Eritrea-Italia: un filo che non si spezza, un dialogo necessario

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©EritreaLive, Festival Internazionale Eritrea,  Bologna, luglio 2014

©Veg Video, Festival Internazionale Eritrea, Bologna, luglio 2014

A inizio anno la comunità eritrea in Italia è stata ricevuta in Parlamento da Lia Quartapelle, deputato PD, cui è stata consegnata una lettera contro le sanzioni dell’ONU all’Eritrea. 

Ogni volta che si parla di Africa bisognerebbe rileggere Ryszard Kapuściński che diceva che i paesi africani sono diversissimi anche se accomunati, per comodità geografica, dal nome “Africa”. Sono paesi con storie differenti che, purtroppo, a fine Ottocento, saranno sopraffatti dal colonialismo europeo.

Nel caso dell’Eritrea, l’Italia dovrebbe ricordare il profondo segno lasciato e cercare di capire gli sforzi compiuti oggi dal paese per raggiungere una decent life, come chiede l’Unione Europea, una vita e un futuro migliori, in linea con gli Obiettivi del Millennio.

Scrive Zemhret Yohannes in “Colonialismo italiano in Eritrea 1882-1941” (in tigrino) che molti sono stati gli abusi dei colonizzatori italiani. Tra il 1898 e il 1900 gli italiani, arrivati in Eritrea grazie all’Inghilterra che li considerava una barriera contro l’espansionismo francese, combatteranno la resistenza locale, uccidendo molti uomini e tra loro parecchi capi villaggi.
Gli eritrei che si ribellano moriranno nella colonia penale di Nakura al largo delle Isole Dahlak.
Sono anche gli anni in cui si confiscano le terre perché, almeno all’inizio, l’Italia voleva fondare una “colonia di ripopolamento”, tentativo che fallirà ma non in modo indolore.

L’Eritrea indipendente (1993), tuttavia, non ripudierà del tutto il passato coloniale italiano.

Per esempio sceglierà di mantenere e restaurare “l’italica” architettura, fortunatamente, quasi sempre indenne dagli orpelli littori, per un sentimento di rispetto e orgoglio per il lavoro dei tanti eritrei, anche se a dirigere quei lavori erano i geometri italiani.

Nella capitale, inoltre, è rimasta, frequentata e amata dagli studenti eritrei, la scuola italiana. Non certo per la necessità d’imparare l’italiano, lingua ormai periferica rispetto all’inglese, ma per una condivisione culturale che, prima ancora di essere laica, era cattolica, arrivata con i missionari e profondamente radicata nella società.

La cultura italiana, quindi, ha lasciato un segno positivo, quasi involontario. Anche durante il periodo coloniale fascista gli italiani furono, nei fatti, meno separatisti di quanto era stato imposto.

Se le leggi razziali vogliono dividere la città in zone impedendo agli “indigeni” di vivere accanto agli europei, gli architetti trovano una scappatoia, progettando portici, per delimitare senza escludere.

Ben diverso il comportamento che avranno inglesi e americani arrivati alla fine della seconda guerra mondiale. Soprattutto gli inglesi non familiarizzeranno né con gli eritrei né con gli italiani, considerati piuttosto in basso nella scala sociale europea, con buona pace del duce.

Il rapporto tra italiani ed eritrei continuerà a essere buono anche terminato il colonialismo, dopo il 1941.

Erminia Dell’Oro, scrittrice italiana nata ad Asmara mi dice: «i miei genitori non ci pensarono neppure a tornare in Italia, la loro vita era in Eritrea, anche con gli inglesi».

Negli anni Cinquanta l’Eritrea, anziché conquistare l’indipendenza come molti altri paesi africani, “conquista” una federazione con l’Etiopia dell’Imperatore Heilè Selassiè che, qualche anno dopo, deciderà di annetterla, senza però penalizzare industrie e commerci presenti nel paese.

Anche allora gli italiani restano.

Sarà il Derg del Colonnello Menghistu, negli anni’70, a svuotare il paese da cose e persone.

