Asmara, suona la campanella

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Eritrea Live intervista Gian Paolo Carini, preside della Scuola Italiana di Asmara, coautore del libro “Storia della Scuola Italiana in Eritrea”

“Storia della Scuola Italiana in Eritrea”di  Gian Paolo Carini, Roberto La Cordara, disponibile presso Istituto Pavoniano Artigianelli, Monza (039 2301006, offerta minima consigliata euro 10)

Ad agosto di quest’anno lei ha terminato il lavoro di Preside della Scuola Italiana di Asmara (Materna, Elementare, Media, Liceo), ed è uscito il libro “Storia della Scuola Italiana in Eritrea”che ne racconta la nascita, quanti anni è rimasto ad Asmara e cosa le dispiace aver lasciato?

Sono stato ad Asmara nove anni scolastici con un incarico MAE. Mi dispiace aver lasciato tante cose, sicuramente il clima eccezionale, la gente, molto friendly, che ha mantenuto verso gli italiani un atteggiamento di curiosità e attenzione, mettendo tra parentesi la storia coloniale. In questo Paese, come spesso accade nei paesei africani, vi è molta attenzione verso la formazione, verso l’istruzione, perché si è convinti che fornisca le chiavi per riuscire nella vita, perciò il lavoro della scuola è maggiormente considerato rispetto all’Italia, qui ritengono che le occasioni professionali e di carriera passino attraverso la scuola.

Il libro è dedicato a Zegga e Niccolò, chi sono?

Sono persone care ai coautori, la prima è una ragazza eritrea, il secondo è mio figlio che è arrivato in Eritrea a sedici anni, si è diplomato presso la scuola italiana ed è rimasto molto legato a questo Paese.

Lo scorso giugno il Ministro Riccardi è stato in Eritrea, ha incontrato il Presidente Isaias Afwerki, il ministro degli esteri e il ministro dello sviluppo per promuovere una cooperazione che garantisca stabilità e crescita all’intera area perché il modello Italia, ha detto il ministro al Forum della Cooperazione Internazionale che si è tenuto a Milano a ottobre, è apprezzato all’estero per la sua capacità dialogica e di partenariato. Come mai allora la scuola italiana di Asmara, modello Italia ante litteram, ha rischiato di non aprire?

Il problema è nato dalla richiesta italiana di rivedere il vecchio accordo tecnico del 2000, un accordo importante per lo status del personale della scuola che coinvolge vari ministeri, dell’educazione, dell’immigrazione, delle finanze.

Quest’accordo ha permesso alla scuola di funzionare senza togliere però problemi d’interpretazione. Ogni anno qualcosa andava rivisto, riadattato. Si sono accumulate tensioni, ritardi nella concessione dei permessi, lungaggini burocratiche, richieste di accertamenti sanitari in loco anziché solo in Italia.

Sono stati allontanati tre insegnanti risultati positivi ad alcuni esami e ci sono stati ritardi nella concessione dei permessi di lavoro. Quest’accordo avrebbe dovuto avere una validità di cinque anni, però è sempre stato rinnovato, unilateralmente, da parte eritrea, fino al 2012. Insomma era un accordo vecchio, anche se necessario.

Alla fine del 2010-2011 l’Italia ha eleborato un nuovo testo che ha inviato alla controparte eritrea che non l’ha preso nella dovuta considerazione. Così l’Italia ha deciso che quest’anno la scuola avrebbe potuto cominciare solo per gli italiani, non per gli eritrei e che si bloccavano le prime classi di ogni ciclo. Due colpi bassi, il primo perché così la scuola terminava, il secondo per la sottolineatura che la scuola è per gli italiani. Gli eritrei hanno detto e scritto che la decisione è stata improvvisa, che non erano stati informati a sufficienza.

Certo non compete a me scoprire cos’è successo a livello diplomatico, sono stati mesi di tensioni, (ndr, giugno- settembre 2012) che ho vissuto mio malgrado. Tensioni non solo a livello diplomatico, di governi ma anche individuale. Pensate a una famiglia che ha investito nella scuola italiana, dove non è facile entrare, (per l’ingresso alla materna i bambini sono sorteggiati) e che ha un costo più alto delle pubbliche.

