parti che culmina, nel 1995, con un accordo culturale importante che permetterà ai due paesi di avere una linea comune.
Purtroppo, nel 1998-2000, la guerra Eritrea-Etiopia, con migliaia di morti, è un altro momento difficile.
La scuola però rimane ferma solo pochi mesi, sono sfollate le persone durante i bombardamenti sulla capitale ma poi continua perché gli eritrei ci tengono alla scuola che considerano una sorta di risarcimento per il danno coloniale.
Alla fine degli anni Novanta s’investe molto nella formazione tecnica della scuola italiana in Eritrea che diventa la più frequentata all’estero.
Nel 2011 un nuovo accordo tecnico regolerà le convenzioni tra i due paesi. Oggi la scuola funziona, anche se con un organico ridotto rispetto al passato.
L’ingresso avviene per sorteggio perché le richieste sono superiori ai posti, gli alunni sono quasi tutti eritrei (85%), ragazzi che escono, ancora oggi, con una buona preparazione.

Speriamo dunque che la lettura del libro rinsaldi o faccia scoprire una storia cominciata con un sopruso, il colonialismo, che però, grazie alla presenza delle scuole laiche e religiose ha creato, tra italiani ed eritrei, un prezioso legame di amicizia.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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