Eritrea, i diritti delle donne

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Milano, domenica 8 marzo International Women’s Day , giornata della donna

L’8 marzo in Eritrea è festa nazionale perché, come scritto in un tweet, gli eritrei pensano che “dietro ogni grande donna ci sia un grande uomo”, rovesciando il più diffuso “behind every great man there’s a great woman”.

Nella società eritrea questo riconoscimento è avvenuto un po’ alla volta, cominciando negli anni’60, per arginare il trauma di una mancata indipendenza al termine del colonialismo italiano (1941) quando, con il parere favorevole degli “alleati”, l’Eritrea è stata prima federata, poi annessa all’Etiopia.

A quel punto è in iniziata la lotta per liberare il Paese dal dominio dell’Imperatore Heilè Selassie e dalla seguente sopraffazione del Derg di Menghistu.

Una lotta difficile, clandestina, senza aiuti dalle grandi potenze.

Ben presto ci si accorgerà che gli uomini non bastano, le forze contro il nemico, aiutato dall’URSS, sono insufficienti così, caso unico nella storia contemporanea, imbracceranno le armi anche le donne.

Ieri le donne eritree di Milano hanno festeggiato l’8 marzo con musica, injera, zighinì e profumato caffè tradizionale, osservando un minuto di silenzio in ricordo delle molte donne che, per quella lotta, hanno dato la vita.

Mi dice Nighisti Zeggai, rappresentante della comunità eritrea in Italia: «sai, noi conosciamo la storia del femminismo, sappiamo com’è nata la giornata di festa dedicata alla donna, per ricordare le conquiste delle donne americane,all’inizio del XX secolo, per migliori condizioni di lavoro, per il diritto di voto, contro le differenze salariali.

La storia della nostra emancipazione è diversa, comincia con la lotta, quando ci uniamo agli uomini per combattere per l’indipendenza (ndr, 1960-1991)».

«Qual è stato il ruolo delle donne durante la lotta per l’indipendenza?».

«Le donne non parteciperanno subito. Ben presto però sarà evidente la disparità numerica tra noi e l’Etiopia e la necessità dell’aiuto delle donne che non avranno un ruolo subalterno a quello degli uomini. Alcune saranno al comando, guideranno brigate. Questo è il motivo per cui già durante quegli anni si celebrerà l’8 marzo, un tributo alle donne, al loro impegno. Naturalmente non c’erano solo le donne che combattevano ma anche quelle nelle retrovie che organizzavano l’aiuto pratico, per esempio preparando il cibo».

«Una storia interessante, ancora non raccontata. Dopo il raggiungimento dell’indipendenza di fatto, nel 1991, le donne eritree potranno votare per il referendum del 1993 che sancirà l’indipendenza de iure?».

«Certo. Abbiamo votato nel 1993, ovviamente a favore dell’indipendenza del nostro paese e da quel momento abbiamo conquistato il diritto al 30% di seggi, potendo partecipare alla pari con gli uomini per il restante 70% per tutte le cariche».

«Questa però è una possibilità teorica. Ci sono le “quote rosa” ma non ci sono dal 1993 elezioni…»

«Noi votiamo a livello regionale e amministrativo per eleggere i nostri rappresentanti. Nelle città poi si vota per le circoscrizioni e molti seggi vanno alle donne».

«È ancora importante questa festa?».

«Certo. Il nostro slogan quest’anno è stato: “il rafforzamento economico delle donne è una garanzia per lo sviluppo del paese”, nel senso che il paese per crescere ha bisogno delle donne, della loro forza.L’Unione Nazionale delle Donne Eritree(NUEW)è un’organizzazione che non ha mai perso potere. Anche in Italia sono moltissime le donne iscritte e quelle che collaborano. A Milano abbiamo 80 iscritte ma sono circa 250 le donne che aiutano, per esempio a preparare giornate come questa».

«Un risultato soddisfacente?».

«Sicuro. I nostri martiri, uomini e donne, quando morivano ci lasciavo un compito: proseguire nella lotta. Oggi pensiamo ancora di dover essere tutti uniti, per il progresso delle donne e del paese. Poco fa durante il mio intervento, per esprimere questo concetto ho detto semplicemente: è più facile che un quintale di grano sia sollevato da due persone o da dieci?».

