ERITREA, il futuro è ora

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© Eritrea Live, nella foto di gruppo ragazzi alcuni con la maglia gialla della squadra,  durante un allenamento di calcio, nel tardo pomeriggio,  sulla spiaggia di Massawa. Insieme alle lacrime di questi giorni per quanti hanno perso la vita in mare di Lmapedusa, vogliamo  ricordare  i  sorrisi, sperando siano il futuro.

L’ Eritrea è un Paese dalla giovane indipendenza.

Giovane come, purtroppo, molti dei suoi figli, dei suoi cittadini che hanno deciso di correre il rischio di un espatrio clandestino per raggiungere un benessere qui e ora che non riescono ad avere in patria. Perché?

Si legge sulla stampa italiana che il governo di Asmara è una dittatura, con un presidente orco che mangia i suoi figli e un popolo alla fame che scappa dalla guerra, affrontando ogni pericolo, anche quello di morire in un mare lontano, per un approdo mancato.

Le cose non sono così semplici. I padri dei giovani che oggi fuggono hanno combattuto trent’anni (1961-1991) per dare una bandiera al Paese e ai figli, mentre il resto del mondo quasi non sapeva.

Dopo la seconda guerra mondiale, finito il colonialismo italiano, (1941) le Nazioni Unite hanno deciso che il “male minore” era federare l’Eritrea all’Etiopia di Heilè Selassiè che nel 1961, senza chiedere autorizzazioni, ne annette il territorio, facendo diventare l’Eritrea la quattordicesima provincia del suo Impero.

In seguito, deposto l’Imperatore, il colonnello Menghistu, nuovo padrone dell’Etiopia, ha fatto il peggio, abolendo la lingua, chiudendo le scuole, nazionalizzando le imprese, azzerando l’economia e costringendo la gente a emigrare.

Finalmente, nel 1993, l’indipendenza con Isaias Afwerki, ancora oggi Presidente.

Il Paese rinasce, l’economia riparte, molto è da ricostruire ma non c’è il tempo; pochi anni dopo, (1998) l’Etiopia con Meles Zenawi, nuovamente alleata americana, chiede il conto, aggredendo l’Eritrea, considerata parte “naturale” del proprio territorio.

Da allora, fino a oggi, l’Eritrea ha fronteggiato attacchi militari, internazionali, mediatici.

Nel 2002 gli Accordi di Algeri rimangono lettera morta.  Chiudevano il conflitto dando ragione all’Eritrea e imponevano all’Etiopia di lasciare Badme, città eritrea ancora oggi occupata, ma nessuno li fa rispettare.

Anzi, da quel momento, l’Eritrea diventa un pericolo per la stabilità nella ragione: nel 2008 è accusata di occupare Gibuti, nel 2009 di aiutare Al Shabab, il gruppo fondamentalista somalo, quindi arrivano le sanzioni, nel 2011 e nel 2012.

Così scrivono i “report” internazionali, anche se l’ultimo (giugno 2013) non è approvato da molti Paesi e tra questi l’Italia.  Un risultato però c’è: questi attacchi fermano crescita e sviluppo.

La stampa titola, con compassione, “Tragedia di Lampedusa” senza interrogarsi sulle cause dell’emigrazione, scrivendo che i ragazzi fuggono dall’Eritrea perché c’è fame, siccità, carestia, guerra, ma non è così.

I ragazzi eritrei (e le famiglie che pagano il viaggio) accettano il rischio di una pericolosissima fuga perché temono non basti una vita per veder la soluzione del braccio di ferro internazionale che ha segregato il Paese, comprimendone l’esistenza.

Finché l’Etiopia non esce dai territori eritrei, agli eritrei tocca avere giovani pronti a combattere. È lo stato di quasi guerra, di «non pace non guerra» che costringe i giovani a guardare lontano, pur d’immaginare un futuro.

Sia chiaro, in Eritrea istruzione e sanità sono gratuite, la libertà di religione garantita, si costruiscono case che gli eritrei, anche della diaspora, comprano sulla carta, non c’è carestia, i mercati sono pieni e le città sicure.

Il futuro ci sarebbe.

Però ai giovani, dopo il servizio militare (18 mesi) è chiesto di fare il servizio civile, pagato come può pagare lo stato di un Paese povero.

Troppo poco per la prima generazione, oggi ventenne, coetanea del Paese, che non deve  combattere un nemico in casa. Negli Internet Cafè i ragazzi incontrano un Occidente felice, un’Africa vicina e più ricca, dove si può vivere diversamente.

Quindi partono, cedono alle lusinghe di chi li vede come un affare.

Come può modificarsi questa situazione? Credendo nel Paese, nella sua forza di crescere, senza imposizioni dall’esterno, sbloccando lo stallo del confine, abolendo sanzioni senza motivo, permettendo, così, alla  gente di mantenere l’orgoglio di essere eritrea e di avere un futuro nella  propria terra.

Tutti gli eritrei, in patria e all’estero, conoscono il dramma dei giovani che sperano in un destino migliore, molti di loro se ne vanno regolarmente con visti Usa per studio, altri tentano la via clandestina, verso il Sudan, il Sud Sudan, l’Egitto, Israele, la Libia e poi verso l’Italia.

Ma il disastro di Lampedusa deve far capire che la soluzione è combattere in Eritrea per il proprio futuro, per i propri diritti, per il proprio Paese, perché siano rispettate le decisioni internazionali, sia liberato il territorio di Badme, da troppi anni svuotato dei legittimi abitanti.

Lampedusa è una «vergogna» come ha detto Papa Francesco ma chi deve vergognarsi è l’Occidente che ostacola politicamente e diplomaticamente l’Eritrea, costringendo la sua gente a rischiare la vita, illuminata dai riflettori solo quando il numero fa la sciagura.

Marilena Dolce
@EritreaLive
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