Pensate al rammarico di chi ha investito sulla scuola italiana perché i figli magari possano continuare a studiare in Europa. Anche la comunità italiana non era felice di essere discriminata, seppur in positivo. Io, però, ho pensato subito che la cosa si sarebbe risolta, perché la valenza della scuola italiana in Eritrea va oltre la scuola, è una presenza paragonabile a quella della cooperazione, in un settore chiave come l’istruzione, importante come sanità e nuove tecnologie.

Istruzione, sanità e nuove tecnologie sono i settori in cui è importante l’investimento italiano. La scuola è una risorsa, con i suoi cinquanta ragazzi che ogni anno si diplomano; se poi questi ragazzi vanno più all’estero anziché rimanere in Africa, questo è un altro problema che non riguarda solo l’Eritrea. Mi dicono che ci siano più medici del Benin in Europa che nel Benin. Tornando alla scuola di Asmara, a settembre si è raggiunto un nuovo accordo che ha permesso alla campanella di suonare ancora.

Il suo libro (scritto con il collega Prof. Roberto La Cordara) è stato stampato dai Pavoniani di Monza. Lei, immagino per aver avuto accesso alla Biblioteca, ringrazia Fratel Ezio del “Pavoni Social Centre ” di Asmara, dunque ad Asmara, esiste ancora un forte legame tra cultura cattolica e laica?

© Michele Pignataro, Asmara Biblioteca Pavoni Centre

La presenza religiosa in Eritrea, come spiegato nel libro, è precedente alla nascita della scuola. Non solo in Eritrea, anche in Italia a occuparsi d’istruzione sono stati i religiosi (gesuiti, salesiani). Si parte da un’esigenza missionaria per arrivare ad altro: un dibattito attuale che si pongono i missionari, per esempio quelli della mia città (ndr, Piacenza) è se sia corretto fare “altro”.

Uno dei tratti distintivi dell’Eritrea di oggi è l’assoluta laicità, difesa con energia. Una laicità che fatica a capire l’ora di religione nella scuola italiana, anche se facoltativa. In questo senso la laicità dello stato avrebbe potuto essere un problema. Il Paese ha ricevuto molte critiche per l’intolleranza verso le religioni ma questo è un punto che va spiegato: diciamo che l’Eritrea accetta le religioni che hanno un fondamento storico, (coopti di origine egiziana, musulmani, cattolici) ma non accetta le sette perché le ritiene pericolose. In Nigeria ci saranno duecento sette diverse, l’Eritrea non le tollererebbe.

Nel 1898 diventa governatore Ferdinando Martini che sposterà la capitale da Massawa ad Asmara città che costruisce per avviare un colonialismo meno legato all’aspetto militare e più interessato alla società civile. Ex ministro della pubblica istruzione, Martini conosce la scarsa importanza che l’Italia da poco unita riserva alla scuola, limitando a due anni l’obbligo scolastico. Così in una Relazione inviata dalla Colonia scrive, cito dal suo libro, fra il far della Colonia un vivaio di analfabeti e l’affidare l’istruzione elementare a cappuccini e suore, la scelta non poteva essere dubbia.

Certo, l’Italia non poteva in quel periodo investire nella scuola, le “cronache” di Martini spiegano molto bene che non si potevano destinare soldi alle scuole all’estero, quando non c’erano soldi neppure per quelle italiane. Indubbiamente la scuola in Eritrea aveva anche lo scopo che i locali non alzassero troppo la testa. Si volevano formare figure utili e necessarie, niente di più. La storia “scolastica” eritrea è fatta da missionari che, con l’assenso del governo italiano, hanno svolto azione di proselitismo e diffuso la lingua italiana.

© Tedros Berhane, Scuola Elementare, Keren

l’Eritrea ha amato e capito le missioni e il loro lavoro di welfare?

