BOLOGNA, FESTIVAL D’ERITREA

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Una festa che non s’ha da fare?

Il Festival d’Eritrea, a Bologna, sarà una festa.Bologna _0

La festa di un popolo che ama, con passione, una terra dal destino difficile, immerso in una storia recente, post coloniale, che ha riservato amare sorprese.

Il 1950 che per i più giovani è storia antica è l’anno in cui le Nazioni Unite decidono che l’Eritrea debba essere federata all’Etiopia, «sotto la sovranità della corona imperiale» di Heilè Selassie. Così per l’Eritrea anziché l’indipendenza, le grandi potenze hanno stabilito un nuovo colonialismo, quello etiope.

Alcuni se ne vanno, soprattutto le donne che, rimpiangendo il colonialismo “migliore”, arrivano in Italia, dove, spesso, saranno arruolate come colf, visto che già lo erano state.

Chi rimane combatte, ma dopo la salita al potere del colonnello Menghistu, che azzera scuole, industrie, commerci, un quarto della popolazione abbandona il paese.

I giovani emigrano per studiare e per organizzare dall’estero una resistenza attiva.

La volontà di non disperdere energie convince gli eritrei della diaspora a trovarsi, una volta all’anno, in Europa, prima a Monaco, in Germania, poi in Italia, qualche anno a Pavia poi dal 1974 a Bologna.

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© EritreaLive, una via di Asmara dedicata a Bologna per il ruolo importante avuto dalla città italiana

Bologna la rossa, roccaforte del Pci, amministrata da Renato Zangheri accoglie la speranza eritrea e la sua lotta.

In quegli anni la sinistra appoggia l’Eritrea e i suoi giornali titolano (Linea Proletaria) Viva la lotta armata del popolo eritreo.

Nel 1977 però Giancarlo Pajetta è favorevolmente impressionato dal colonnello Menghistu, come scriverà su Rinascita dopo la visita ad Addis Abeba.

Solo Achille Occhietto, sempre su Rinascita, osserverà: «E nel caso dell’Eritrea assisteremo senza proteste alla sua fine?».

Bologna intanto diventa tutti gli anni, in estate, la meta degli eritrei lontani da casa.

Al Palazzo dei Congressi si fanno seminari e dibattiti. Gli eritrei arrivano da tutto il mondo, piantano tende, allestiscono cucine, discutono, ci sono le famiglie e i bambini che lì trascorrono le vacanze.

Nel 1989 l’Espresso titolerà: la capitale eritrea? Bologna.

Nel 1993 l’Eritrea conquista la libertà, i suoi tegadelti riuniti in movimenti e fronti, ora devono far nascere un’istituzione, lo Stato.

Bologna continua a essere un punto di riferimento.

Vent’anni dopo l’indipendenza, quaranta dal primo festival, Bologna resta simbolo di unione “nella buona e nella cattiva sorte”, un modo per stringersi e sorreggersi, in anni difficili per il Paese.

Perché questo è male? Perché definire il rapporto tra Bologna e Asmara una kermesse?

Quasi non si cita più il fallito Accordo di Algeri, accusando l’Eritrea di strumentalizzare il “vecchio” conflitto con l’Etiopia (1998-2000) per tenere in armi il paese.

L’Etiopia, storicamente amica delle grandi potenze, oggi nuovamente vicina agli Stati Uniti, vedrebbe di buon occhio una federazione con l’Eritrea e, forse, anche alcuni eritrei la pensano così, stanchi di dover tirare la cinghia.

Le sanzioni, imposte nel 2009 con l’accusa, mai provata dagli Stati Uniti, di armare al Shaabab, stanno producendo effetti pesantissimi sull’economia del Paese, già distrutta da trent’anni di lotta sul campo che certamente non sono state una mano santa per l’agricoltura.

I ragazzi fuggono, è vero ma non è vero che sono affamati e analfabeti.

 © Michele Pignataro, Asmara, Harnet Avenue

© Michele Pignataro, Asmara, Harnet Avenue

Chi scappa, figlio della generazione che ha combattuto, appartiene alla fascia agiata della popolazione, spesso abita sull’altopiano, ha imparato a leggere e scrivere nelle scuole del proprio paese, gratuite per tutti. Per intendersi, non hanno bisogno dei campi profughi etiopi per andare a scuola.

Una mediatrice culturale mi dice che, quando arrivano in Italia, nei centri di prima accoglienza, i ragazzi eritrei fingono di essere analfabeti, perché così li hanno consigliati.

In questi mesi Milano è tappa di giovanissimi eritrei che si sono creati un loro corridoio “Asmara-Porta Venezia” per tentare la fortuna ed essere adottati dal welfare a cinque stelle dei paesi del Nord Europa.

Stavolta Milano ha mostrato la faccia buona. Il Comune, la Prefettura, i consigli di zona, hanno deciso d’intervenire trovando ai ragazzi eritrei luoghi dove mangiare e dormire: la Caritas, i Cappuccini, Pane Quotidiano e altre strutture laiche e cattoliche li aiutano.

A raccontarmi di loro è Kibrom, nato ad Addis Abeba da genitori eritrei, con negozio a Porta Venezia, in zona “calda” che ha organizzato l’aiuto perché, come dice lui, «sono tutti figli di Dio» cioè non importa che siano eritrei o etiopi, sono ragazzi da aiutare,

Un altro giovane eritreo mi racconta le molte storie di chi ha raggiunto Milano, con viaggi complicati, molto a piedi, sfidando i mille pericoli prima dell’imbarco.

Da cosa scappano?

