Eritrea, Asmara, una città a misura d’uomo-VIDEO

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Il 1 febbraio 2016 Asmara ha presentato all’Unesco la propria candidatura per entrare nell’elenco dei siti patrimonio mondiale dell’umanità, più di mille in tutto il mondo.

“Avevamo davvero scelto il giorno giusto per inaugurare il nuovo albergo, il più grande, il più moderno, e ancora l’unico, della nuova Asmara”. Così scrive Carlo Lucarelli nel romanzo Albergo Italia ambientato in Eritrea, riferendosi all’inaugurazione, nel 1899, dell’albergo di Asmara, città dove il capitano Colaprico e il baluk basci Ogbà, sventano crimini ed efferatezze.

Sono i primi anni del colonialismo italiano, quello liberale appoggiato da Francesco Crispi, anni durante i quali si costruisce la colonia d’Africa, prima militare poi civile, spostando la capitale da Massawa, città sul Mar Rosso, utile per il porto e i commerci ma troppo calda per gli insediamenti delle famiglie, verso Asmara.

Asmara, sull’altopiano, formata da quattro villaggi, clima fresco: “appena smetteva di piovere e usciva il sole, era come se tutto fiorisse, colori così lucidi da sembrare finti. A Massawa luci bianche e ombre nere, qui invece gli occhi brillano”, scrive Lucarelli.

Un’eterna primavera che incoraggia gli italiani che arrivano in Eritrea a lavorare per costruirla, perché la nuova capitale, retta dal governatore Ferdinando Martini (1897-1907), prenda forma.

L’Italia, diventata tardi potenza coloniale rispetto agli altri stati europei, spiega l’espansionismo in Africa con ragioni demografiche, più che economiche, un modo per offrire terre agli italiani, perché emigrando trovino una “piccola Roma”.

Però proprio la terra resterà solo un progetto, sia per l’ostilità dei nativi sia per il costo degli incentivi per le concessioni.

Inoltre, nel 1896, la sconfitta di Adua contro l’esercito etiopico, provoca in Italia una profonda crisi politica e la rinuncia a qualunque operazione potesse provocare altri scontri.

Ma chi sono gli italiani che decidono di andare nella colonia d’Eritrea? Non grandi latifondisti, in stile La mia Africa per intendersi, né nobili né alto borghesi, poco convinti dell’operazione, neppure industriali che non lasciano l’Italia per l’Africa, sono invece piccoli borghesi, operai, artigiani, impiegati, commercianti, piccolissimi imprenditori e, naturalmente, militari.

Il colonialismo italiano comincia subito costruendo infrastrutture, ponti, strade, ferrovie e poi città. Asmara, la capitale, dev’essere ricostruita, senza il disordine dei vecchi villaggi e con un piano edilizio razionale, geometrico, all’interno del quale allineare, strade, piazze, viali, case, scuole, ospedali, negozi.

E, naturalmente, i palazzi del potere: la casa del governatore, la sede del governo, il comando truppe, il tribunale. E poi i quartieri, le zone eleganti destinate agli europei e il resto Abba Shawl, cui i coloni non cambiano neppure il nome. Senza però troppa separazione tra centro e periferia, per non allungare la strada agli eritrei che lavorano per gli italiani.

Come si viveva ad Asmara in quegli anni? Non ne sappiamo molto, tuttavia si può immaginare che la piccola borghesia italiana avesse portato con sé, oltre ai bauli, anche le abitudini, così probabilmente la vita ad Asmara non era molto diversa da quella che si poteva fare negli stessi anni a Felino, Soresina o Monreale.

Asmara cresce e si sviluppa ad immagine e somiglianza dell’Italia fatta di operose province piene di villette, officine e negozi con abitazione al piano superiore.

Centro della vita sociale di Asmara è Piazza Roma, dove la Banca d’Italia apre, nel 1914, una filiale e dove ci sono il Tribunale e l’elegante Caffè Roma, nelle vicinanze di Corso del Re, oggi Nakfa Avenue.

Il mercato, altro luogo importante nelle città italiane, è pianificato anche per Asmara.
Il primo progetto è di Odoardo Cavagnari che disegna uno spazio rettangolare affiancato da un’area verde. A questo, negli anni delle leggi razziali fasciste, si sostituisce il progetto di Guido Ferrazza, capo dell’ufficio tecnico di Asmara, che cerca un equilibrio tra fascismo e buon senso.

Nel 1938, infatti, il fascismo vuole che nelle colonie la separazione tra bianchi e neri sia netta. Non che prima non esistesse, però, nella vita quotidiana, era poco influente, contavano i rapporti umani e quelli, spesso, tra italiani ed eritrei, erano eccellenti.