La popolazione ha sempre riconosciuto quest’aspetto. Attualmente, a causa anche della difficoltà ad approvvigionarsi di cibo, la rete d’assistenza islamica, per esempio intorno a Ghinda e nel bassopiano, funziona benissimo. Non è solo una caratteristica cristiana quella di aiutare la popolazione. Questo assistenzialismo può essere visto come un pericolo, perché un’organizzazione religiosa molto vicina al popolo può diventare critica verso il governo. Questo può spiegare, non giustificare, perché da parte del governo centrale, possa esserci una presa di distanza. Mi risulta accada anche in Etiopia.

Dunque l’Eritrea ci ha guadagnato ad avere un’istruzione cattolica, lasciata ai missionari?

Le scuole italiane erano tantissime; diffuse in ogni angolo del Paese. Servivano a creare buoni cristiani, formare il clero e preparare i ragazzi per un lavoro pratico. Con l’indipendenza la scuola italiana diventa una scuola nel mare magnum delle altre, però senza concorrenza, se si eccettua l’International School. Mi dicono che molti eritrei che hanno lavorato nella resistenza abbiano frequentato la scuola italiana che è stata importante per il confronto, per la gestione politica, anche durante i trent’anni di lotta. Non è casuale che Menghistu abbia chiuso le scuole italiane, non si volevano presenze critiche che spronassero le persone.

Questo spiega la “pervasività” dell’italiano che resiste oltre la chiusura delle scuole?

Fino agli anni’70 l’Eritrea è stato un paese italofono, se si guardano catasti, volture, atti ufficiali, compravendite, tutto era scritto in italiano.

L’atteggiamento culturale degli eritrei è molto legato alla conoscenza dell’italiano, anche se oggi in modo meno evidente

Sì perché la politica è stata quella di investire sull’inglese, nelle scuole pubbliche, dalle medie in poi si studia in inglese.

La scuola della colonia liberale, per lo più vicina alla chiesa cattolica, in che modo si rivolge agli eritrei, esistono forme di discriminazione? Chi è accolto dalle scuole cattoliche sovvenzionate, seppur poco, dallo stato italiano, dev’essere un certo tipo di alunno o erano accolti tutti?

Le scuole erano tante e diverse; quando la finalità era raccogliere i ragazzi negli angoli più remoti del Paese, entravano tutti senza distinzioni, invece ad altri livelli di scuola c’era discriminazione tra i figli dei bianchi, degli italiani e figli degli eritrei.

Terminato il colonialismo italiano, nel 1942, l’Eritrea attraversa la fase inglese durante la quale, nelle scuole, l’inglese sostituisce l’italiano, come reagiscono gli eritrei?

Agli inglesi non interessa l’Eritrea, non si mescolano alla popolazione, cosa che gli italiani hanno fatto con facilità. Non hanno fatto grandi cambiamenti a livello amministrativo anche se si sono occupati di scuola e in questo senso hanno lasciato tracce.

In tutta l’Eritrea si vedono bambini e ragazzi in divisa in stile inglese, dalla materna al college, chi le confeziona? Sono fatte in Eritrea?

© Michele Pignataro, Scuola Elementare Asmara

Sì, esistono piccole aziende che confezionano queste divise. La divisa della scuola italiana è stata difficile da far accettare, quando sono arrivato la nostra era l’unica scuola senza divisa. Ho faticato, ma infine anche all’interno della scuola si è capito che la divisa rappresenta un segno positivo di appartenenza. Inoltre a scuola bisogna essere tutti uguali, la divisa equipara e livella. La nostra attuale divisa è una camicia bianca, made in Dolce Vita  (ndr, brand Dolce Vita ZaEr, industria tessile di Asmara).

© Antonio Politano, Asmara, Harnet Avenue, Dolce Vita

Comperare la divisa, costo a carico delle famiglie, è un investimento nell’istruzione dei figli?

Esatto, è così. Sono questi tre elementi, appartenenza, uguaglianza e riconoscimento dell’importanza dell’istruzione a dare un senso alla divisa in stile inglese.

