ERITREA, LA RICETTA È LA COOPERAZIONE

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Migrazione e sviluppo ne parlano l’ambasciatore d’Eritrea in Italia, Fesshazion Pietros e Suzanna Tkalec, direttore umanitario Caritas International

Roma, 11 novembre incontro CEMO, migrazione e sviluppo

Roma, 11 novembre, “La ricetta è la cooperazione” incontro promosso da CEMO/Italia, modera Giovanni Cubeddu (al centro), con l’ambasciatore d’Eritrea in Italia Fesshazion Pietros e Suzanna Tkalec, direttrice umanitaria Caritas International

Mercoledì 11 novembre, a Roma,  si è parlato di migrazione, senza la “e”, come ormai si dice e scrive, sottintendendo che riguardi esodi forzati, spostamenti senza ritorno. Un tema che arriva sulle prime pagine dei giornali quando i morti in mare sono molti o quando l’Europa deve decidere chi li prende i migranti, chi paga per soccorrerli, chi per accoglierli, chi li può respingere chiudendo le frontiere e chi chiudendo gli occhi.

Da cosa scappano i migranti e chi sono? Quasi sempre fuggono da conflitti che, come in Siria, rendono impossibile la vita civile, obbligando le famiglie ad andarsene. Gli eritrei, invece abbandonano un paese dove non c’è guerra ma una situazione critica per molti e diversi motivi che in parte si sovrappongono.

Di questo si è discusso con Fesshazion Pietros, Ambasciatore dello Stato d’Eritrea in Italia e Suzanna Tkalec, direttrice umanitaria Caritas International, durante l’incontro, moderato da Giovanni Cubeddu, organizzato dal CEMO, fondazione con sede principale a Madrid e sede operativa a Roma, attiva da oltre 25 anni nel campo della cooperazione allo sviluppo. Titolo del dibattito: “La ricetta è la cooperazione. L’immigrazione in Europa e lo sviluppo del Corno d’Africa”.

L’ambasciatore Fesshazion ha ripercorso la storia recente del suo paese, perché, ha detto, “è essenziale conoscerla per capire i motivi dell’attuale migrazione”. “L’Eritrea” infatti, “è uno dei paesi più giovani dell’Africa dove, dopo una lunghissima guerra (1961-1991), conquistata l’indipendenza, si sono avuti anni di pace, stabilità, crescita economica, con un pil del sette, otto per cento”.

La pace però s’interrompe presto e, nel 1998, scoppia una nuova guerra per un’area sul confine eritreo rivendicata dall’Etiopia. Lo scontro tra i due paesi si concluderà nel 2000 con l’Accordo di pace di Algeri, sotto la supervisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dell’Unione Africana che però non riusciranno a farlo rispettare.“Ancora oggi l’Etiopia”, dice l’Ambasciatore, “occupa i nostri territori, soprattutto intorno alla città di Badme”.

Questa situazione è uno dei fattori d’instabilità. È una spinta a fuggire da un paese non in pace ma che non vuole la guerra, obbligato ad avere un esercito perché “spesso l’esercito etiopico fa incursioni, senza nessuna provocazione da parte eritrea, se l’Eritrea avesse reagito avremmo avuto altre guerre che non abbiamo interesse a fare”, spiega l’ambasciatore.

“L’accusa contro l’Eritrea” continua “è che i giovani scappino da un servizio militare che dura anni. È vero. Però se c’è una minaccia da parte dell’Etiopia serve una difesa nazionale e a chi dovremmo affidarla se non ai giovani? Le generazioni passate che hanno conquistato l’indipendenza hanno già difeso il paese”.

Un’altra accusa contro l’Eritrea, motivo delle sanzioni del 2011 stabilite dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è che l’Eritrea sostenga il gruppo terrorista somalo di Al Shabab.

“L’Eritrea non ha commesso nulla contro il diritto internazionale”, dice l’Ambasciatore, aggiungendo che il suo paese si è espresso più volte sulla necessità di risolvere la questione somala in ambito politico, non militare.

