Eritrea e Pari Opportunità

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Manufatti della Cooperativa delle Donne Eritree (NUEW)

Milano, 27-28 giugno, Festa delle comunità eritree in Italia, Manufatti della Cooperativa delle Donne Eritree (NUEW)

Expo2015 è stata l’occasione per alcune donne eritree che lavorano ad Asmara, in cooperativa, di fare un viaggio in Italia, paese che conoscono e di cui, qualche volta, hanno studiato la lingua.

Le incontro a Milano nei giorni di festa delle comunità eritree in Italia, a fine giugno. Tra musica, balli, seminari e ottimo zighinì loro hanno allestito un banco per far conoscere e per vendere i lavori portati dall’Eritrea.

Sono oggetti belli e preziosi, completamente fatti a mano: borse colorate lavorate all’uncinetto, presine, grembiuli, asciugapiatti, tovaglie e poi dipinti, sciarpe e altro ancora.
Mentre guardo i manufatti non posso far a meno di pensare che siano, e mi chiedo se loro lo sappiano, un lascito coloniale italiano, come architettura, strade, cinema, ferrovia. Lasciti diventati parte della storia eritrea.

Immagino le loro mamme anzi, probabilmente, le nonne che, dopo aver imparato nella famiglia dove lavoravano a cucinare pasta, sughi e lasagne, imparassero anche a tricottare con ferri e uncinetto, a cucire e ricamare.

Del resto il modello femminile per le colonie, come scrivevano le riviste del Partito Nazionale Fascista nel 1938, propone una donna instancabile che si occupa dell’orto e degli animali da cortile, che prepara in casa burro, formaggio, iogurt e sapone, che confeziona vestiti e scarpe, cinture e cappelli e che nel tempo libero, eventualmente ne restasse, faccia “lavoretti a mano”.

Parlo con alcune di loro, non proprio un’intervista, una conversazione tra donne.

Prometto anche d’interessarmi per vedere se Milano, capitale della moda, possa ri-conoscere parte del proprio passato nella bellezza dei loro oggetti, scialli, nezelah bianche e colorate, in cotone, tessute a mano, con bordi classici, alti e brillanti.

Ci incontriamo, qualche giorno dopo il Festival, in via Lecco, zona milanese quartier generale di eritrei ed etiopici, ora piena di ragazzi arrivati dai due paesi, “clandestini” in attesa di rifugio e fortuna, che usano Milano come transito per raggiungere l’Europa del Nord.

È quasi mezzogiorno e, mentre stiamo camminando, ci troviamo tra un gruppo di giovani africani, ragazzi e ragazze che, come se fosse suonata la campanella di scuola, si riversano nelle vie che portano verso le scalinate dei giardini pubblici, dove arriverà il pasto. Una scena che si ripete due volte al giorno, salvo festivi, quando il vitto è lasciato al buon cuore dei privati cittadini della zona che ormai conoscono la situazione.

All’improvviso un ragazzo dall’aria pulita, tranquilla, rivolge alla signora eritrea che mi cammina a fianco un sorriso smagliante. Poi si ferma e la bacia sulle guance, per tre volte, come l’usanza vuole, se c’è amicizia. Parlano, lui le sorride cortese. Non capisco cosa dicono, immagino però che si salutassero così anche in Harnet Avenue, via centrale della capitale Asmara.

L’Eritrea è anche questo.

Poi il ragazzo riprende la sua strada, raggiunge il gruppo.
E la signora, allargando le braccia, sconsolata, mi spiega che è il figlio di conoscenti, un diciassettenne che, dice, non ha problemi, i genitori hanno un grande negozio.
Conclude chiedendosi: “Non capisco, proprio non li capisco, perché lasciano l’Eritrea? Forse per imitazione, perché è una cosa che fanno in molti”.

Certo per la loro generazione, donne che hanno  combattuto durante la guerra di liberazione, (1961-1991) a fianco di padri e fratelli, non è facile capire questa scelta di abbandono, come mi dicono prima dell’intervista Nighisti e Frewini che risponderanno insieme alle mie domande.

Avete un laboratorio, un negozio ad Asmara?

Facciamo parte di un’associazione composta da ventisette donne. Confezioniamo tutto a mano, usando le materie prime del nostro territorio, della nostra zona e per farlo ci finanziamo da sole. A volte non possiamo fare i lavori che vorremmo perché non possiamo anticipare i soldi necessari. Ecco perché speravamo di poter vendere le nostre cose in Italia.

In realtà hanno tentato, ma Milano a metà luglio è distratta dal caldo torrido e dai saldi. Queste sono cose da proporre prima di Natale, per i mercatini, spiegano loro le persone contattate.

Come nasce in Eritrea il movimento delle donne (NUEW, National Union Eritrean Women)?

Prima dell’indipendenza (1991), a causa del colonialismo, le donne eritree non avevano nessuna possibilità. (ndr l’ Eritrea è stata colonia italiana dal 1890 al 1941, poi federata e annessa all’Etiopia di Heilè Selassiè, infine sotto il dominio etiopico di Menghistu Heilè Mariam).

Ora abbiamo diritti che prima non avevamo. Prima dell’indipendenza non avevamo gli stessi diritti degli uomini, poi li abbiamo ottenuti perché abbiamo combattuto al loro fianco contro ogni colonialismo. È grazie all’indipendenza se per noi donne sono arrivati i diritti.

Possiamo fare quello che sappiamo fare e questa è la cosa più importante.
Lavoriamo come gli uomini. E lavorando possiamo mantenerci.
Se frequentiamo gli stessi corsi e abbiamo gli stessi voti, possiamo ottenere lo stesso lavoro degli uomini con uno stipendio uguale.

