Eritrea: salute e scuola, molti i traguardi raggiunti-VIDEO

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Foto EritreaLive, Asmara, Ospedale Orotta

 

Asmara, dicembre 2015

Ogni volta che si atterra ad Asmara, in Eritrea, è impossibile non stupirsi dell’impronta lasciata dal colonialismo italiano. Segni che l’Eritrea indipendente (1993) ha deciso di mantenere per ricordare che case, palazzi, scuole, chiese, moschee, ospedali, progettati dai geometri t’alien, sono sorti grazie alle loro mani.

Così anche l’Ospedale “Orotta”, un tempo “Regina Elena”, nome dato dai coloni italiani, poi “Iteghè Menén”, in onore della moglie dell’Imperatore Heilè Selassiè, infine “Orotta”, vallata dove si nascondeva il più lungo ospedale militare per curare chi lottava per la liberazione del paese, ricorda, con i cambi di nomi, una storia difficile, dimenticata prima di essere scritta.

All’Orotta incontriamo il primario, dr Habteab Mehari che ci parla della struttura, mostrandoci ambulatori, reparti per la dialisi, apparecchiature tac e camere per raggi X.

Mentre lo ascolto spiegarci i risultati raggiunti, i miglioramenti della sanità pubblica in questi ultimi anni, mi colpisce la tranquillità del luogo, la pulizia dei corridoi, delle sale d’attesa, dei cortili interni dove la gente, aspettando il proprio turno, parla sottovoce. E, non ultimo, la gentilezza del primario che, mentre snocciola dati e risponde alle domande dei giornalisti, ricambia il saluto dei pazienti e s’informa sull’esito degli esami, sorridendo a tutti.

Durante il colonialismo italiano questo era l’ospedale più grande, 1.500 posti letto, la metà per gli eritrei, distribuiti in 25 fabbricati e 32 padiglioni dove, fino al 1941, lavoravano un centinaio di medici. Già allora, però, questo non era l’unico ospedale. La sanità era decentrata e nel paese c’erano ambulatori e presidi medici sparsi un po’ ovunque, perché tutti potessero curarsi.

Del resto infrastrutture, agricoltura ma, soprattutto, sanità sono stati i campi nei quali l’Italia coloniale ha investito maggiormente. Una buona sanità garantiva cure ai connazionali e, in subordine, ai nativi, per far sì che lavoro e vita scorressero al meglio.

Nel 1993, raggiunta dopo trent’anni di lotta l’indipendenza, l’Eritrea s’impegna per ricostruire gli ospedali distrutti dall’incuria etiopica ottenendo, in un primo tempo, aiuti internazionali, anche dall’Italia. La ricostruzione però durerà pochissimo, interrotta nel 1998 dall’attacco dell’Etiopia, così al posto degli ospedali verranno costruiti i primi campi profughi. E l’Ospedale Orotta, per essere ricostruito, dovrà aspettare i cinesi, nel 2003.
Ora è, nuovamente, l’ospedale più importante del paese, quello dove arrivano i pazienti più gravi, una struttura che nel 2009 aveva duecento posti letto, saliti oggi a cinquecento.

Qui, spiega il dr Habteab Mehari, lavorano medici eritrei, sudanesi, cinesi e anche medici italiani che arrivano una volta all’anno, per brevi missioni, soprattutto da Padova, Firenze e dal San Camillo di Roma. Sono specialisti di ortopedia, cardiologia, urologia.

Al termine dei lunghi anni di lotta, nel 1991, l’emergenza sanitaria maggiore era la malnutrizione che portava con sé gravi patologie e morte, soprattutto per i bambini più piccoli. Ancora nel 2000, il 41% delle donne che allattano sono malnutrite, mentre il 22% della popolazione rurale non ha accesso all’acqua potabile, altra situazione di rischio per la salute. Sono anche gli anni in cui l’HIV è al 4,5%, sceso ora all’uno per cento, come dice il primario, aggiungendo che il buon risultato è dovuto al lavoro di prevenzione fatto dal Ministero della Sanità.

