ERITREA A BOLOGNA, una festa di popolo

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© Veg Video, Bologna, Festival d’Eritrea, la cerimonia d’inizio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Dalla mattina di venerdì 4 alla tarda notte di domenica 6 luglio si è tenuto all’Arena Parco Nord di Bologna un Festival Internazionale d’Eritrea che ha richiamato migliaia di eritrei provenienti da tutto il mondo. L’evento è stato preceduto da una polemica che ha investito direttamente il Comune di Bologna e il sindaco, colpevoli di aver concesso l’area ad un’iniziativa organizzata dai sostenitori del governo di Asmara.

Il Festival di Bologna: un simbolo della solidarietà internazionalista tra Italia ed Eritrea.

Bologna non è stata scelta a caso: la città emiliana ha infatti ospitato dal 1974 al 1991 tutti gli incontri internazionali organizzati dagli eritrei esuli per appoggiare la lotta armata di liberazione, allora in corso nel Paese, contro l’occupazione etiope.

Tema centrale di questo Festival è stato proprio la ricorrenza dei 40 anni dalla prima festa.

In quegli anni la città è stata anche centro della solidarietà attiva di sindacati e partiti della sinistra interessati a conoscere e sostenere un movimento rivoluzionario che progettava e iniziava a costruire, nelle zone liberate, un futuro indipendente, basato sull’eguaglianza sociale e sul rispetto delle diversità etniche e religiose.

Questi festival hanno un grande valore nella storia del Movimento di Liberazione Eritreo tanto che nella capitale Asmara l’unica via dedicata a una città non eritrea è Godenà Bologna.

Non poteva mancare, all’interno della festa, il Museo Bologna con una mostra fotografica e una raccolta di “reperti” storici sulle mobilitazioni degli esuli in Europa negli anni ’70 ed ’80.

Tre giorni possono spazzare via molti stereotipi.

Nessuna concessione alla “moda etnica” ad uso degli occidentali all’Arena Parco Nord: è stato un evento di eritrei per l’Eritrea, fresco e genuino soprattutto se confrontato con l’immagine tanto primitiva quanto artefatta dell’Africa che passa in televisione ma anche in molte occasioni “culturali”.

Non è stato solo un evento musicale o ludico; certamente le esibizioni di cantanti e artisti provenienti dall’Eritrea hanno coinvolto migliaia di persone ma, nonostante il caldo, ho visto riempirsi la grande tensostruttura che, all’ora di pranzo, ospitava incontri letterari e politici, ho visto riunioni di piccoli gruppi, spontanee e appassionate.

Nel festival era rappresentata l’intera comunità della diaspora eritrea nel mondo. Ogni sezione gestiva lo stand del proprio paese di provenienza (erano rappresentati quasi tutti i paesi europei e gli Stati Uniti) ed era comune sentire i partecipanti parlare tra loro non solo in tigrino, in arabo o nelle altre lingue eritree ma anche in inglese, francese, tedesco…

I volontari erano decine, la maggior parte giovani e davvero instancabili nella gestione di un evento imponente e complesso.

L’uno accanto all’altro erano presenti cristiani, musulmani, ragazzi vestiti all’occidentale e donne più anziane con il tradizionale velo bianco (nezela), tantissimi bambini, giovani dalla capigliatura rasta e ragazze con i tacchi a spillo.

La diversità d’altra parte è un carattere fondamentale della nazione eritrea dove convivono pacificamente le tre maggiori religioni (cristiana ortodossa, islamica e cattolica), nove gruppi etnici e gli annunci ufficiali, come pure i telegiornali della televisione di stato, sono trasmessi in più lingue.

Awet N’hafash! Vittoria alle masse!

Questo storico slogan della lotta di liberazione era la frase più comune nei grandi cartelli che decoravano l’ingresso e l’interno dell’area feste. Il Festival era infatti permeato da un forte impegno politico che, schematicamente, potremmo riassumere in un concetto: difendere l’Eritrea, la sua indipendenza, la sua rivoluzione.

Questo perché gli eritrei ritengono che il proprio Paese sia attaccato.