Che manchi un motivo per le sanzioni è stato scritto anche nel rapporto presentato all’Onu dal Gruppo di Monitoraggio Eritrea-Somalia (SEMG), nel quale si legge che non c’è evidenza di coinvolgimento dell’Eritrea con il gruppo terroristico somalo di Al Shabab. Però, dice l’Ambasciatore, pur non essendocene motivo le sanzioni restano, situazione che non aiuta lo sviluppo di un paese pacifico ma povero.

Ma cosa sta facendo l’Eritrea per i giovani?

“L’Eritrea è un paese che investe sui giovani” dice l’Ambasciatore,  “nel 1991, prima dell’indipendenza, in tutta l’Eritrea c’erano 471 scuole frequentate da 220mila ragazzi e l’unica Università era ad Asmara. Oggi ci sono 1.540 scuole per 860mila studenti (su 4 milioni di abitanti), 7 college nei diversi capoluoghi. La scuola è gratis per tutti e a tutti i livelli, le vaccinazioni diffuse dappertutto. Quando Asmara fu liberata (1991) l’incidenza dell’AIDS era del 4,5% oggi è dello 0,9%. “Possiamo essere accusati di dittatura” conclude “ma sul territorio stiamo facendo cose che non sono da dittatura”.

“Dunque, perché si garantisce asilo politico ai ragazzi che scappano dal nostro paese?”, chiede, aggiungendo che, nel rapporto scritto dal Danish Immigration Service (DIS) dopo aver visitato l’Eritrea, parlato con ambasciate occidentali, ong internazionali e organizzazioni delle Nazioni Unite, si legge che “il 99,8% di eritrei non scappano per ragioni politiche ma economiche”. “Anche una delegazione inglese” continua l’Ambasciatore, “ha scritto un rapporto positivo sul paese, mentre la Norvegia che accoglie molti eritrei dando loro lo status di rifugiato politico, si è resa conto che parecchi tornano in Eritrea per le vacanze”. “Allora”, conclude l’Ambasciatore, “dov’è il problema politico?”.

I giovani eritrei emigrano dalla povertà, scappano verso il benessere occidentale, spiega: “In Europa il reddito pro capite medio è di 31 mila euro, in Africa Sub Sahariana 750 euro circa, in Eritrea 500 euro”.
Questo è il motivo per cui i giovani se ne vanno e, non potendo farlo legalmente, non ricevendo dai paesi occidentali un normale visto, emigrano illegalmente, facendo il gioco, ormai tristemente noto, dei trafficanti.

“Il governo eritreo conosce questi trafficanti” dice l’Ambasciatore “e negli incontri bilaterali lo dice chiaramente, ma il risultato paradossale è quello di essere accusato di traffico”. “È per questo”, continua, “che abbiamo chiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite di formare una commissione, un gruppo di esperti indipendenti che valutino la situazione e riferiscano”.

“Non ci sono ricette semplici per le migrazioni, tuttavia dialogo e cooperazione, secondo noi”, dice l’Ambasciatore, “sono l’unica via, ma oggi anziché un dialogo c’è un monologo”.

EritreaLive ha chiesto all’ambasciatore Fesshazion in che modo l’Eritrea impiegherebbe i soldi per lo sviluppo, i 200 milioni di euro destinati loro dall’Unione Europea.

“Il finanziamento” risponde l’Ambasciatore, “sarà in cinque anni e lo impiegheremo per avere energia che vuol dire promuovere lo sviluppo, quindi il 90% sarà per l’energia, come stiamo negoziando con l’Ue”.

In questi stessi giorni a Malta è in corso il Summit fra Europa e Africa su migrazione, accoglienza, regole, sicurezza. Al termine il presidente francese Françoise Hollande avrà parole dure contro l’Eritrea, definendo “unscrupulous leaders” i suoi governanti, e chiedendo all’Europa di usare “maximal political and diplomatic pressure” per affrontare il problema della migrazione.

