ERITREA, fame e siccità sconfitte dall’agricoltura

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Eritrea, diga di Gergera, una delle più grandi del paese

Eritrea, diga di Gergera, una delle più grandi del paese

Un’agricoltura moderna  e la costruzione di dighe sostengono lo sviluppo del paese mettendolo al riparo dalla siccità che sta colpendo il Corno d’Africa, così dicono ad Asmara i responsabili del settore economico, di quello politico del PFDJ (People’s Front Democracy Justice) e il Ministro dell’Agricoltura.

Nell’immaginario occidentale la fame è la condizione dell’Africa.
Se negli ultimi cinque anni siete stati in Eritrea, però, non avrete visto nessuno morire di fame.

I mercati sono pieni di frutta, verdura, farine e spezie colorate. Ci sono banchi di carne e pesce e non mancano ceste piene di pane, anche se alcuni occidentali si lamentano che non sempre sia così. Questo tuttavia non è un risultato scontato per un paese che, da sempre, deve fare i conti con un clima arido che inasprisce il territorio e rende difficile coltivare campi e allevare animali e dove la mancanza di pioggia lascia per gran parte dell’anno molti uadi, corsi d’acqua, all’asciutto.

Scarse precipitazioni annue, circa 300 mm, meno della metà della media italiana, non permettono agli agricoltori eritrei, per avere buoni raccolti, di contare solo sull’andamento delle piogge.

Oltre al clima, però, nel caso dell’Eritrea, contro l’agricoltura ha giocato anche la storia.

Dopo il colonialismo italiano, l’amministrazione inglese e il dominio di Halié Selassié gli eritrei iniziano, nel 1961, la lotta per liberare il paese dal colonnello Menghistu Heilé Marian che aveva preso il posto dell’imperatore.

Sono anni in cui chi non combatte se ne va, sostenendo il paese dall’estero, e chi resta, per combattere, smette di coltivare i campi che, in seguito, dovranno essere bonificati dalle mine e dall’abbandono.

Nel 1991, conquistata l’indipendenza, nel paese comincia l’attesa rinascita che però deve interrompersi ancora una volta, per il conflitto con l’Etiopia (1998- 2000) su una questione di confini. Nel 2002 una commissione internazionale, con l’Accordo di Algeri, dà ragione all’Eritrea, senza tuttavia liberare i confini contesi, situazione che vincolerà lo sviluppo del paese al peso della sua difesa.

Incontro ad Asmara Hagos Ghebrewiet che nel partito, il People’s Front Democracy and Justice,(PFDJ) si occupa di economia. “Quando si parla di economia” dice “e si chiedono i dati, non bisogna dimenticare il problema della guerra e il problema dei confini, una situazione che ha assorbito molte delle risorse del paese. Questa è la premessa necessaria per capire quanto è stato fatto negli ultimi anni. Per esempio, per l’agricoltura, abbiamo investito molto nella conservazione dell’acqua e nella costruzione di dighe. Ma costruire solo dighe non basta, stiamo facendo anche investimenti per produrre tubi in pvc per l’irrigazione. Grazie ai miglioramenti in agricoltura, ora siamo molto vicini all’obiettivo dell’autosufficienza alimentare”.

Autosufficienza alimentare, primo obiettivo del millennio (MDG), che l’Eritrea sta cercando di raggiungere investendo per trattenere l’acqua, costruendo dighe, invasi, pozzi.

“Durante la lotta per l’indipendenza” continua Hagos, “la maggior parte della gente si era abituata a dipendere dagli aiuti, per questo nessuno voleva più tornare a fare l’agricoltore”.

E l’agricoltura, spiega durante l’intervista a EritreaLive il ministro dell’agricoltura Arefraine Berhe è il mezzo per raggiungere sicurezza alimentare e, soprattutto, buona nutrizione, per la sussistenza prima, per l’esportazione poi.

Il risultato della scelta cha ha puntato sull’acqua è quello di aver messo il paese al riparo dalle crisi alimentari legate alla siccità che, ciclicamente, investono l’area. L’ultima grave crisi che ha colpito il Sahel nel 2011, infatti, ha risparmiato l’Eritrea.

In un discorso televisivo lo scorso 23 gennaio il presidente Isaias Afwerki, ha detto, riferendosi alla siccità nel Corno d’Africa e al timore che El Niño possa portare con sé fame e morte, che l’Eritrea non ne sarà vittima, grazie alle scelte fatte nel campo dell’agricoltura.

In giro per il paese, del resto, si possono vedere molte dighe in costruzione o appena terminate, come quella di Gergera che contiene 35 milioni di metri cubi d’acqua per rifornire la zona di Mendefera e Dekhamere.