Nel nostro paese uomini e donne hanno gli stesi diritti, almeno da quando siamo indipendenti. Prima, durante il colonialismo, non c’era uguaglianza. Uomini e donne non avevano una giusta retribuzione. Abbiamo lottato e sofferto per avere l’indipendenza e i diritti.

La società eritrea però ha permesso che le donne lottassero…

Prima dell’indipendenza non avevamo nulla, non potevamo avere neppure terra da coltivare. (ndr, sia tra i tigrini dell’altopiano, sia tra le popolazioni aristocratiche nel Nord dell’Eritrea, prima ancora della colonizzazione italiana, le donne non potevano possedere né terra né bestiame, divieto che risaliva al secolo scorso mantenuto dall’imperatore Heilè Selassiè. Il problema è stato affrontato e risolto dall’Unione delle Donne).
Dopo aver combattuto abbiamo ottenuto di avere terreni da coltivare e di ricevere uno stipendio per il lavoro che facciamo. Possiamo anche andare dove vogliamo perché ora la legge è uguale per tutti.

La Commissione d’Inchiesta sui Diritti Umani (COI) nell’ultimo rapporto presentato a Ginevra presso la sede delle Nazioni Unite lo scorso giugno, ha scritto che in Eritrea le donne subiscono violenza durante il servizio militare, è vero?

A noi questo non risulta, non sappiamo perché dicano queste cose, forse vogliono che in Eritrea le donne cambino la loro condizione ma non sarebbe giusto, ora noi siamo sulla strada giusta. Lavoriamo, possediamo lotti di terra. Veramente, mi scusi, ma non so perché dicano queste cose alle quali io non credo.

Tra le donne del movimento c’è solidarietà e unione?

Per forza. Alcune di noi erano molto piccole quando è cominciata la lotta, avevamo 13, 16 anni.
Io (ndr Nighisti) avevo 9 anni quando sono andata in guerra con mio padre e mio fratello, così come tutti i nostri vicini di casa.
Era una situazione terribile, i genitori non riuscivano a vivere, qualsiasi eritreo non riusciva a vivere. Si doveva combattere. Una volta compiuti i diciotto anni potevi insegnare ad altre persone, qualcuna di noi perciò insegnava e, contemporaneamente, combatteva contro i nemici.
La sofferenza è stata uguale per tutti, uomini e donne, bambine e bambini.Tutti abbiamo combattuto. Abbiamo fatto tutto insieme e ci siamo presi la nostra indipendenza. Non c’erano donne e uomini. La priorità era avere l’indipendenza ecco perché abbiamo lottato. Certo avevamo dei leaders e credevamo in loro ma non c’era differenza tra noi e loro. Ecco come abbiamo ottenuto l’indipendenza, non facilmente ma con un duro lavoro. Sono stati momenti molto difficili ma sono passati.

Com’è oggi per le donne la vita in Eritrea?

Dopo la scuola, dopo l’università, noi donne abbiamo le stesse possibilità degli uomini. Possiamo diventare ingegneri, dottori, infermiere.
Non è richiesto alcun pagamento per l’istruzione, a nessuno studente. Senza dover pagare puoi prendere un dottorato, una laurea. Così il nostro paese si occupa della preparazione di ragazzi e ragazze. Senza differenze. Se sei una ragazza e vuoi prendere parte a un corso sei incoraggiata dall’associazione delle donne a farlo, a prendere un titolo di studio. Se i tuoi voti sono molto alti, l’associazione delle donne ti regala libri e cose simili. Tutto per incoraggiare lo studio, perché prima nella nostra società per le donne lo studio non era importante. Retaggi coloniali. Ora ci sono tante possibilità se sei intelligente… comunque dipende da te.

Se la situazione è così positiva perché i giovani, anche le ragazze, lasciano il paese?

Credo subiscano un’influenza internazionale. Questo non è un fenomeno solo del nostro paese, ovunque nel mondo si emigra.
Sono scelte personali, non sono dovute ai governi, questa è la mia opinione.

In questo periodo ho potuto vedere come vive chi è arrivato clandestino in Italia: stanno in strada… non credo che questo sia umano.
L’Eritrea ha un atteggiamento diverso. Nel nostro paese, come ho detto, si può ricevere un’istruzione, diventare ingegneri, dottori. Il problema è che il nostro è un paese giovane, ognuno ha il dovere di lavorare non solo per sé, anche per il paese. Finché il mio paese avrà bisogno di me, io lavorerò, anche se ho già combattuto per questo. Ogni paese deve lavorare per sé stesso.

Il servizio nazionale è un dovere per avere diritti.

Ci sono insegnanti italiani nel nostro paese, ma in questi giorni in Italia, paese democratico, ho visto che per gli eritrei non ci sono diritti umani. Ti darebbero una casa, se ci fosse umanità. Ti darebbero un lavoro… non credo che chi lascia il paese sappia a cosa va incontro, né perché ha voluto andare via.

L’influenza internazionale li fa andare via. Se chiedi loro perché sono arrivati in Italia, la risposta è sempre una sola: “Non lo so, voglio andare da un’altra parte”. Se gli chiedi se si siano pentiti, rispondono di sì e piangono.
“Cos’è successo? Per piacere, portateci da un’altra parte”, così ci dicono i giovani arrivati in Italia. Di nuovo chiediamo: “Perché sei venuto?” E ancora rispondono: “Non lo so”.
“Torneresti indietro con noi?”, gli diciamo.
“Sì”, rispondono.

Come donne, come apparteneti al movimento, quando a fine luglio torneremo in Eritrea racconteremo “l’accoglienza” come l’abbiamo vista con i nostri occhi in Italia…

Marilena Dolce

@EritreaLive

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