Gli italiani, cui era stato nazionalizzato tutto, rientrano in patria, mentre gli eritrei cominciano la lotta clandestina per l’indipendenza in un paese che ha perso qualunque possibilità di crescita e sviluppo.

Il legame tra Eritrea e Italia, però, non si spezza. Se dal punto di vista istituzionale l’appoggio alla lunga lotta eritrea (1961-1991) sarà tiepido, non dimentichiamo che il Partito Comunista Italiano ammirava Menghistu, alcune amministrazioni locali come quella di Renato Zangheri a Bologna, aiuteranno l’Eritrea e la lotta per la libertà.

Nel 1993 l’Italia sarà uno dei primi paesi a riconoscere il più giovane stato africano, inviando ad Asmara un proprio Ambasciatore e ricevendo a Roma la prima rappresentanza diplomatica eritrea.

I lunghi anni di lotta sul campo hanno lasciato nel paese, finalmente indipendente, segni pesantissimi; il terreno inaridito non è più coltivabile, non ci sono abbastanza scuole né ospedali, mancano le infrastrutture e quelle esistenti sono da riparare, bisogna portare acqua ed elettricità dappertutto.

Un grande lavoro, una sfida che il paese, scottato da un susseguirsi di colonizzatori, decide di compiere da solo: “self-reliance” è il motto per scacciare l’offerta di un aiuto che non aiuta, quello che anni dopo si dirà, anzi, che è una “carità che uccide” il terzo mondo.

Tra Italia ed Eritrea i rapporti rimangono ottimi fino allo scoppio dell’ultima guerra con l’Etiopia (1998-2000) quando l’Italia si schiererà accanto agli Stati Uniti e all’Europa, su posizioni filoetiopi.

Al termine della guerra il verdetto della commissione EECC (Ethiopia Eritrea Boundary Commission) che avrebbe dovuto essere “definitivo e vincolante” non è accettato dall’Etiopia che non si ritirerà dalla zona intorno alla città di Badme, incurante degli Accordi di Algeri che stabilivano che l’area fosse eritrea.

L’Occidente e l’Italia appoggeranno l’Etiopia e la sua richiesta di riaprire un “dialogo politico” sulla questione confini, isolando l’Eritrea.

Per l’Eritrea, da quel momento, si prospetterà una situazione precaria di “no war-no peace” che costringerà la gente a vivere in pace ma con un’economia di guerra.

Nel 2009 e nel 2011 arrivano le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che accusano l’Eritrea di aiutare il fondamentalismo somalo, anche se, a oggi, non sono state presentate prove a carico.

Nel frattempo l’Eritrea, che per le vicissitudini storiche brevemente riassunte, ha avuto sempre all’estero una numerosa diaspora impegnata nel sostegno del proprio paese, vive una stagione molto difficile che provoca l’emigrazione di giovani che devono trovare un futuro lontano da casa.

All’inizio di quest’anno alcuni rappresentanti della Comunità Eritrea in Italia hanno chiesto un incontro all’onorevole Lia Quartapelle,deputato PD, segretario della Commissione Esteri che si occupa anche di Africa, per consegnarle una lettera nella quale spiegano l’infondatezza delle sanzioni e chiedono al governo Renzi d’intervenire a favore della revoca.

Gli esponenti della comunità eritrea mi dicono di aver voluto incontrare l’onorevole Quartapelle per spiegarle il profondo legame tra impoverimento del paese, sanzioni ed emigrazione giovanile.

Questioni importanti sulle quali Eritrea Live ha intervistato Derres Araia, uno dei rappresentanti della comunità eritrea ricevuto dall’onorevole Quartapelle.

Signor Araia, entrerò subito nel vivo: perché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato nel 2009 e nel 2011 risoluzioni contro l’Eritrea?

Guardi, il Consiglio di Sicurezza ha votato queste risoluzioni perché così volevano gli Stati Uniti. Sono loro che decidono, attraverso il Consiglio, quali paesi sanzionare, secondo una logica d’interessi economici e strategico-militari.

Ma l’Eritrea in questi ultimi cinque anni è stata al centro di episodi di terrorismo su base religiosa?