Gergera sembra un lago scuro per il riflesso verdeggiante della sua acqua, mentre nella terra intorno spicca, rubato alle rocce, il verde ordinato dei campi coltivati. Poco distante, accanto ai tubi in pvc, ancora da interrare, crescono bellissime le euforbie dai fiori rossi, portate a suo tempo, così si dice, dagli immigrati siciliani.

Che in Eritrea si potesse coltivare con ottimi risultati i coloni italiani l’avevano imparato subito, facendo sorgere accanto alle caserme, fattorie e concessioni agricole. Una delle più famose, quella di Elabered, vicino a Keren, era rinomata per le squisite arance, frutto che ancora oggi ha mantenuto il nome italiano.

“Per la nostra agricoltura”, spiega il ministro Arefraine Berhe, “oltre alla meccanizzazione, un ulteriore passo avanti sarà il finanziamento dell’Unione Europea, soldi che il paese destinerà all’energia, motore importante in molti settori, anche in quello agricolo”. “Noi vogliamo avere”, continua il ministro “energia verde, non più legna”. Un’energia che salvaguardi l’ambiente evitando i danni del disboscamento.

“Oggi il nostro paese” dice Hagos “ha una crescita intorno al 3, 3.5% e presto le cose miglioreranno ancora”.

“La crescita economica del paese” spiega Yemane Ghebreab, People’s Front Democracy and Justice,(PFDJ) a EritreaLive “avrebbe potuto essere migliore se non fosse stata bloccata dalla situazione con l’Etiopia, una scelta politica degli Stati Uniti che hanno sempre ostacolato l’indipendenza eritrea”.

“La nostra è un’agricoltura tradizionale”, dice il ministro “dove il lavoro, un tempo svolto con gli animali e oggi sostituito da trattori, ha permesso l’aumento della produttività”.

L’Eritrea, però, nonostante i risultati che si possono vedere, è accusata di mancanza di “progettualità economica” e di dipendenza dagli aiuti internazionali, così scrive Limes nell’ultimo numero del 2015 dedicato all’Africa.

Qual’è, dunque, la posizione dell’Eritrea sugli “aiuti”, li accetta o li rifiuta?

“Il concetto di selfreliance adottato dal paese dopo l’indipendenza” spiega Hagos “è stato spesso frainteso. Significa sì fare le cose con i nostri mezzi, ma non per forza tutto da soli, non escludiamo la cooperazione internazionale, solo vogliamo che risponda ai nostri bisogni”. “Stiamo usando massime risorse”, continua Hagos “per sviluppare tutti i settori, cominciando dalle infrastrutture, quindi stiamo cercando di avere investimenti privati, locali e internazionali. Immaginiamo un futuro prossimo in cui tutti i cittadini eritrei possano beneficiare degli investimenti per lo sviluppo, comprando azioni delle singole società”.

“La cooperazione per noi è importante” dice il ministro dell’agricoltura che precisa: “abbiamo una buona cooperazione con molte organizzazioni internazionali, per esempio con l’African Development Bank, l’Unione Europea e, per quanto riguarda l’Italia, con alcune società attive in campo zootecnico”.

Lo scorso 28 gennaio ad Asmara è stato siglato l’accordo di cooperazione grazie al quale l’Eritrea riceverà 200 milioni di euro da impiegare, come stabilito, in massima parte in campo energetico, per far procedere lo sviluppo del paese.

“Io penso” dice Yemane Ghebreab “che Italia ed Europa dovrebbero rivedere il loro atteggiamento nei nostri confronti. Deve essere modificato il giudizio: l’Eritrea non è un problema da risolvere ma un’opportunità per investimenti. Penso che Italia ed Europa potrebbero avere molte possibilità qua”.

In effetti l’Europa sta andando in Eritrea.

Lo scorso 16 dicembre la delegazione tedesca del Ministero di Economia, Cooperazione e Sviluppo era ad Asmara e il ministro Gerd Müller ha incontrato il presidente Isaias Afwerki. Negli ultimi due anni sono andate in Eritrea delegazioni inglesi, norvegesi e danesi. Questi ultimi hanno stilato un report positivo sul paese, cercando di capire le radici del fenomeno migrazione. Ultimamente persino una delegazione svizzera, invitata dal paese di cui accoglie i richiedenti asilo, ha detto che la situazione in Eritrea è diversa da come la descrive la stampa, che il paese non è oppresso, che camminando per le strade si può parlare con la gente. Insomma che non è una “Corea del Nord”.

Conclude Hagos,riferendosi all’Italia, che “si vorrebbero vedere più investimenti italiani e maggiori relazioni commerciali” con il nostro paese che potrebbe investire nei campi che meglio conosce, turismo, infrastrutture e agricoltura, perché l’Eritrea non ha dimenticato che il buon avvio verso un’agricoltura moderna è cominciato proprio con il colonialismo italiano.

L’Italia accoglierà l’invito?

Marilena Dolce
@EritreaLive

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