Eritrea 8 marzo, Festa Nazionale delle Donne

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© Tesfa Alem Araya, Milano, Festa delle donne,  simbolo dell’organizzazione femminile eritrea

La festa della donna attraversa nelle diverse società momenti euforici e momenti di stasi.

In Italia negli anni del femminismo rovente quella giornata di festa era diventata il simbolo della lotta ai soprusi, delle battaglie civili, del divorzio e dell’aborto libero e gratuito, come diceva lo slogan.

Non che oggi i problemi siano risolti come dimostrano i “femminicidi” però l’attenzione si è spostata su un piano diverso della parità, quella delle quote, rosa naturalmente.

Tutto ciò a dimostrazione di un’uguaglianza, nei fatti, tutt’altro che raggiunta e di una divisione di compiti, soprattutto quelli familiari, non sempre equa, spesso di ostacolo al lavoro femminile.

In Eritrea, la durezza della storia, ha imposto una necessaria parità tra uomini e donne che l’indipendenza ha riconosciuto, affidando loro posti di primo piano nella vita politica e sociale ed eliminando pratiche ancestrali come l’infibulazione, lesiva della salute e della dignità e, per questo motivo, messa al bando dalla legge del 2007.

La storia femminile eritrea è anche quella delle donne che hanno combattuto dal 1961 al 1991. Ascoltandole parlare si può comprendere la vita di una generazione che si è trovata stretta tra “pubblico” e “privato”, tra lotta e famiglia.

Filipos, presidente delle donne eritree in Italia, è a Milano da una ventina d’anni. Veste l’abito della tradizione, un’elegante nezelah bianca con il bordo pervinca.

La sua città natale è Asmara che ha lasciato un po’ prima dell’Indipendenza andando subito in Libano poi, quando anche lì è scoppiato un nuovo conflitto, in Egitto, infine in Italia.

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© EritreaLive, Milano, Festa delle donne

Le chiedo se è sposata, se ha famiglia. Mi risponde con grande semplicità: «la mia famiglia è il mio Paese, ho perso mio marito durante la guerra di liberazione. Eravamo sposati e abbiamo combattuto fianco a fianco. Io ero in prima linea con loro, con gli uomini. Mio marito, però, come moltissimi altri, non ce l’ha fatta. Da allora la mia famiglia è la patria».

Poi, guardandosi in giro nella grande sala che accoglie la festa aggiunge: «nessuno dei presenti è privo di sofferenza, di quelli che vedi, tutti hanno perso qualcuno…».

Forse è questo fortissimo orgoglio, questo senso di aver fatto la cosa giusta pur pagando un prezzo molto alto che, come mi dice Filipos, rende gli eritrei «africani diversi», non in lotta tra loro, amici tra cristiani e musulmani.

La sua generazione, quella che oggi ha  quasi sessant’anni, che ha passato la vita combattendo in patria o lavorando fuori, in altri paesi, per sostenere con le rimesse i soldati, perché potessero mangiare, non ha rimpianti, ritiene di aver percorso l’unica via possibile.

La lotta eritrea non ha avuto aiuti dall’estero, neanche dall’Italia che si era dichiarata favorevole al federalismo con l’Etiopia voluto dall’America.

L’Eritrea si è aiutata da sola, con grande determinazione e con il sacrificio di tutti.

Chi lasciava il Paese, perché non aveva più lavoro o scuola, non lo dimenticava e lavorava anche per sostenerlo.

Molte donne hanno lasciato il Paese negli anni Settanta, quando Menghistu, succeduto all’Imperatore Heilè Selassiè, svuota l’Eritrea di tutto ciò che fa vivere un Paese, nazionalizza le scuole, chiude le attività commerciali e le industrie, incorpora quanto può essere utile all’Etiopia e brucia il resto, come i libri delle biblioteche.

Così anche chi aveva resistito fino ad allora, studiando in scuole dove la lingua è diventata l’amarico, scappa per sopravvivere.

La maggior parte della diaspora eritrea in Italia che ho incontrato e che oggi vive nelle diverse regioni, ha lasciato l’Eritrea dopo l’avvento del Derg. Non c’era una terza scelta, o si combatteva in clandestinità o si abbandonava il Paese.

Oggi, quella dell’8 marzo, è una festa diversa dal solito, senza musica e senza allegria, con i minuti di silenzio dedicati al ricordo del generale Gebregziabher Andemariam, un pilastro della lotta per l’indipendenza. Mi dice Filipos, che ha combattuto al suo fianco, che era un uomo coraggiosissimo, sempre davanti ai suoi soldati e per questo molto amato.

Testimonianze come quella di Filipos  e di molte altre donne, lontane da ogni eccesso filomilitarista, convinte che le armi della vittoria siano state resistenza e indissolubile tenacia, sono difficili da comprendere per un Occidente che ha visto la guerra solo in televisione o l’ha sentita raccontare dai nonni.

Le donne eritree  si sono guadagnate un 8 marzo festa nazionale; hanno combattuto  a lungo, vestendo panni diversi da quelli che la tradizione aveva previsto per loro, cementando un senso di rispetto per la patria che non ha retorica, è autentico.

Ma oggi com’è la situazione?

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© Tesfa Alem Araya, Milano, Festa delle donne, un momento degli interventi dal palco

«Noi continuiamo ad aiutare il Paese» mi dice Filipos che salendo sul palco spiegherà i progetti di aiuto delle donne per le donne. Le donne eritree della diaspora sostengono progetti per otto città dove verranno realizzate strutture utili per le donne.

Nel caso delle donne eritree in Italia, il prossimo agosto a Keren  si inaugurerà un comprensorio con ambulatorio ginecologico, asilo, spazi comuni per donne in difficoltà, costruito grazie ai loro soldi. La struttura è quasi pronta, «le finiture le stanno facendo alcune donne eritree che non hanno lavoro e sanno cucire » spiega Filipos che aggiunge: «non è costato poco, però quando vediamo che tutto va nella direzione giusta, senza sprechi, allora siamo contente».

Anche questo aiuto concreto ha permesso e permette all’Eritrea di raggiungere prima del 2015 alcuni importanti obiettivi del Millennio: maggior sicurezza per le donne durante la gravidanza e il parto, minor mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni.

E di essere sulla strada buona per raggiungere gli obiettivi sulle pari opportunità per uomini e donne, cominciando dall’istruzione.

Ma come avviene concretamente questo aiuto? Si stabilisce una cifra minima, mi spiegano, chi può dà di più. Poi si analizzano i progetti, si ascolta chi riceverà l’aiuto. Nel caso di Keren, in un primo tempo si pensava di costruire una scuola d’informatica per giovani donne, la città però aveva bisogno di un ambulatorio, così il progetto è stato modificato.

«Si paga volentieri», dicono, perché si vedono i risultati, «è un aiuto concreto che diamo alle donne rimaste in Eritrea, siamo contente di poterlo fare».

Nessuno le obbliga.  Parlando con le donne eritree che vivono in Italia, si capisce che ritengono di essere ripagate  dal senso di fierezza e orgoglio provato a progetto ultimato.

La giornata di festa termina un po’ in sordina, dopo un ottimo zighinì con injera, ma senza musica e balli, senza i moltissimi giovani che di solito arrivano nel tardo pomeriggio per non perdere il momento migliore, quello delle danze serali.

Nonostante la mimosa gialla sui tavoli è una festa malinconica, nel ricordo del valore di un soldato che «si è arreso solo a Dio», dicono le donne.

 

Marilena Dolce

@EritreaLive

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