Assolutamente no. l’Eritrea è un paese, ormai possiamo dire uno dei pochi, nel quale convivono pacificamente musulmani e cristiani. 

Qual è la situazione nel Corno d’Africa?

L’Eritrea mantiene buoni rapporti con molti paesi dell’area anche con quelli che, a differenza del nostro, sono minati da instabilità interne provocate spesso da forze esterne alle loro.

Torniamo all’Eritrea. Le sanzioni del 2011 sono state emesse perché l’Eritrea è stata accusata di aver inviato aerei per rifornire di armi al Shabaab…

L’accusa all’Eritrea di fornire armi ai terroristi di al Shabab è senza fondamento e anche il comitato eletto per indagare, il SEMG,(Gruppo di Monitoraggio Eritrea Somalia) ha ammesso di non aver trovato nessuna prova.  

Però intanto le sanzioni restano, perché? 

Per penalizzare l’Eritrea, indebolirla economicamente, perché possa diventare preda facile di una nuova occupazione militare etiopica.

Mi lasci essere più chiaro, anche se l’Eritrea avesse voluto inviare, usando gli aerei, aiuti militari ai terroristi somali, non avrebbe potuto farlo senza sorvolare l’Etiopia e Gibuti, dove certo non sarebbero passati inosservati. 

Quanto all’accusa di aver inviato 2.000 soldati e rifornimenti militari, è ridicolo. Intanto l’Eritrea non ha questa forza e poi siamo da capo, come avrebbe potuto mandare duemila uomini in Somalia? Per via aerea? Quanti aerei avrebbe dovuto inviare?  

A parte queste considerazioni, vorrei aggiungere che se c’è una cosa che l’Eritrea ha evitato al proprio interno, combattendolo sempre, è proprio il terrorismo religioso, quindi lo aiuterebbe all’esterno?

Ma se, come lei dice, il Gruppo di Monitoraggio (SEMG) ha ammesso che non ci sono prove, come mai le sanzioni rimangono?

Le sanzioni rimangono per bloccare la nostra economia che, indebolita, può rendere il paese più fragile. Un modo per rendere possibile l’aggressione da parte dell’Etiopia.

Nella lettera indirizzata al governo italiano scrivete che le sanzioni stabilite dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro l’Eritrea sono ingiuste e che lo stesso Consiglio dovrebbe far rispettare gli Accordi di Algeri, riferendovi al permanere dell’occupazione etiope di territori eritrei. Pensate che esistano due pesi e due misure?

Che ci siano due pesi e due misure è cosa che sta venendo a galla.

L’ex Sottosegretario americano agli Esteri, Herman Cohen, recentemente ha dichiarato che chi conosce l’Eritrea sa che non appoggerebbe mai il fondamentalismo islamico. Ci sono domande che bisognerebbe rivolgere alla Casa Bianca e alla sua politica estera.   

Lei poco fa indicava un legame tra le sanzioni e lo stallo della situazione economica. Questi, secondo voi, sono push factor per l’emigrazione dei giovani, tutti però sostengono che scappino dalla dittatura del presidente Afwerki…

Dopo l’attacco militare del 1998, ora si sta cercando di attaccare l’Eritrea politicamente, altrimenti perché non applicare il verdetto del Tribunale Internazionale? 

Perché sanzionarla in modo ingiustificato? 

Perché si vuole esasperare la popolazione, metterla contro il governo, favorire un’instabilità che richieda un intervento e un’occupazione militare. Tutto questo, mi lasci dire, con l’appoggio dei media occidentali, che sono sempre schierati contro l’Eritrea. 

Come le dicevo i ragazzi eritrei se ne vanno per motivi economici, una verità sempre più chiara. 

Vorrei dire anche che l’Eritrea quando un altro paese espelle i giovani che richiedono asilo, come ha fatto Israele, accetta solo chi torna volontariamente, non chi è rimpatriato a forza. Non si fa pagare per riaverli, come capita in altri stati.