Negli anni’50 l’Eritrea è prima federata poi annessa all’Etiopia, tuttavia le scuole italiane, soprattutto quelle missionarie cui il fascismo aveva affidato l’istruzione elementare (Figlie di Sant’Anna, Pie Madri della Nigrizia) restano aperte, come mai?

La federazione non ha intaccato lo status della scuola italiana, continua a esistere anche la scuola italiana di Addis Abeba. Unica conseguenza è l’accentramento. La scuola di Asmara ora dipende dall’Ambasciata Italiana di Addis Abeba come tutte le altre strutture, per esempio la Casa degli Italiani. Questo rende più difficile il lavoro, però sul piano pratico la scuola non subisce cambiamenti.

Oggi ci sono suore che insegnano nella scuola italiana?

Nella scuola di Asmara non c’è più nessuna suora, ormai la loro è una presenza residuale, solo una insegna ancora religione. Il collegamento tra le due scuole, Asmara e Addis Abeba, si è recuperato nel 1995 con il progetto Sicomoro, albero tradizionale della regione, che proponeva un lavoro sostanzialmente comune, con alcune differenze dovute alla diversità dei curricula e della lingua, tigrino per l’Eritrea, amarico per l’Etiopia. Inoltre ad Asmara vi erano insegnanti locali per materie tecniche come economia e diritto.

La federazione non chiude le scuole missionarie, forse perché la chiesa copta aveva ancora un ruolo importante

Sì, oggi la chiesa copta ha perso importanza verso i giovani, però allora era fondamentale.

Nel 1974 Heilè Sellassie è deposto dal Derg, la giunta militare. Menghistu, lontano da chiese e religioni, nazionalizza le scuole italiane che nel 1977 chiudono. Gli edifici, requisiti dall’Etiopia, non saranno più restituiti all’Italia che nel 1982 firma un accordo con il quale cede tutte le strutture scolastiche italiane ad Addis Abeba. La popolazione eritrea come interpreta questa rinuncia italiana? E l’Italia di oggi, secondo lei, ricorda la responsabilità di Menghistu nell’affossare scuole e missioni?

L’accordo Palleschi non è stato vissuto bene dall’Eritrea perché era una dimostrazione dell’abbandono dell’Italia. La rivolta contro Menghistu era contro un sistema che l’Italia, all’inizio, ha appoggiato. Su questo pezzo di storia, in Italia, c’è la più totale ignoranza, anch’io ho scoperto la vicenda dopo un po’ di tempo. Quest’accordo inoltre non è mai stato ratificato dall’Eritrea, perché firmato dall’Etiopia.

In Italia quando si parla di nazionalizzazione delle scuole non si ricorda l’accordo Palleschi del 1982 e s’incolpa di ciò l’Eritrea indipendente

È vero, in effetti si è dato più risalto alla questione dei beni italiani. L’accordo Palleschi non lo conoscevano neppure gli ambasciatori. Lo scoprivano quando dovevano fare una relazione sullo stato dei beni e la domanda sulla proprietà dell’edificio rimaneva in sospeso. Il problema non è risolto, l’Eritrea ha lasciato aperta la questione.

Il patrimonio nazionalizzato da Menghistu è passato legalmente all’Eritrea?

No, questo passaggio non c’è stato, dopo la caduta di Menghistu l’Italia ha preferito dimenticare l’Eritrea e l’accordo Palleschi.

Nel 1924 l’esposizione del crocefisso nelle aule e l’insegnamento della religione cattolica diventano obbligatorie.  Oggi missioni e giornali cattolici accusano il Governo di Asmara di aver ostacolato la loro opera, impedendo la formazione dei giovani, tuttavia lei ritiene che fosse possibile in un Paese con nove etnie e una forte presenza musulmana, mantenere un predominio cattolico?