«Dalla povertà» mi dice «vogliono una vita dignitosa, potersi creare una famiglia».

«Sono arrabbiati?»chiedo.

Mi risponde che quando arrivano, dopo mesi, anni di peregrinazioni, sono disperati.

Hanno la scabbia, altre malattie della pelle, alcuni la tbc,  a volte  la malaria, sono distrutti e incattiviti. Però quelli che lui ospita, a casa sua, cui dà un’alternativa al cartone sul marciapiede o alle aiuole dei giardini pubblici, dopo una doccia e un cambio di biancheria, si rappacificano, cambiano atteggiamento, parlano di Asmara, sognano di tornare.

«Non scappano da un regime» mi dice, «scappano da una vita difficile. Figurati che quando uno di loro ha saputo dell’iniziativa di Bologna, ha chiesto se era possibile partecipare».

Certo al Festival di Bologna non parteciperanno i giovani morti il 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa.  Un dramma che ha sconvolto i cuori, un dramma che ha molti colpevoli, come ha detto il Papa e da cui gli eritrei non si sono ancora ripresi.

© Veg Video, Asmara, la sorella di una vittima di Lampedusaspiega perchè i ragazzi scappano dal Paese, affrontando molti pericoli.

© Veg Video, Asmara, la sorella di una vittima di Lampedusa spiega perchè i ragazzi scappano dal Paese, affrontando molti pericoli.

Allora perché minacciare di portare al Festival quelle bare che non sono arrivate in Eritrea, nonostante l’impegno del governo a pagare le spese, che costringono i parenti a un lutto infinito, senza poter avere il conforto di depositare un fiore sulla tomba?

Cosa si vuole dimostrare, o meglio insegnare a un’Africa, ovviamente immatura, che la democrazia vale più di mille feste e che è arrivata l’ora d’importarla?

Che non hanno niente da festeggiare, che sono burattini nelle mani di un governo torvo e truce?

Ernst Bloch scriveva che la storia non è una linea retta, cioè non esiste un tempo “giusto” per la democrazia e per il multipartitismo, ogni paese deve compiere il suo cammino.

L’Eritrea, unita nelle diversissime etnie e religioni, senza estremismo islamico, sta percorrendo un’autodeterminazione solitaria, laica, poco diplomatica, rigida, burocratica, senza scorciatoie e compromessi, poco mediatica.

Un amico e scrittore che conosce l’Africa, commentando quest’atteggiamento osservava che la mediazione è parte integrante della politica, altrimenti si paga pegno.

Non è vero che in Eritrea la gente tace. Le voci critiche contro il governo si sentono nei bar, nei negozi, in taxi, per alcuni l’attuale crisi, dopo aver combattuto per tanti anni, è una ciambella avvelenata da ingoiare, una sconfitta.

Il 24 maggio, però, festa dell’indipendenza, la gente è con il Paese, riempie le strade, canta e balla, sfilano i carri. L’intellighenzia occidentale potrà arricciare il naso, ma tutto è autentico, c’è coesione.

Tornando alla festa di Bologna, meraviglia che si possa minacciare di portare bare di cartone, simbolo di morte, ferendo nuovamente al cuore le famiglie che piangono i figli morti nel Mar Mediterraneo.

Questo non è un attacco politico, è un’offesa gratuita alla sofferenza di molti.

Gli eritrei sono gente che la storia ha abituato e combattere, che festeggeranno senza dimenticare i morti, anzi per stringersi ai molti che hanno perso i figli, per trovare una via che faccia uscire il paese da un destino amaro d’emigrazione forzata, perché possano restare nella loro terra, bellissima e fiera.

Il partito del “no festa” dovrebbe sapere, guardando l’Africa, che finito il tempo dei gattopardi, arrivano le iene…

Marilena Dolce

@EritreaLive

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2 Commenti

  1. Signora Marilena, grazie per la risposta che ha scritto al partito del “no festa”. M’ha letto nel pensiero. Questi pseudo-giornalisti che, non hanno ” vissuto gli eritrei e l’Eritrea”, non si devono permettere di scrivere delle critiche su questo ricordo dei 40 anni a Bologna. E’ semplicemente un anniversario per riabbracciarci e discutere anche animatamente delle nostre idee e con canti e balli cerchiamo di non perderci in luoghi comuni e di rimanere sempre noi stessi cioè innamorati gli degli altri, nonostante tutto come sempre, vogliamo celebrare anche i nostri fratelli morti, senza essere manovrati da azioni di governo, checchè se ne dica! Scusi lo sfogo. lucia

  2. E tu Marilena Dolce che racconti una storia di seconda mano che ne sapresti della sofferenza del popolo Eritreo? Che ne sapresti di un popolo che sacrifico’ si stanto solo per perdere i figli e figlie al Sinai e mediterraneo in cambio? La tua storia e’ parziale a paternalistica. Coloro che ti raccontano hanno dato poco all’Eritrea e appoggiano il regime brutale per i loro loschi interessi.

    Non soffriamo perche’ non c’e’ democrazia, soffriamo perche’ siamo governati da un traditore estraneo determinato di decimarci. Lui odia il popolo Eritreo perche’ i suoi provengono non dall’Eritrea. Ma tu come ti azzardi a sminuire il nostro dolore e appoggi un sistema da lontano? Ovviamente non se mai stata costretta di abbandonare i tuoi amati e il tuo paese. Altrementi sapresti che un popolo non scappa dal proprio paese in cerca di cose materiali . Scappiamo in cerza di diritti umani fondamentali, del genere con qui siamo nati. Ti supplico non insultare coloro che stanno gia soffrendo immensamente. Abbi cuore!

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