Adesso invece, per legge, anche il mercato dev’essere separato, la parte vecchia per gli eritrei, quella nuova per gli europei. Ferrazza, però, aggiunge al progetto iniziale la costruzione della Grande Moschea, un edificio con a lato portici, ora chiusi, che avrebbero permesso il passaggio delle persone dall’una all’altra zona del mercato, senza infrangere la legge.

Così Asmara, città tranquilla, città a misura d’uomo, diventa sempre più bella. Non è raro trovare in Africa, nelle ex colonie europee, esempi di architettura modernista, ma non un’intera città come Asmara, nata ai primi del Novecento e rimasta quasi del tutto intatta. Ancora oggi, passeggiando per le sue belle strade si vedono cinema decò, stazioni di servizio futuriste, ville, residenze, alberghi razionalisti ed edifici liberty.

L’Eritrea e Asmara, tuttavia, al termine del colonialismo italiano devono fare i conti con un lungo periodo di sopraffazione etiopica che finisce nel 1991, con la conquista dell’indipendenza.

Trent’anni lunghi di lotta (1961-1991) che lascia segni pesantissimi: fame, povertà, campi non più coltivabili, mancanza di luce, acqua, strade, case e città distrutte dai bombardamenti.

E nella capitale, che pur ha subìto pochi danni irreparabili, i problemi non mancano e a quelli vecchi si aggiungono i nuovi.

Nelle zone più povere e popolate della città, dove mancavano i servizi, ora mancano anche le case, perciò si costruiscono nuovi palazzi, alti anche sei, dieci piani.
Palazzi che diventano per tutti, non solo per gli addetti ai lavori, un pugno negli occhi.

Perché agli eritrei Asmara piace così com’è, com’è stata fatta dagli italiani.

In tempi più tranquilli, dice l’architetto Gabriel Tzeggai, si fanno largo i concetti di “patrimonio architettonico” e “conservazione”, si discute sulla valorizzazione degli edifici, si parla di restauro.

Soprattutto ci si chiede se ha senso preservare edifici simbolo del colonialismo, sobbarcandosi il costo del restauro, piuttosto che costruire ex novo.

La domanda resterà in sospeso perché, nel 1998, scoppia un nuovo conflitto con l’Etiopia.

Al termine, nel 2002, pur tra molte difficoltà ed emergenze l’Eritrea si chiederà ancora: a chi appartiene Asmara? A chi l’ha progettata o a chi l’ha costruita con il proprio lavoro, con le proprie mani. Asmara è nostra, dicono gli eritrei, perché l’abbiamo costruita e perché l’amiamo, perciò vogliamo proteggerla e restaurala. Il problema è il costo del restauro, non la volontà di farlo.

Nel 2004 l’Unesco accetta che Asmara possa essere inserita nell’elenco del patrimonio mondiale, requisito importante per la tutela e il restauro della città.

Il 1 febbraio 2016 Asmara ha presentato all’Unesco la propria candidatura ufficiale per entrare nell’elenco dei siti patrimonio mondiale dell’umanità, più di mille in tutto il mondo.

Così si riconoscerebbe l’unicità di Asmara.
Unico non solo il risultato, la bellezza, ma anche la bravura di semplici geometri e giovani architetti italiani, estranei alla nomenclatura fascista, snobbati dal regime, che hanno saputo costruire una città moderna.

Perché, come spiega Sandro Raffone, “probabilmente gli accademici e i giovani professionisti che già avevano un nome erano impegnati nelle numerose commesse del regime, mentre i big che puntavano all’Impero e alla sua capitale, Addis Abeba che ha sedotto Piacentini e Le Corbusier, non erano interessati all’Eritrea”.

Gli italiani che in quegli anni hanno progettato Asmara, forse erano alle prime armi, certamente, però, erano bravi.

Pensiamo alla bellissima Fiat Tagliero, simbolo del futurismo e di Asmara, così come ai molti altri edifici di autore “sconosciuto”, opere che non sono nate come simbolo di sopraffazione, nonostante siano state costruite in epoca coloniale e fascista, rimaste, per questo motivo, belle nel tempo.

Marilena Dolce
@EritreaLive

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Un commento

  1. abbay hagos says:

    Bel articolo e bel filamato su Asmara. Finalmente una giornalista che conosce bene l’Eritrea. Non ne possimao più di tutte le falsità sull’Eritrea. Complimenti e coraggio! sarà sicuramente attaccata da chi non vuole bene all’Eritrea….

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