La laicità nasce dall’esigenza di non rompere gli equilibri, perché l’Eritrea ha ritenuto che la coesistenza di più religioni fosse un fatto positivo. Nel centro di Asmara, a pochi metri di distanza, coesistono la Grande Moschea, Ende Mariam, il romanico lombardo della Cattedrale e la Sinagoga. L’Eritrea ha avuto pochissimi momenti di tensione religiosa nella sua storia e questo è un valore. È stato detto che il presidente tende a stare dalla parte dei musulmani ma non è vero. Nei contrasti tra Israele e il Medio Oriente infatti il presidente ha sempre bloccato gli schieramenti e non ha mai  dato spazio all’estremismo musulmano.

Però avrebbe potuto avere molto più aiuto dai musulmani…

Sì, sarebbe stata una scelta di campo, considerando che l’Etiopia si era schierata con l’altra parte, poteva essere una via…

La chiesa cattolica non ha perdonato all’Eritrea laicità e indipendenza: Every One ha rilasciato a Radio Vaticana un’intervista dove accusa l’Eritrea di essere immischiata nel traffico di persone verso il Sinai

Mah… quella è una situazione complessa, con altri attori, la mafia araba, per esempio.

Le abilità tecniche e pratiche degli eritrei sono state molto utili negli anni di lotta per l’indipendenza. Ricordo un aneddoto raccontato da Yemane Ghebreab (Political Office of People’s Front of Democracy and Justice) su un giovane eritreo la cui modifica tecnica apportata a un camion Mercedes perché funzionasse meglio sulle strade sterrate, è stata apprezzata dalla casa madre che l’ha fatta propria. Secondo lei è un’eredità delle nostre scuole d’Arti e Mestieri?

Il know how italiano senz’altro è arrivato. Piuttosto ci si può domandare cosa sia rimasto dopo la liberazione. Forse un po’ è stato sgretolato dalla guerra, un po’ dal disinteresse verso quanto  imparato durante il colonialismo. Rimane da valutre se esiste ancora un destino lavorativo che lega Italia ed Eritrea. Molte volte ho sentito dire “questa è gente che non impara niente” ma è falso. Stefano Bonnazi (ndr, manager ZaEr) dice che una fabbrica come la loro non potrebbe esistere nè in Libia nè in Sudan.

Oggi la Scuola Italiana di Asmara per l’80% è frequentate da eritrei che scelgono di studiare in italiano fino alla maturità, allora lo stile italiano continua a funzionare? 

Asmara, Gian Paolo Carini, preside Scuola Italiana

Correggo, per l’85% da eritrei. La scuola italiana dà una ricchezza d’esperienza unica, indirizzata verso l’Europa.

Per concludere, immagino che lei consiglierebbe a un cittadino eritreo d’iscrivere il proprio figlio alla Scuola Italiana di Asmara, perché…

Perché ti dà molti strumenti per interpretare la realtà, ha piccoli numeri, i ragazzi sono molto seguiti, fanno tante attività: stanno a scuola molte ore, fino alle 18. Quando escono cercano e ricreano il gruppo, (sono anche su fb), a militare stanno nelle stesse camerate,

La scuola italiana crea un forte legame? 

Che continua a distanza di lustri.

I luoghi di queste scuole?

Asmara, scuola elementare italiana

La struttura della scuola italiana (media e liceo) sta nelle “baracche provvisorie”, ristrutturate, della vecchia caserma, mentre la scuola elementare, che ha una tipologia identica alle nostre, è in una struttura a parte.

Per finire…

Torniamo al punto iniziale, a quanto riportato dal Forum della Cooperazione Internazionale, al “fare sistema” italiano.  Ho proprio visto quanto, per esempio, i  cinesi siano diversi da noi. Non sono capaci di fare sistema. Stanno tra di loro, fanno landgrabbing, si portano il cuoco e l’autista per il trattore, non si mischiano ai locali. Noi ci siamo mischiati e il caso della Dolce Vita lo mostra, qualche tecnico è italiano, ma poi i responsabili dei singoli settori sono tutti locali. Gli italiani arrivano per insegnare l’utilizzo di qualcosa che ancora non si conosce, poi se ne vanno.

© Michele Pignataro, Cortile Scuola Italiana Asmara

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

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