Però ai ragazzi eritrei è concesso asilo come rifugiati politici…

Naturalmente. Per loro è più semplice ottenere asilo per motivi politici che percorrere “corridoi umanitari” verso un permesso di soggiorno. Si è accolti se si scappa dalla repressione di una brutale dittatura africana, non se si cerca lavoro. Ai migranti economici in cerca di lavoro nessuno dà permessi.

Un’ultima domanda, perché avete ritenuto importante incontrare una rappresentante delle istituzioni italiane?

Perché si conosca meglio il nostro Paese. 

O almeno l’altra faccia di un paese presentato in Italia solo da chi è contro il nostro governo, da chi parla di regime sanguinario.

Guardi il nostro è un paese piccolo nel quale tutti hanno sofferto e soffrono per le tragedie del mare.

Soffriamo tutti. Anche chi non ha un satellitare sul quale ricevere le telefonate dalle barche che stanno per affondare o chi non ha i mezzi per aiutarli, andando a prenderli nel deserto.

Sappiamo che alcune agenzie umanitarie dicono che il problema del confine è un alibi, che il regime ha militarizzato il paese. 

Non è così. Il Servizio Nazionale, che è servito per ricostruire il paese, almeno un po’, ora è stato ridotto a 18 mesi, ma sarà sufficiente questo a frenare chi scappa perché cerca un benessere occidentale?

Ma lei crede che il lavoro sugli Obiettivi del Millennio per una migliore salute, per ridurre la mortalità neonatale e infantile, sia stato fatto per vederli crescere e morire ? 

Infine le direi che noi, a differenza di altri, non pensiamo che il destino dei nostri figli sia di studiare nei campi profughi sudanesi o etiopi.  

Vogliamo che studino, vivano e lavorino a casa loro! In un paese indipendente e libero. 

Si comincino a rispettare i nostri diritti, innanzitutto quello alla pace. Io credo che se l’Eritrea fosse veramente in pace, i giovani non se ne andrebbero, non cercherebbero un paese diverso dal loro.

Negli scorsi giorni l’Ambasciatore eritreo in Italia, Fesshazion Pietros ha dichiarato all’agenzia di stampa Askanews che il suo paese vuole collaborare sulla questione emigrazione,  perché «il traffico di esseri umani è un problema che riguarda prima di tutto noi», ha detto,  ricordando la partecipazione di Asmara, lo scorso novembre a Roma, al Processo di Khartoum per trovare una soluzione al problema emigrazione  insieme all’Unione Europea, ai paesi di origine e a quelli di transito.

Secondo dati diffusi a novembre 2014 dall’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), sono 37.000 i richiedenti asilo eritrei arrivati quest’anno in Europa, un numero molto più alto rispetto a quello dell’anno scorso (13.000).

A Milano, lo scorso 18 dicembre, durante la Conferenza di Amnesty International che aveva per tema la gestione dei flussi migratori durante il semestre europeo italiano, parlando del passaggio dalla missione italiana Mare Nostrum a Triton, missione europea, l’onorevole Quartapelle ha detto che è ormai chiaro che «chi attraversa il mare in modo pericoloso non lo fa perché viene qui a cercare un lavoro, lo fa perché non ha un’altra scelta, se non mettere a rischio la propria vita e quella dei familiari».

Con Triton «tutti gli stati europei si preoccupano d gestire il passaggio da situazioni di profonda insicurezza come la guerra, o da profonde oppressioni, come nel caso dell’Eritrea, verso una situazione di maggior sicurezza»

Quanto al Processo di Khartoum, ha chiarito che potrebbe essere un modo per «coinvolgere i paesi di provenienza degli immigrati» anche se vi sono una serie di «lati controversi» perché in questo processo «sono coinvolti paesi come l’Eritrea e il Sudan che, certamente, non spiccano per standard internazionali di difesa dei diritti umani». Tuttavia sarebbe «un primo tentativo» per mettere «per la prima volta sul tavolo, anche di regimi che in alcuni casi potrebbero esserne complici, il tema della tratta, della schiavitù, della vendita di esseri umani».

Non sappiamo cosa si siano detti durante l’incontro i rappresentanti dei quindicimila eritrei in Italia e l’onorevole Quartapelle, sicuramente però di un dialogo c’è ancora bisogno.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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