“Per mortalità infantile e neonatale” continua il dr Habteab “siamo il paese africano con i migliori risultati”. Una situazione positiva confermata dal raggiungimento dei tre obiettivi sulla salute posti dal Millennium Development Goal (MDG) bassa mortalità neonatale e infantile, sicurezza per il parto, diffusione capillare delle vaccinazioni e abbattimento di malattie come tubercolosi, HIV, AIDS, poliomielite, malaria.

Una buona situazione confermata dalla signora Amina Nurhussien, Ministro della Sanità.

“In Eritrea” dice “ci sono 350 tra ospedali e presìdi sanitari decentrati, per arrivare a tutti, anche a chi vive più distante dalle città”. Nel 2004, secondo dati eritrei, c’erano 215 medici, “oggi” continua il Ministro “ci sono circa 10.000 medici e ogni anni se ne laureano molti nei sei corsi di specializzazione, (ndr all’Orotta School of Medicine).
“Durante la lotta per l’indipendenza avevamo un solo medico che si occupava di bambini” dice il Ministro, “ora fortunatamente non è più così, motivo per cui la nostra aspettativa di vita è passata da 40 a 60 anni”.

“Inoltre” aggiunge, “in questi anni, grazie ai diversi vaccini, abbiamo debellato molte malattie, la malaria è quasi scomparsa”, mentre”, conferma “l’HIV è sceso da 4,5% a 1%”. “Qui siamo in grado di produrre il 40% dei farmaci” continua “il restante lo importiamo”.
“Le relazioni con gli altri paesi sono importanti” dice “e, in campo sanitario, quelle con l’Italia sono buone. Mentre vi sto parlando un’equipe di medici italiani sta operando all’Orotta”.

La salute delle donne, oltre a essere un obiettivo del Millennio, è stato l’obiettivo principale di un paese nel quale le donne hanno combattuto con gli uomini per il raggiungimento dell’indipendenza prima, di pari diritti poi.

“Ogni ospedale” spiega il Ministro “è attrezzato con sale parto e neonatologie perché le mamme facciano parti sicuri e per essere certi che i bambini nati siano sani.”
“Facciamo” continua il Ministro “anche interventi al cuore sui bambini, l’ultimo appena qualche giorno fa. Siamo il secondo paese africano in grado di fare queste importanti operazioni”. Il primo è il Sudan dove opera Emergency.

Il diritto alla salute è strettamente legato al diritto all’istruzione superiore, alla formazione dei medici, ne parliamo con il Prof. Tadesse Mehari, Executive Director National Commission for Higher Education, (NCHE).

“In questo momento gli indirizzi di laurea che formano le persone di cui maggiormente abbiamo bisogno sono quelli di agricoltura, ingegneria e, naturalmente, medicina” dice il professore che aggiunge, “ora gli studenti universitari sono circa 14.000, un numero triplicato rispetto agli anni appena dopo l’indipendenza quando erano 5.000”.

Anche in ambito universitario l’Eritrea ha dovuto colmare voragini lasciate dalla storia recente.
“La prima università” spiega il Rettore “nasce ad Asmara nel 1958 grazie ai missionari e si chiama Sacra Famiglia”. Quest’università però non avrà vita lunga.

Partiti gli inglesi, l’Eritrea è prima federata all’Etiopia, per decisione Onu, poi annessa da Heilè Selassie. Successivamente negli anni Settanta Menghistu Heilè Marian nazionalizzerà tutte le scuole eritree rette da religiosi, chiudendo i collegi più importanti, “La Salle”, “Comboni”, “Sant’Anna” e la “Sacra Famiglia”, l’Università di Asmara.