Il movimento delle donne eritree, NUEW (National Union Eritrean Women), fondato nel 1979 per sostenere la lotta per la liberazione del paese, diventerà un cardine importante per la nuova società nella quale le donne avranno un ruolo uguale a quello degli uomini.

Scalfire le antiche usanze non è un compito semplice tuttavia, fin dal 1991, l’Eritrea indipendente ha stabilito che i matrimoni non possono essere combinati, né la sposa comprata o rapita, che l’età minima per sposarsi dev’essere 18, non più 15 anni, che le unioni irregolari non sono consentite perché non proteggerebbero le donne in caso di divorzio o per la successione.

All’interno della famiglia sono stabiliti uguali diritti, anche dal punto di vista della proprietà fondiaria, mentre, al di fuori della famiglia, se la donna lavora, la legge stabilisce che dev’essere pagata, a parità di mansioni, come gli uomini.

Inoltre donne e uomini, compiuti i 18 anni, saranno obbligati a prestare Servizio Nazionale, che non è solo militare ma anche civile, per un tempo stabilito, inizialmente, in 18 mesi.

Sarà la guerra scoppiata nel 1998 contro l’Etiopia a interrompere il percorso di riforme e crescita economica appena avviato.

Ancora oggi, nei territori che l’Accordo di Algeri aveva definito eritrei, vi sono truppe etiopi. Questo è il motivo per cui, come spiegano, il ruolo del servizio nazionale si è ampliato: da un lato per proteggere militarmente il paese, dall’altro per dare un lavoro “statale” ai giovani che collaborano in questo modo allo sviluppo del paese.

I ragazzi però, cresciuti in una pace relativa, non tollerano più questo stato di cose. Molti di loro, uomini e donne, ritenendo il servizio nazionale un ostacolo al proprio futuro, hanno percorso in questi anni la pericolosa strada dell’illegalità, cercando una vita migliore in Occidente, spesso con l’aiuto di parenti e familiari.

Forse per questo motivo, all’inizio dell’anno, il servizio nazionale obbligatorio è stato riportato a 18 mesi, anche se la situazione internazionale non si è modificata.

Sulla carta, riguardo ai diritti, l’Eritrea ha compiuto moltissimi progressi: nel 2007 è stata messa al bando la pericolosissima consuetudine della mutilazione genitale femminile, forse non del tutto estirpata, tuttavia il numero di giovanissime che la subiscono è diminuito sensibilmente, confermando che le donne, oggi mamme, non sottopongono più a questa pratica le loro bambine.

L’Eritrea è anche uno dei paesi che ha raggiunto in anticipo alcuni Obiettivi del Millennio (MDGs) riguardanti la salute delle donne e dei bambini; le gravidanze sono più assistite, si muore meno di parto e anche la mortalità neonatale ormai è ridottissima.

Un altro punto a favore della costruzione di una società più giusta è la buona scolarizzazione femminile, numericamente di poco inferiore a quella maschile. Rispetto al 2008, oggi la presenza femminile nei college è più alta, il 25% studia medicina, il 24% scienze sociali, il 33% economia e il 37% agricoltura.

Lo sforzo non è solo verso l’istruzione superiore, con le mobile school si cerca di raggiungere anche i nomadi, come i rashaida che, tra l’altro, accettano solo maestri che appartengono alla stessa etnia.

Il tema delle pari opportunità e dell’uguaglianza dei diritti nelle scorse settimane è stata al centro del report presentato a Ginevra al CEDAW, il Comitato per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne, comitato cui l’Eritrea ha aderito nel 1995, appena conquistata l’indipendenza.

Occidente e tradizione convivono in Eritrea. Le generazioni più giovani vestono jeans e maglietta, le loro mamme indossano, sull’altopiano la zuria, spesso ricamata con la croce copta. Nelle zone a maggioranza islamica, gli abiti sono lunghi pepli, a volte molto belli e colorati come quelli delle donne bilene di Keren.

Una femminilità ferma e coraggiosa quella che si vede negli occhi delle donne eritree, una femminilità combattiva, appena attenuata dal giallo della mimosa.

Marilena Dolce

@EritreaLive

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