Un’importante porzione del loro territorio nazionale è stata invasa dall’esercito etiope (sostenuto e finanziato dagli Usa) tra il 1998 e il 2000 nel corso di una guerra mai del tutto conclusa dato che i confini stabiliti dai trattati di pace non sono stati rispettati dall’Etiopia e che, ancora nel 2012, gli etiopi hanno effettuato alcuni raid.

L’Eritrea inoltre è sottoposta a sanzioni economiche Onu per un presunto, mai provato, sostegno ai ribelli somali.

Gli eritrei sono fieri della propria indipendenza frutto della trentennale lotta di liberazione, sono orgogliosi di aver rifiutato basi militari straniere sul proprio territorio e della scelta di non far dipendere la propria economia dagli aiuti di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale per non “farsi sviluppare” in base agli interessi delle grandi multinazionali occidentali.

Schiavi vs Liberi: i migranti visti dai nostri salotti.

Anche se probabilmente alcuni eritrei avranno rispolverato un vecchio proverbio nato negli anni del colonialismo che tradotto recita: non essere felice se l’italiano ti vuole bene e non essere triste se ti odia, non cambia nulla, vale la pena affrontare il tema delle polemiche che hanno accompagnato il festival perché chi le ha lette sulla carta stampata o sui blog, anche “alternativi” e “di sinistra”, non ha avuto la possibilità di ascoltare l’altro punto di vista.

D’altra parte si sa: la par condicio vale solo per le nostre questioni interne mentre si possono criminalizzare stati indipendenti senza concedere nessun diritto di replica.

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© Veg Video, Bologna, Festival d’Eritrea, molti i ragazzi che partecipano

Stando al punto di vista dei giornali italiani e a quanto pare della giunta comunale di Bologna e del suo sindaco, che hanno ritirato il patrocinio al festival e solidarizzato con chi lo contestava, i migranti dell’Arena Parco Nord sarebbero “schiavi” del regime o “sgherri” mossi, a seconda delle interpretazioni, dalla paura o dalla bramosia di divertirsi a tutti i costi (“ballando sui morti di Lampedusa”). A loro sono stati contrapposti gli oppositori che l’ hanno contestato in nome di un’Eritrea “democratica”.

A prescindere dai numeri che hanno visto confrontarsi alcune decine di contestatori alle migliaia di eritrei che hanno riempito Bologna, sono opportune due considerazioni.

Sembrerebbe che i migranti scappino per colpa dei regimi autoritari al potere nei paesi d’origine, dunque sarebbe colpa loro e non, come pure si è giustamente denunciato da sinistra sino a qualche anno fa, dell’enorme squilibrio nella distribuzione delle risorse mondiali tra “nord” e “sud” del mondo e delle politiche degli stati occidentali che creano guerre nei più lontani angoli del pianeta pur di mantenere il proprio dominio.

Inoltre, in questo modo si accetta, implicitamente, il teorema dell’esportazione della democrazia (la “nostra”, ovviamente) seppure nella nuova versione di un appoggio a elementi interni ai paesi da “democratizzare”. Abbiamo visto i risultati in Libia e in Siria ma in pochi si sono fatti problemi a “ballare” sulle migliaia di morti e sui milioni di profughi causati dalle aggressioni a questi paesi.

“Via Stalingrado: un indirizzo appropriato dove festeggiare Afeworky e i suoi sgherri”.

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© Veg Video, Bologna, Festival d’Eritrea, foto ricordo dopo il torneo di calcio

La frase non è mia, è una citazione da Undercover blog de l’Espresso. Dal punto di vista di ogni antifascista e di ogni democratico il paragone non può che essere considerato un onore, poiché la vittoria di Stalingrado è stata la sconfitta del nazifascismo.

Italia! Italia!

Per concludere, una nota di patriottismo che, come si sa, noi italiani rispolveriamo quando si parla di calcio: la squadra italiana ha vinto il torneo del Festival ed è salita sul palco scandendo, “Italia! Italia!”.

© Mattia Gatti

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