“Tutto è portato via dalle scuole e dall’Università”, continua il rettore, “per studiare i giovani eritrei dovranno andare ad Addis Abeba”. “Dopo la liberazione” dice “l’Eritrea non troverà scuole funzionanti ma edifici svuotati, da rimettere in sesto per far ripartire l’istruzione. E questa è stata la nostra sfida”.

Nascono così sette College decentrati, non più una sola Università nella capitale. Si studia tecnologia, scienze, agricoltura, medicina, sanità, economia e legge, arte e scienze sociali.

“Il problema che oggi dobbiamo affrontare è la mancanza d’insegnanti universitari” continua il professore che spiega: “Per il momento in Eritrea insegnano molti indiani, non insegnanti europei perché ci costerebbero troppo”.

“Importante sarà” continua Tedasse “impegnarci nella formazione dei nostri giovani, perché possano insegnare nei College”. “Mentre cerchiamo di raggiungere quest’obiettivo” dice “cerchiamo anche d’incoraggiare il ritorno dei ricercatori e dei professori che avevano lasciato il paese prima dell’indipendenza e che oggi insegnano nelle università straniere. Molti di loro accettano di venire per insegnare nei nostri College, durante il periodo delle loro vacanze”.

Penso a Eden Tereke, una giovane ricercatrice della Lund University, in Svezia, e alle sue passioni, gli studi scientifici e l’Eritrea, e la immagino una di loro.

Secondo Amnesty International, però, il paese non garantirebbe più nessun diritto, men che meno quello all’istruzione superiore, visto che il governo, scrivono nell’ultimo report, nel 2001, ha chiuso l’unica università.

In realtà chiusa dall’Etiopia negli anni in cui nazionalizza industrie, smantella istituti religiosi e impone l’amarico nelle scuole primarie. L’Eritrea, invece, i College per i suoi studenti li riapre.

L’impressione, dopo aver visitato campus e ospedali, è che in Eritrea diritto allo studio e diritto alla salute, elementi fondamentali per una buona qualità della vita, siano garantiti.

Allora, perché i giovani se ne vanno dal paese? Perché la situazione internazionale, lo stallo con l’Etiopia, dal 2000 entro in confini dell’Eritrea e le sanzioni rimaste, nonostante le accuse di terrorismo siano cadute da tempo nel vuoto, portano via ai più giovani la speranza nel futuro.

Scrive nei giorni scorsi Il Fatto Quotidiano, riferendosi alla protesta dei migranti eritrei a Lampedusa: “No a impronte, vogliamo scegliere dove andare”. Gli eritrei spiegano che, rimanendo in Italia, vedrebbero infrangersi il sogno di una vita migliore. “Desideriamo” dicono al Fatto, “raggiungere le nostre famiglie in altri paesi europei”.

Ma questa non è la dimostrazione che cercano lavoro?
Chi fugge per motivi politici sceglie il paese o si ferma nel primo disposto a proteggerlo, ad accordargli asilo?

Perché è diventato difficile capire che i giovani eritrei nati negli anni’90, con una buona istruzione, più in salute e meglio nutriti dei loro genitori, cercano all’estero quello che la situazione internazionale non gli fa avere in patria? Perché negare che il motivo dei viaggi che ne mettono a rischio la vita sia economico?

Limes  scrive nell’ultimo numero, “Africa il nostro futuro” che nel caso dell’Eritrea, “la militarizzazione del paese ha comportato l’incremento esponenziale della spesa militare nazionale, riducendo drasticamente il bilancio destinato allo sviluppo, all’educazione e alla sanità”.

Cioè scapperebbero perchè il paese non investe in educazione e sanità?

Solo parlando di “Africa” ci si può esprimere in modo così sommario, basandosi sulle pagine di report che da anni tracciano un quadro lontano dalla realtà del paese, delle sue scuole, degli ospedali e dei progressi fatti negli ultimi anni.

Una realtà che si può vedere visitando l’Eritrea. Dunque “come and see”, per citare quello che, ormai,  è diventato un motto.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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