Parlando di tolleranza religiosa, l’ambasciatore dice che l’Eritrea vive al suo interno una situazione tranquilla; cristiani e musulmani abitano negli stessi quartieri, si frequentano e partecipano alle feste dopo le reciproche cerimonie religiose, precisando che non si tratta però di “un risultato scontato”. “Infatti”, dice “negli anni successivi all’indipendenza, quando Bin Laden era a Khartoum, in Sudan, si è tentato d’islamizzare l’Eritrea, paese ancora in fase di ricostruzione nazionale”. “Ma” prosegue “il tentativo non è riuscito perché noi abbiamo una tradizione di tolleranza”.

“Infatti”, continua, “quando il profeta Maometto iniziò a predicare l’Islam, poiché si sentiva in pericolo, decise di mandare quindici adepti, tra i quali la figlia con il marito, sull’altra sponda del Mar Rosso, a Massawa, dove hanno potuto predicare liberamente e dove hanno costruito la prima moschea al mondo, ancora esistente”.

L’incontro prosegue con l’intervento di Suzanna Tkalec, direttrice umanitaria Caritas International che parla della  Siria, primo paese per numero di richiedenti asilo.
“Cosa succede oggi in Siria, dopo quattro anni e milioni di rifugiati nei paesi limitrofi?” chiede.“L’assistenza” prosegue “è garantita per una quota inferiore al 50% rispetto al necessario, quindi le famiglie si spostano. Come? Attraverso canali illegali, molto ben organizzati”. “In Siria” spiega “ci sono agenzie turistiche che forniscono il pacchetto, si organizzano anche corsi di nuoto per chi farà la rotta Turchia-Lesbo, per salvarsi in caso di naufragio. È un viaggio costoso, circa 1.500 euro per persona che, se moltiplicate per gli 800 mila arrivi fanno un bel business”.

I tre più numerosi gruppi di migranti sono: siriani, afghani, eritrei. Mentre i primi due gruppi sono composti da famiglie, gli eritrei viaggiano soli.
Ma quali sono gli scenari di un futuro prossimo?
“Prevediamo” spiega Suzanna Tkalec “cinque, seimila arrivi al giorno. Il problema maggiore però, riguarda la chiusura delle frontiere. La Germania ne accoglierà 1.500 e poi? Cosa succederà” aggiunge “a quelli cui non viene riconosciuto asilo? Cosa succederà a chi verrà rimandato indietro?”.

L’Eritrea li riprenderebbe?

“Non con la forza” risponde l’Ambasciatore “solo se decidessero di rientrare volontariamente”. “Quanto al numero complessivo di eritrei” aggiunge “vorrei dire che non tutti quelli che si dichiarano eritrei lo sono, molti dicono di esserlo perché così sanno di poter essere accolti velocemente”.

Nei giorni scorsi l’ambasciatore austriaco ad Addis Abeba, Andreas Melan ha detto, durante un’intervista ad APA, (Austria Presse) che “il 40% di migranti eritrei in Europa sono etiopici”, come affermato più volte anche dai mediatori culturali eritrei.

Ma il governo eritreo che responsabilità ha verso i giovani che se ne vanno?

“Io credo” risponde l’ambasciatore Fesshazion “che non si sia riusciti a dare ai giovani lavoro e speranza per il futuro, non siamo riusciti a far capire loro gli sforzi che si stanno facendo per il rilancio dell’economia, nonostante le ostilità esterne che bloccano la ricostruzione. Mantenere i giovani sul confine per proteggere il paese non aiuta la nostra economia, non è produttivo per il paese ma non c’è scelta. Noi stiamo lavorando per avere piena sicurezza alimentare, infrastrutture, migliore sanità. La gente si aspetta che il governo risolva i problemi e faciliti la vita, questo non sta accadendo ma è solo questione di tempo”.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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